Cristianesimo | Kolòt-Voci

Categoria: Cristianesimo

La lettera di Laura Malchiodi al Papa

Dopo il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della santa sede

abu mazen papa francesco (2)Sua Santità, Le scrivo, ancora, perché trovo sempre più difficile considerarmi Cattolica. Eppure sono sempre stata molto vicina alla Chiesa, grazie anche al fatto che provengo da una famiglia molto religiosa, con due pro-zii Vescovi (Umberto Malchiodi, Vescovo di Piacenza e Gaetano Malchiodi, Vescovo a Loreto, erano fratelli di mio nonno Aldo)… ma non solo per questo. La lettura dei Vangeli, che ho cominciato alle medie e quella della Bibbia, che ho iniziato ad affrontare nel 1972, a 15 anni (grazie al regalo di zio don Umberto), mi hanno sempre più coinvolta. Ho poi conosciuto Madre Speranza, che mi ha detto che sarei rimasta delusa dalla Chiesa, ma che avrei dovuto lottare contro le sue storture e non avrei dovuto abbandonarla… Lei mi sta rendendo estremamente difficile mantenere questa promessa. Oggi, per la prima volta nella mia vita, non me la sento di andare a Messa.

E pensare che ero così felice quando L’ho vista la prima volta!

La Sua scelta del nome Francesco (il mio Santo preferito) mi aveva fatto sperare che Lei volesse in qualche modo testimoniare il suo distacco dai capitoli bui della nostra storia, che hanno visto i Gesuiti come protagonisti di pogrom e persecuzioni orribili nei confronti degli Ebrei… ma evidentemente mi sbagliavo.

E non Le scrivo solo a mio nome. Miei amici, conoscenti e parenti ogni giorno mi confessano il loro imbarazzo profondo e la crisi che stanno attraversando, grazie a Lei.

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Tornano i farisei “cattivi” con Killing Jesus di Ridley Scott

Sul canale 403 di Sky, il National Geographic Channel manda in onda Killing Jesus (Uccidere Gesù) di Ridley Scott, mini serie in due puntate su vita, passione e morte di Gesù: domenica e lunedì alle 20,30, prima mondiale in 171 Paesi e 45 lingue

killing-jesus-nat-geo-trailerROMA – Killing Jesus, la vita e la morte di Gesù Cristo tradotte in una miniserie tv da Ridley Scottper il National Geographic sarà trasmesso alle 2055 di domenica 29 marzo 2015 e si lunedì 30 marzo in 171 Paesi, 45 lingue. In Italia  Killing Jesus sarà in onda su National Geographic Channel (canale 403 diSky). Killing Jesus ha il titolo e si basa sul libro best seller di  Bill O’Reilly e Martin Dugard, pubblicato nel 2013.

Killing Jesus ripercorre la storia di Gesù con particolare attenzione ai personaggi e agli eventi storici che segnarono la sua esistenza, offrendo un racconto ricco e avvincente. Dopo il successo di critica e ascolti di Killing Kennedy (una nomination agli Emmy 2014) e Killing Lincoln, questo nuovo film rappresenta il terzo progetto firmato National Geographic Channel che vede la collaborazione tra Ridley Scott e Bill O’Reilly.

Il film, scritto dal premio Oscar Walon Green (Il Mucchio Selvaggio), è stato girato nel deserto del Sahara in Marocco con una troupe di 250 persone e 4500 comparse. Del cast fanno parte  93 attori provenienti da Libano, Marocco, Repubblica Ceca, Irlanda, Gran Bretagna, Israele, Canada, Siria, Australia e Stati Uniti, tra cui Stephen Moyer (True Blood) nel ruolo di Ponzio Pilato e Kelsey Grammer (vincitore di tre Golden Globe per Boss e Frasier) in quello di Erode.

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Da Recanati a Tel Aviv Antichi rapporti nel Mediterraneo

Donatella Donati

KabalaAlcuni anni fa un gruppo di imprenditori ebrei provenienti da Tel Aviv, invitati da un imprenditore italiano, furono a Recanati per esplorare la possibilità di costruire in contrada Chiarino, di fronte al mare, una struttura alberghiera di lusso integrata nell’ambiente. Non se ne fece niente per motivi paesaggistici ben comprensibili. Uno di loro mi disse che era stato molto stupito di conoscere l’esistenza di una città dal nome Recanati perché gli unici Recanati che lui conosceva erano il cabalista ebreo del XIII secolo Menahem Recanati, il banchiere Recanati proprietario di una delle più importanti banche di Tel Aviv chiamata appunto banca Recanati, e il vino Recanati che si produce sulle colline intorno a Tel Aviv.

Ho contattato l’imprenditore di Porto Recanati che li aveva ospitati e mi ha confermato l’importanza della banca Recanati che ha stretti rapporti con l’imprenditoria del luogo anche se forse oggi il suo proprietario non vive più a Tel Aviv. Fu l’occasione per scrivere nel bel volume Recanati justissima civitas pubblicato nel settembre del 2008 a cura di Giancarlo Càpici con interventi di vari autori esperti della storia della città e fotografie di prima qualità, per dare molte notizie sugli ebrei che per molti secoli vissero e operarono pacificamente in quella città.

