Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Gli studenti musulmani di una scuola ebraica

In Inghilterra, la scuola primaria King David di Birmingham ha una cucina kasher, le celebrazioni di Hanukkà, ed un rabbino ortodosso che guida l’educazione religiosa – per alunni prevalentemente non ebrei

Aaron Drapkin

La scuola primaria King David è, per certi versi, una tipica scuola ebraica. Gli studenti imparano l’ebraico e recitano preghiere ebraiche ogni mattina. Celebrano le feste ebraiche, cantano canzoni ebraiche e mangiano i pasti cucinati in una cucina kasher. Ciò che la rende unica è che circa il 75% degli studenti è musulmano. King David si trova a Birmingham, la seconda città più grande della Gran Bretagna, e ha circa 250 studenti dai 3 agli 11 anni, l’età in cui praticamente tutti gli scolari britannici passano alla scuola secondaria. È l’unica scuola ebraica nel giro di almeno 100 miglia, in una città che ospita solo 2.000 ebrei, una frazione significativa dei quali non pratica.

Nonostante i suoi piccoli numeri oggi, Birmingham ha una delle più antiche comunità ebraiche nel Regno Unito, ed è presente in città sin dai primi del 1700. In quel periodo, Birmingham era una destinazione attraente per gli ebrei europei in fuga dalle persecuzioni nel continente; la chiesa aveva relativamente poca influenza qui, rendendo la città popolare nei confronti dei non conformisti di tutti i credi. Più ebrei arrivarono in Gran Bretagna durante il 1800 e la comunità di Birmingham continuò a crescere – anche se non così rapidamente come le comunità del nord e del sud, gonfiate dai migranti che cercavano di raggiungere l’America via Liverpool o Londra spesso per rimanere senza soldi prima di potervi arrivare.

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Yossi Klein Halevi: «Tra gli Ortodossi la povertà come scelta per studiare la Torah ma ora Israele ha bisogno di un rapporto nuovo»

Lo scrittore Yossi Klein Halevi, cresciuto a Brooklyn e immigrato a Gerusalemme nel 1982: «Gli ultraortodossi, nella loro stretta osservanza, cercano di preservare l’era rabbinica, quella dell’esilio, ricca di saggezza. Adesso rischiano però di bloccare l’innovazione religiosa e intellettuale»

È cresciuto in una famiglia ortodossa, senza l’ultra. Scuola religiosa e amici in un quartiere di Brooklyn «che mio padre, sopravvissuto all’Olocausto, aveva scelto perché ci abitavano già dei conoscenti. Eravamo “ortodossi moderni”: profondamente immersi nella tradizione e allo stesso tempo nella vita corrente. In questo senso la mia educazione è stata unica: ho avuto la possibilità di scoprire gli haredim dall’interno restando un osservatore esterno». Yossi Klein Halevi è immigrato in Israele nel 1982, dove ha continuato a meditare su come l’ebraismo possa integrarsi con la modernità, aprirsi al pluralismo religioso. Sono i temi che affronta con gli altri ricercatori e gli studenti dell’Istituto Shalom Hartman. Gli anni negli Stati Uniti gli hanno fatto conoscere «un ambiente ortodosso diverso, la gente non si era ancora ripresa dall’Olocausto, non era particolarmente devota, c’era molta rabbia rivolta verso Dio. Ma voleva rivitalizzare le comunità distrutte, per onorare la memoria dei genitori e per il bene dei figli. Anche se vivo a Gerusalemme, da allora ho avuto pochi contatti con il mondo ultraortodosso: più gli haredim hanno avuto successo nel loro progetto di rinascita, più ho percepito che innalzavano muri. Ho sempre sentito comunque il bisogno di proteggerli: in un periodo di attacchi crescenti fuori da Israele contro gli ebrei, sono i più visibilmente ebrei e quindi vulnerabili. Studio lo hassidismo e amo la musica hassidica. Da una certa distanza». Da una certa distanza e con diffidenza (reciproca). Così il resto degli israeliani convive con gli haredim, che in ebraico significa «coloro che tremano davanti alla parola di Dio». Una separazione in casa che si è evidenziata durante la crisi sanitaria causata dal Covid-19: il virus è dilagato nelle città e nelle aree a maggioranza ultraortodossa, sotto accusa sono finiti i rabbini che non volevano fermare gli studi nelle yeshiva. 

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Certe cose non si dimenticano mai

“I miei poveri e tristi tefillìn erano pieni di una muffa malefica, bianca e puzzolente.”

