Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Il pol.cor. anglosassone si diffonde anche nelle università italiane

Intervista al semiologo Ugo Volli. “Attenzione, il woke americano sta arrivando. Sorgono studi sul colonialismo e il gender e in molte facoltà italiane ora usiamo chiamarci collegh*”

Giulio Meotti

Ugo Volli

L’Università di Glasgow ha cancellato su pressione dei militanti woke una conferenza del celebre economista della London School of Economics Gregory Clark. La scorsa settimana Clark non ha potuto spiegare “Per chi suona la curva della campana” (questo il titolo del suo intervento) . Il riferimento alla poesia di John Donne non era il problema. L’allusione al lavoro di Charles MurrayRichard Hernstein, sì. “The Bell Curve”, il loro libro del  1994, rimane uno dei saggi più controversi mai pubblicati. I suoi critici, sebbene tendano a non averlo letto, insistono  che non solo sostiene, ma addirittura si rallegra  dell’idea che l’intelligenza sia determinata dalle origini etniche di una persona. E’ un malinteso che continua da oltre un quarto di secolo, e ogni discussione sul libro di solito finisce male. Così, quando il professor Clark ha accennato al lavoro nel titolo della conferenza, l’università gli ha chiesto di cambiarlo. “Ho avuto una riunione su Zoom di mezz’ora con il preside”, ha raccontato Clark. “Avrebbe riprogrammato la conferenza se avessi accettato di cambiare il titolo. Ho rifiutato”. E la conferenza è stata annullata. 

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Il caso Bartali, le reticenze di Yad Vashem e la crisi della Storia

“Libertà per la storia”. D’accordo. Ma per fare che?

David Bidussa

Di L’ossessione della memoria. Bartali e il salvataggio degli ebrei: una storia inventata, di Marco e Stefano Pivato (Castelvecchi editore) il rischio è che rimanga al centro della discussione la parte più scandalosa o l’aspetto più impressionistico: la vicenda dell’azione di Gino Bartali e dei documenti per il salvataggio degli ebrei a Firenze. Quello è certamente l’aspetto immediatamente più eclatante, ma non è quello centrale del libro. A mio avviso è il pretesto del libro. Ci tornerò tra poco, prima consideriamo la questione che ha appassionato e fatto discutere in queste settimane. Cominciamo dall’inizio.

L’inizio è che Stefano Pivato nel 2018 quella volta da solo, amplia un testo dal titolo Sia lodato Bartali (prima edizione: 1985), in cui si sofferma con molta attenzione sulla vicenda del salvataggio sostenendo la tesi della veridicità di quella storia che ha portato nel 2013 Il centro Yad Vashem di Gerusalemme a iscrivere Gino Bartali tra i giusti delle nazioni.

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L’abito fa il monaco?

Parashà di Tetzavvè – Purìm

Rav Scialom Bahbout

Quest’anno Purim a Yerushalaim cade di Shabbath Tezzavè: la lettura della Meghilà si fa il venerdì sia nella Diaspora che a Gerusalemme. Alla lettura della parashà settimanale a Gerusalemme aggiungeranno il brano che ricorda la battaglia che Giosuè conduce  contro ‘Amalek, che aveva aggredito senza alcun motivo la retroguardia affaticata e fragile del popolo ebraico appena uscito dall’Egitto. Questa “coincidenza” non è sporadica, ma avviene quasi ogni anno ed è spontaneo domandarsi se esista una relazione tra Tetzavè, Amalek e Purim.  Andiamo per ordine:

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La quinta mem di Purìm

Le maschere e lo strano rapporto con il carnevale

Rav Riccardo Di Segni

A Purim si usa mascherarsi, ma perché? Da dove origina questo uso? Sappiamo che tradizionalmente vi sono quattro precetti da osservare a Purim, ognuno dei quali inizia con la lettera mem: meghillà, la lettura della meghillàda fare la sera e la mattina; mattanòt la evionim, doni ai poveri, un dono ciascuno a due poveri differenti; mishloach manòt, invio di due alimenti a un amico; mIshtè, il banchetto, nel senso di un pasto in cui si abbonda con il cibo e soprattutto con il vino. A questi precetti si è aggiunta un’altra cosa, che non è un precetto, ma una consuetudine, quella di mascherarsi; maschera in ebraico si dice massekhà, e così abbiamo la quinta mem.

