Conversioni | Kolòt-Voci

Categoria: Conversioni

Gestisci un Talmud Torà privato? Le regole te le dettiamo noi

Lungo dibattito ieri sera in Consiglio a Milano dove al Talmud Torà privato del centro Noam non vogliono saperne di matrimoni misti, anche quando si tratta di madre ebrea e così i figli. Non è forse simpatico, ma non è terribile, perché esiste da anni un Talmud Torà gestito dal Rabbinato e aperto a tutti i bambini. Riusciranno a cacciare dai locali comunitari l’ultimo pezzo di diversità, salvo poi dopo lamentarsi che la Comunità intesa come “casa comune” si sta svuotando? I lettori sono invitati a intervenire… (DP)

Rossella Tercatin

Si è protratta fino a tarda notte la riunione del Consiglio della Comunità ebraica di Milano, ma sui due principali punti all’ordine del giorno, gli sviluppi futuri del Talmud Torah comunitario e l’approvazione del verbale di giunta del 22 gennaio, contenente la proposta di concedere il patrocinio a una ricerca accademica, la seduta si è conclusa con un nulla di fatto.

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In un film i segreti degli ebrei di Nigeria

Sono tremila, sono di etnia Igbo ma si sentono ebrei figli di Gad, una delle dieci tribù perdute di Israele. Sono commercianti, architetti o impiegati e il sabato li trovi in sinagoga. Sono i protagonisti di “Re-emerging the Jews of Nigeria”, un film presentato ai festival di New York e Washington.

Misna – A raccontare alla MISNA del film e di questa minoranza pressoché sconosciuta nel mondo è il regista, Jeff Lieberman. Gli ebrei nigeriani li ha conosciuti bene, girando per mesi nella capitale Abuja, nel porto di Lagos o a Warri e Port Harcourt, le città petrolifere del Delta del Niger. “Sono convinti – spiega Lieberman – che gli Igbo discendano dalla tribù perduta di Gad, costretta a lasciare Israele dopo la conquista del regno da parte degli Assiri”.

Tanti auguri a chi?

L’esperimento scientifico socio-culturale di un iscritto che chiede lumi a 24 rabbini italiani su come comportarsi riguardo la spinosa questione dei matrimoni misti. Le risposte valgono più di 24 numeri speciali sul Rabbinato in Italia della Rassegna Mensile di Israel e dimostrano meno divisioni di quelle che appaiono all’esterno, sulle questioni cruciali.

Sandro Servi

Leggendo il giornale di una Comunità ebraica italiana mi sono imbattuto, qualche tempo fa, in una rubrica, intitolata “Auguri a…” in cui si fanno le felicitazioni per matrimoni, bar/bat mitzvà, nascite. Notando la nascita di ben tre bambini (due gemelli da un matrimonio e una bambina da un altro) e mi stavo rallegrando, visto che in quella Comunità le nascite raramente si contano in un anno con le dita di una mano, quando ho dovuto considerare che quei due matrimoni erano matrimoni misti in cui entrambe le madri non sono ebree, dunque anche i neonati non lo sono. Mi sono posto allora il problema dell’opportunità dell’iniziativa di pubblicare gli auguri per tali nascite in un giornale di una Comunità ebraica.

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“La Guerra del Libano dell’82 fu una “soluzione finale” del problema palestinese”

Luca Zevi si confessa con Matteo Di Figlia per la rivista Keshet. Difende il matrimonio ebraico (endogamia), ma sostiene che la dirigenza ebraica oggi sia integralista. Il diritto di Israele a esistere viene dalla Shoah. Un ebreo insomma che non ha ancora letto George Bensoussan (clicca qui)

Riguardo al dibattito su Israele nel corso della Prima Repubblica, mi racconta la sua esperienza a partire dal momento che ritiene più significativo?

Essendo nato nel mondo libero, mi considero membro della generazione forse più fortunata di quasi seimila anni di storia ebraica. È una generazione che nasce immediatamente dopo la Shoah, dunque in un’epoca nella quale le pulsioni antisemitiche sono forzatamente inibite: una specie di sospensione a fronte di quello che nessun negazionismo è riuscito finora a negare come il più spaventoso crimine della storia umana. Questo significa non avere mai sofferto, nel corso della mia vita, per il fatto di essere ebreo.

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Conversioni: Vivo per Israele e in Israele

Il giovane rabbino che ha aperto (qui) il dibattito che agita molti, risponde a Irene Kajon (qui). Più sotto trovate anche l’intervento di Donato Grosser.

Pierpaolo Pinhas Punturello

Sono assolutamente felice che la mia analisi sulla presenza dei gherim in Italia sia stata accolta dalla signora Kajon con rispetto e simpatia. Ripeto che però si trattava di una riflessione in quanto rabbino di Comunità e maestro e non era, la mia, una testimonianza del  percorso personale in quanto ebreo per scelta, testimonianza che a dirla tutta non è stata mai sofferta e non definirei neanche toccante. Ad ogni modo credo che le mie esperienze personali  rispetto al ghiur aiutino  poco nella valutazione del fenomeno che vorrei si affrontasse.  In definitiva io sono sì un ebreo per scelta, ma sono anche un rabbino che per tanti anni ha avuto l’onore e l’onere di servire una piccola ma significativa Comunità, quella di Napoli.

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Conversioni: Ma l’ebraismo non è solo religione!

Qualche nota all’articolo di Kolot di ieri (clicca qui)

Irene Kajon

Ho letto con grande interesse l’intervento di Pierpaolo Pinhas Punturello, apparso su Kolot il 30 maggio, riguardo alle persone che si convertono all’ebraismo: una testimonianza sofferta, toccante, che accolgo con rispetto e simpatia. Mi colpisce tuttavia il fatto che egli, in diversi punti del suo intervento, mostri di identificare semplicemente l’appartenenza all’ebraismo con l’appartenenza a una comunità religiosa, osservante delle Mitzvot, riunita in occasione delle feste.

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Mi scusi, ma che cognome strano, lei è ebreo?

I convertiti possono essere l’esatto contrario degli ebrei che si assimilano. Nei nomi e nei comportamenti.

Pierpaolo Pinhas Punturello

Basta sfogliare un semplice lunario, un qualsiasi calendario che riporti indirizzi, nomi di associazioni e comunità ebraiche e dei loro amministratori e rappresentanti per rendersi conto che al di là delle statistiche demografiche o proprio all’interno di queste, anche il piccolo ebraismo italiano sta cambiando ed è cambiato anche nella fisionomia dei propri cognomi.

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