Yair Agmon

Venti anni e due mesi fa, arrivato a 13 anni, ricevetti da mia madre il mio primo paio di tefillìn. Nella casa dove sono cresciuto non c’era un padre, e allora un caro amico di mia madre, si chiamava Yehoshafàt, mi insegnò come si mettono i tefillìn e come si benedice su di essi. Mi ricordo di questo giorno, la sua casa era bella, silenziosa, gerosolimitana e piena di libri, e quando entrai mi tremavano le gambe dall’emozione. Che follia i tefillìn, quanto è privo di senso legarsi delle strisce di pelle animale sulla testa e sul braccio e ciò nonostante questa follia commuove, qualcosa di questa fisicità viene sentita come giusta. È difficile spiegarlo, esprimerlo, non ci provo nemmeno.

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Un dizionario dell’Ebraismo per conoscere meglio la più antica delle religioni monoteiste

Massimiliano Palmesano

Con il termine “Ebraismo” si indica la vita religiosa di Israele, il popolo eletto da Dio secondo l’Antico Testamento: ora è possibile approfondirne le caratteristiche e la storia grazie alla pubblicazione del primo volume del “Dizionario dell’Ebraismo (A-I)” (Jaca Book, 460 pagine, 50 euro) a cura di Mircea Eliade, ritenuto il più grande storico delle religioni del ’900. Nel volume la storia multimillenaria della tradizione religiosa che si richiama ad Abramo viene presentata in modo globale, in tutte le sue diramazioni e componenti, dall’epoca remota in cui nacque la narrazione della creazione e di Adamo ed Eva fino ai giorni nostri.

L’Ebraismo, in tutte le sue varietà, designa lo stile di vita seguito dal popolo ebraico per circa tremilatrecento anni, da quando cioè – secondo la tradizione – Dio scelse Abramo, il padre di Israele, fra tutte le nazioni. La religiosità ebraica comporta l’osservanza rigorosa della Torah, parola che significa “insegnamento” e che si riferisce all’insieme della Bibbia ebraica, ma soprattutto al Pentateuco, ossia i primi cinque libri. La Torah si presenta in due forme, una scritta e l’altra orale, derivate dall’alleanza che Jaweh stabilì con il popolo di Israele attraverso Mosè, in un’epoca che secondo gli storici sarebbe collocabile intorno al 1200 a.C.

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Rambàm a confronto con Rambàn

Aspetti problematici nell’opera maimonidea e l’approccio di Nahmanide

Ariel Di Porto*

Spesso, semplicisticamente, si è portati a contrapporre Rambam e Ramban come i rappresentanti maggiormente significativi di due mondi contrapposti, la filosofia e la qabalah. Forse, sostiene Septimus, può esserci anche la tentazione di una paranomasia contrarium: trasformando una mem in una nun, ci troviamo catapultati in un universo completamente diverso! L’indagine dell’atteggiamento di Ramban nei confronti di Rambam mostrerà che la contrapposizione è molto meno acuta di quanto si possa immaginare. Piuttosto, in via preliminare, è possibile affermare che Ramban sintetizzi nelle proprie opere le tre principali visioni del mondo che sino ad allora erano rimaste separate nell’esposizione talmudica, in quella filosofica e in quella mistica. Negli ultimi decenni gli studiosi hanno investigato a fondo il pensiero nahmanideo, presentando un quadro estremamente composito. Si rimanda in merito alla bibliografia curata da E. Kanarfogel, che sebbene risalga ormai a venticinque anni fa, mostra gli indirizzi degli studiosi sull’opera di Ramban nei diversi ambiti. 

Rambam era il figlio dell’età dell’oro del pensiero andaluso, Ramban invece fiorisce nel clima culturale dell’Europa cristiana. Sebbene abbia sviluppato una serie di dottrine significative, non sarebbe corretto rapportarsi a Nahmanide come a un filosofo, dal momento che non si è mai cimentato nella scrittura di un’opera filosofica sistematica. Il genere letterario in cui ha eccelso è infatti il commento, e dai suoi commenti è possibile ricostruire il suo pensiero, senza tuttavia pretenderne di ricavarne delle teorie globali. Probabilmente questa apparente difficoltà è parte integrante del modo di procedere di Ramban, che affronta un problema alla volta, senza dare mai l’impressione di voler costruire un quadro completo e coerente. Considerare il suo pensiero come una reazione al pensiero di Rambam, con la conseguente costruzione di un modello alternativo sarebbe un approccio semplicistico, che non renderebbe giustizia al valore di Nahmanide, e non terrebbe conto dell’eclettismo costitutivo che caratterizza la sua opera. Con il lavoro di Ramban sotto molti punti di vista viene aperta la strada alla modernità e vengono fissate le categorie che avrebbero fatto da sfondo allo sviluppo del pensiero ebraico nei cinque secoli successivi. 