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“Amos Oz, un violento” La figlia Galia accusa

Fanno scalpore le parole contenute nel memoir appena uscito in Israele. Ma sua madre e i fratelli la smentiscono: “Padre attento e amorevole”

Sharon Nizza

“Un meraviglioso uomo di famiglia e un uomo di pace e moderazione”, così Fania, la figlia maggiore di Amos Oz, si separava dal padre, mancato nel 2018 a causa di un tumore. A sconvolgere l’immaginario collettivo di uno degli intellettuali israeliani più amati, noto in tutto il mondo per la sua prosa tradotta in trenta lingue e per l’impegno civile contro il fanatismo, è la secondogenita di Oz, Galia, 56 anni, anche lei scrittrice, che ha pubblicato un libro autobiografico, “Qualcosa travestito da amore”, in cui denuncia i “continui abusi, fisici e mentali”, subiti dal padre.

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Profanare il tempo per costruire il tempio?

Parashà di Terumà – Si può costruire il tabernacolo di shabbat?

Rav Scialom Bahbout

Il Signore parlò a Mose dicendo: parla ai figli d’Israele e prendano per me una offerta; prenderete la mia offerta da ogni persona il cui cuore lo spingerà a donare …. E faranno per me un Santuario …….  – tutto l’argomento dalla Menorà, al tavolo e all’altare, ai travi e alla tenda e alle cortine e a tutti gli oggetti del tabernacolo – che scopo hanno?

Hanno detto i figli di Israele di fronte al Signore:  Padrone del Mondo! i re delle nazioni hanno una tenda e un tavolo e una Menorà e un incensiere, e queste sono le insegne regali, perché ogni re ha bisogno di questo; e tu sei il nostro re, il nostro redentore e il nostro salvatore: non ci saranno davanti a te le insegne regali, in modo che tutti coloro che vengono al mondo riconoscano che tu sei il nostro re?

(Rispose il Signore) Figli mei, voi siete fatti di carne e sangue e avete bisogno di tutto questo, ma io non ho bisogno di tutto questo, perché davanti a me non c’è cibo, né bevanda e non ho bisogno di luce; e i miei servi lo dimostrano: la luna e il sole illuminano tutto il mondo e io li influenzo con la mia luce e li controllo per merito dei vostri padri.

I figli d’Israele hanno risposto al Signore: Padrone del Mondo! Noi non chiediamo dei padri – perché tu sei il nostro padre, perché Abramo non ci ha conosciuto e Israele non ci riconosce  (Isaia 63, 16).

Disse loro il Santo benedetto sia: allora, fate ciò che voi volete, ma fate le cose come io vi comando …… come è detto: “ Fate per me un santuario  … fate una Menorà ….. farai un tavolo…. farai un altare per accendere dell’incenso… (Midrash Agadà Terumà 27,1)

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Un ricordo di Rav Gershon Garelik z.tz.l.

Donato Grosser – New York – Mosaico

Sabato 13 febbraio è deceduto a Brooklyn rav Gershon Garelik. Il rabbino Garelik arrivò a Milano con la moglie Bassie, nel dicembre del 1958. Rav Garelik fu uno dei primi shelichìm inviati dal Rebbe Menachem Mendel Schneerson all’estero e venne a Milano a sostituire rav Mordechai Hakohen Perlow che aveva servito la comunità ashkenazita della città dal 1950 nella sinagoga di Via Cellini 2.

Rav Garelik era nato in Crimea il 14 maggio del 1932 (8 Yiar 5692), dove il padre era shalìach del Rebbe Yosef Yitzchak Schneerson, in uno dei periodi peggiori della dittatura stalinista. Il padre, rav Chaim Meir Garelik (con il figlio Gershon nella foto, da Beis Moshiach, n. 801), faceva parte di un gruppo di chassidìm che mandava i figli a studiare nelle yeshivot clandestine, nonostante i rischi di essere scoperti e esiliati in Siberia, o fucilati. Durante la Seconda Guerra Mondiale il giovane Gershon Garelik studiò nella yeshivà clandestina a Samarcanda nella classe di rav Michael Teitelbaum insieme con Berel Zaltzman che in un suo libro descrisse le sue esperienze di quegli anni (Zaltzman, Hillel, Samarkand, New York, Chamah, 2015, p. 637). La vita sotto il regime di Stalin fece di questi giovani degli uomini di ferro, disposti a tutto pur di rimanere fedeli alla Torà.

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