Menahem Recanati così chiamato in tutto il mondo dal luogo di provenienza è stato uno dei più grandi cabalisti se non il migliore in assoluto che nell’interpretazione  dei testi sacri ha saputo mettere insieme scienza e fede risolvendo a suo modo un problema che fino ad oggi coinvolge tutta la filosofia cristiana. Al suo tempo gli ebrei recanatesi erano soprattutto prestatori di denaro al Comune e mercanti di prodotti provenienti dall’altra sponda dell’Adriatico e dall’Umbria e dalla Toscana. Quella recanatese era la più importante comunità marchigiana dopo quelle di Pesaro, Fano e Ancona che avevano il vantaggio dell’affaccio sul mare. I rapporti con i cristiani regolati dal patto di Omar del IX secolo consentirono loro sufficienti libertà per prosperare, avere una sinagoga e un cimitero di cui sono rimaste tracce fino al tempo di Leopardi perché Monaldo fa allusione ad una lapide sulla sua presunta tomba. Continua a leggere »

Un film per riscrivere la storia sul papa che non fece nulla per salvare gli ebrei

Il film su Pio XII che turba gli ebrei e gli storici. «Sfumature di verità» di Liana Marabini la pellicola dedicata a Papa Pacelli. Gli archivi storici vaticani però rimangono rigorosamente chiusi dopo 70 anni dagli avvenimenti

Paolo Conti

Pio XIIPer accendere il fuoco delle polemiche basterà la locandina. Un Pio XII dall’aspetto estremamente giovanile (interpretato dall’attore Roberto Zibetti) che, accanto alla preziosa croce pettorale, sulla sua sinistra ostenta una Stella di David gialla. La stessa che gli ebrei furono costretti a indossare nella parte d’Europa occupata dai nazisti e nell’Italia fascista. Sempre la stessa che accompagnò sei milioni di israeliti alla morte nei campi di sterminio. È l’immagine scelta dalla regista Liana Marabini che ha firmato «Sfumature di verità», il film dedicato a papa Pacelli, portatore di una tesi provocatoria: Pio XII avrebbe salvato la vita a 800.000 ebrei in tutta Europa attraverso le disposizioni impartite ai vescovi del mondo, accogliendo molti israeliti in Vaticano e nella residenza estiva di Castel Gandolfo. Per questa ragione, ha così affermato in più occasioni la regista, Pacelli avrebbe diritto al titolo di «Schindler del Vaticano».

La produzione del film (che viene presentato lunedì 2 alle 18 a Roma con un’anteprima mondiale a inviti nell’Istituto Maria Santissima Bambina in via Paolo VI, accanto all’ingresso della Città del Vaticano a Porta Cavalleggeri) appare robusta: divi internazionali come Christopher Lambert, Giancarlo Giannini, Gedeon Burkhard (il televisivo Commissario Rex), David Wall, gli italiani Victoria Zinny e Remo Girone, in un piccolo ma simbolico ruolo anche la principessa Maria Pia Ruspoli, moglie del principe Sforza, detto Lillìo, campione della Nobiltà Nera romana fedele al Papa.

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“Gemelli nati da un unico tronco”

Una risposta a rav Giuseppe Laras (Corriere della sera, 13 gennaio) e al priore Enzo Bianchi (La Stampa, 18 gennaio) sul pericolo, da parte cristiana, di una lettura a senso unico delle Scritture

Riccardo Di Segni

Un articolo di rav Giuseppe Laras pubblicato sul Corriere della Sera del 13 gennaio 2015, puntuale con l’urgenza dei tempi, ha richiamato ad un impegno condivisibile tra ebrei e cristiani: “Riportare la Bibbia a fondamento della cultura e dell’etica”; precisando: “Tuttavia senza il reale riferimento positivo e non ambiguo a Israele non sarà né autentico né produttivo il dialogo tra ebrei e cristiani”. Il riferimento, peraltro generico, a “Israele”, è stato ripreso e precisato il 18 gennaio dal priore Enzo Bianchi, che ha replicato a rav Laras su La Stampa, con alcune considerazioni che meritano attenzione. Bianchi parla di “un tema bruciante e sul quale non pare esserci comprensione; il tema della terra e dello Stato di Israele”. Premette: “Secondo le Scritture del Nuovo Testamento c’è un Israele di Dio, che sono gli ebrei in alleanza con Dio, ma non tutto Israele è l’Israele di Dio, è discendenza di Abramo”. E aggiunge: “È certo che spontaneamente la chiesa di sente legata agli ebrei credenti…ma non identifica questa alleanza …con una dimensione etnica, culturale o politica. Noi cristiani che non abbiamo più terra né patria perché ogni terra straniera è per noi patria…, essendo cittadini del mondo in grado di fare scelte politiche, possiamo volere o non volere lo Stato di Israele, ma teologicamente non abbiamo parole in merito…la mia fede non mi autorizza ad ipotizzare uno Stato d’Israele”