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Adriano Olivetti è di nuovo giornalista, fu espulso dall’Ordine perché ebreo

È stato direttore della rivista «Tecnica ed Organizzazione»: nel ‘38 l’espulsione dall’Ordine del Piemonte per le leggi razziali

Paolo Morelli

Nel gennaio del 1937 uscì il primo numero di Tecnica ed Organizzazione, rivista periodica edita dalle Edizioni di Comunità, voluta da Adriano Olivetti per dibattere sui temi e le problematiche più importanti dell’industria che, all’epoca, cercava di affermarsi sui mercati internazionali. Con diversa periodicità, questa pubblicazione proseguì fino al 1958 (gli archivi sono alla Fondazione Adriano Olivetti), ma c’è una storia in particolare legata a questo giornale. Fra i diversi direttori che si sono alternati alla sua guida ci fu anche lo stesso Olivetti, che risultò iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, nell’elenco speciale, fino al 1938. Quell’anno, infatti, fu espulso, insieme a tanti altri, a causa delle Leggi razziali, in quanto ebreo. 

Gli espulsi illustri

L’elenco è piuttosto nutrito ed è stato elaborato dalla Fondazione Paolo Murialdi, dopo aver concluso un’altra ricerca sui giornalisti caduti nella Prima guerra mondiale. Fra gli espulsi più illustri c’è anche Adriano Olivetti, celebrato e considerato tra le menti più importanti della storia recente del nostro Paese, che proprio questo Paese emarginò per motivi razzisti. L’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, due giorni fa, ha deliberato il reintegro di Olivetti e degli altri, sulla base della lista elaborata dalla Fondazione Murialdi, un gesto simbolico con un grande significato politico. Anche il Lazio ha fatto lo stesso con la propria lista. «È importante che a Roma la Fondazione Murialdi e a Torino il Centro Pestelli — commenta il presidente dell’Ordine piemontese, Alberto Sinigaglia —, oltre alla storia del giornalismo, studino quanto è capitato ai giornalisti come cittadini: caduti da soldati nella Grande Guerra; licenziati, picchiati, arrestati, deportati durante il fascismo. È giusto rendere loro onore prescindendo dai ruoli. È bene farlo nel 2020, quando speravamo sepolto per sempre il razzismo e l’odio antiebraico, che invece riappare in Europa e persino in America». Anche le altre sezioni regionali dell’Ordine potrebbero seguire l’esempio. «È bello ricordare che uno dei cacciati dall’Albo, Adriano Olivetti, era un grande italiano che, tra tanti meriti, ebbe anche quello di fondare L’Espresso, un settimanale-scuola, ideato e diretto da Arrigo Benedetti, maestro di giornalismo politico e di inchiesta». 

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Cinema d’Israele, racconto identitario

Sarah Kaminski

In questi giorni di riaperture e di ripartenze il settore culturale si interroga sul suo futuro: quando potranno riaprire i cinema, i teatri, le sale concerti, i musei? Al momento non sono in cima all’agenda del governo, ma non possiamo permetterci di dimenticarli, di lasciarli indietro. La produzione culturale è parte della nostra identità, racconta chi siamo stati, cosa siamo oggi e chi saremo domani. E per questo, nei giorni in cui festeggiamo il 72esimo compleanno d’Israele, vorrei dedicare un pensiero al cinema israeliano e alla sua storia, profondamente legata alla nascita del giovane Stato.

La genesi del cinema israeliano va ricercata negli anni precedenti alla fondazione dello Stato, in quanto tutte le istituzioni, dall’Accademia fino ai supermercati cooperativi furono creati sotto il Mandato Britannico (1920-1947). Tra le prime strutture dal carattere solidale e nazionale ricordiamo la Kuppat Holim (Cassa dei Malati), un servizio di assistenza medica e sanitaria ideato e realizzato nel 1911 da Berl Katznelson, uno dei padri fondatori del Sionismo. Nel 1920 fu fondata la società Solel Bone, azienda di costruzioni attiva nel settore pubblico e privato e nel 1923, Pinhas Rotenberg, militante tra le fila dei gruppi armati di Zeev Jabotinsky, istituì la prima centrale Elettrica in Eretz Israel, aiutato dalla famiglia Rothschild e appoggiato dal ministro inglese alle Colonie, Winston Churchill.

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