Effettivamente da queste parole emerge l’incomprensione. L’incomprensione di chi, come cristiano, non avrebbe “più terra né patria”, ma che ha sempre avuto terre e patrie, definite cristiane e talora cristianissime, nei confronti di chi – il popolo d’Israele – la terra ce l’aveva, promessa, ma l’ha perduta per millenni, senza tuttavia dimenticare il suo rapporto con essa. A molti cristiani, in quanto cristiani, è stato e viene ancora contestato il diritto di residenza nelle loro terre (persino oggi, nell’indifferenza della maggioranza dei loro fratelli), e ancora di più il diritto di dominio sul loro territorio; ma questo non serve a educare a un rapporto diverso con gli ebrei, ai quali, molto più radicalmente, viene spesso contestato sia il diritto di insediamento in altre terre che quello di ritorno nella propria, per non parlare del diritto di indipendenza.

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Ebrei georgiani, storia di una diaspora

Jacopo Miglioranzi 

GeorgiaCol termine ‘ebrei georgiani’ (ქართველი ებრაელები, kartveli ebraelebi) si è soliti indicare quegli ebrei presenti nella nazione caucasica della Georgia. Essi rappresentano una delle più antiche comunità della regione, giunti, secondo alcuni, circa 2600 anni fa, il che ne fa una delle più remote comunità diasporiche. Alcune testimonianze a proposito sono riportate, di fatti, in alcune antiche cronache georgiane, come ad esempio ‘La conversione di Kartli’ (მოქცევაი ქართლისაი, moqtsevai kartlisai), unica fonte locale riguardante proprio la storia della comunità ebraica in Georgia. Tali ebrei georgiani costituirono a lungo una comunità ben distinta, e non solo dalla popolazione, autoctona, ma anche da altre comunità ebraiche come gli Ashkenaziti.

Questi ebrei erano impegnati in agricoltura, allevamento, artigianato e commercio. Date le condizioni imposte dalla diaspora erano numerosi coloro che possedevano pecore e bovini, oppure vigneti e campi, ma questo non si tradusse quasi mai in un forte sviluppo. Tale tipo di economia, a dispetto del commercio, rimaneva così di tipo domestico, e rispetto al dinamismo commerciale risultava dunque alquanto statica, di modo che l’occupazione principale rimaneva la vendita al dettaglio. La maggior parte dei venditori erano ambulanti di dolci: l’ attività durava tutta la settimana, ed ogni venditore si spostava nei villaggi della zona a cavallo o a piedi, con sacchi sulle spalle o sul proprio animale. Alcuni di loro, causa il lavoro, abbandonavano la propria abitazione, per mesi o addirittura un anno intero, e le festività religiose rappresentavano per loro un’ occasione di ritorno alle proprie famiglie.

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Svolte e traumi per gli ebrei 

Il saggio di Marina Caffiero studia con precisione la vicenda storica degli ebrei italiani in epoca moderna. Tra ghetti, tradimenti e assimilazioni. 

Sergio Luzzatto 

9788843074129In quasi tutti i dipartimenti di storia delle maggiori università americane vengono proposti uno o più insegnamenti di Jewish History», cioè di «Storia ebraica». Ai quali si aggiungono gli insegnamenti di «American History», «French History», «Chinese History», eccetera. Il che non corrisponde affatto a qualcosa di analogo, nella misura in cui questi ultimi si riferiscono per definizione a uno spazio geografico, mentre quelli di «Jewish History- richiamano un popolo, o un’etnia, o un’identità. Anche nelle università israeliane, gli insegnamenti di «Storia ebraica» – e non di «Storia di Israele»: il che sarebbe ben diverso – vengono normalmente distinti da quelli di storia dell’America o dell’Europa, dell’Africa o dell’Asia.

Ma esiste una storia ebraica? E ha senso definirla in quanto tale, allo stesso modo in cui negli Stati Uniti, o in generale nell’ambiente accademico anglosassone, si definisce e si insegna una «Islamic History»? Ancora: perché, nell’accademia americana o britannica, una «Christian History» viene insegnata quasi soltanto presso le scuole superiori di teologia? Anglosassoni a parte, quanti fra noi, nell’Occidente più o meno laico, si sentirebbero adeguatamente rappresentati da una didattica universitaria che distinguesse preventivamente l’insegnamento della «Storia cristiana» da quello di tutte le altre? E quale studioso assennato pretenderebbe oggi di ricostruire la storia della Palestina moderna distinguendo in questa la «storia ebraica» dalla «storia islamica»?

L’attualità – una tragica attualità – si incarica fin troppo di dimostrarlo: a chi guardi senza paraocchi alla vicenda della città di Gerusalemme o dei territori della Cisgiordania, riesce del tutto evidente come le due storie, l’ebraica e la musulmana (oltreché una terza, la storia cristiana in Palestina), partecipino di una stessa storia. Così per il XXI secolo, e così per i secoli precedenti. Si tratti del Medioevo o dell’età moderna, dell’Otto o del Novecento, più che la «storia ebraica», ha senso studiare la storia degli ebrei (esattamente come, più che la «storia islamica», ha senso studiare la storia dei musulmani, e più che la «storia cristiana», la storia dei cristiani).

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