Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Spigolature da Roma. Lo Shibolè ha-leqet

Rav Ariel Di Porto

Non è un mistero che la presenza ebraica a Roma sia antichissima. La leggenda vuole che quattro famiglie vennero esiliate a Roma da Tito ai tempi della distruzione del secondo Tempio. A una di queste famiglie, quella degli Anawim (dei Mansi), apparteneva uno dei più illustri rabbini romani, Zidqià ben Avraham ha-rofè (XIII sec.), autore dello Shibolè ha-leqet, opera halakhica, fra le prime del genere in Italia, nella quale vengono illustrate, fra le numerose norme, usanze ancora oggi praticate dagli ebrei romani. Il fratello dell’autore, Biniamin, uno dei maggiori dotti romani del suo tempo, si distinse per le sue conoscenze filosofiche, matematiche e astronomiche, e fu autore di vari componimenti poetici recitati nel rito romano e ashkenazita. Alla stessa famiglia apparteneva anche Natan ben Yechiel, che nell’XI secolo scrisse l’Arukh, una grandiosa opera lessicografica sulla letteratura postbiblica, che diede all’autore ampia fama e funse da base per i lessici talmudici successivi.  

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Intervista ad Asa Kasher: “Senza leader disastro globale”

Fiamma Nirenstein

Quando il mondo è scosso alle fondamenta da eventi che implicano la ferocia dell’uomo contro l’uomo,non si sa che fare, non si sa che cosa pensare. Un faro di saggezza e anche, come capita ai giusti, di motivato scetticismo, è Asa Kasher, professore emerito di Etica e Filosofia all’Università di Tel Aviv, membro dell’Accademia d’Europa di Arti e Scienze, e famoso autore del Codice Etico delle Forze di Difesa israeliane. Abbiamo lavorato insieme a un libro sull’emigrazione. Ma adesso siamo ben oltre quella barriera che sembrava invalicabile, abbiamo visto scene di fuga e terrore molto al di là della tragedia quotidiana: scene di orrore. 

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L’incredibile storia di Roberta Ascarelli: tra i fratelli Grimm, Napoli e l’ebraismo

Le origini tedesche, gli studi per riconnettersi alle vicende della propria famiglia. La nobiltà napoletana e il rapporto con la città (a partire dal calcio). Colloquio con la professoressa di Letteratura tedesca all’Università di Siena

Francesco Palmieri

Talvolta l’imprevedibile macchina centrifuga che noi con familiarità chiamiamo Storia scompone e ricompone – basta che ne abbia il tempo – stirpi e linguaggi, uomini e donne, terre e mari con esiti tanto più riusciti quanto più inverosimili. Se lei non fosse persona di provata serietà (dunque anche molto affabile), fatichereste a credere alla vicenda familiare di Roberta Ascarelli, ordinario di Letteratura tedesca all’Università di Siena e docente di Letteratura ebraica contemporanea presso il Diploma di studi ebraici dell’Ucei, già presidente dell’Istituto italiano di studi germanici dal 2015 al 2019. Forse perché discende dai fratelli Jacob e Wilhelm Grimm, insuperabili raccoglitori di fiabe; forse perché è arduo pensare a un amore inestirpabile per la Germania che si ravviva subito dopo l’ultima guerra mondiale nel connubio con una famiglia ebrea che aveva acquisito un titolo di nobiltà nella Spagna del 1275, con lo stemma araldico (o cabalistico) dove campeggiano un leone, una torre, la luna, effigiati nell’anello che la professoressa Ascarelli porta ancora; forse perché è bizzarro immaginare che questa corsa dispari di genealogie distanti finisca per discendere a Napoli, dove la memoria della famiglia Ascarelli è consacrata nel reparto più emotivo della città. Quello del calcio. Perché fu Giorgio, zio di Roberta, a fondare nel 1926 la squadra azzurra e a diventarne il primo presidente.

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Il patto e i rischi: gli ammonimenti e le promesse

Parashàt di Ki Tavò 

Rav Scialom Bahbout

Quali sono i rischi cui andrà incontro il popolo ebraico qualora non osservasse il patto stipulato con il Signore ai piedi del Monte Sinai? Troviamo la risposta nelle Tochachot (ammonimenti) di Bekhukkotai (Levitico cap. 26) e di Ki tavò(Deuteronomio cap. 28): La prima versione contiene ammonimenti agghiaccianti e spaventosi, la seconda annuncia disgrazie  da incubo, tanto da essere state interpretate come una descrizione realistica degli eventi accaduti durante la Shoà. 

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I diritti degli animali e i doveri dell’uomo

All’amico carissimo Massimo Ghedalia ben Daniel Pieri z.l., amante del popolo d’Israele, per i percorsi e i progetti che abbiamo condiviso in questo come in altri temi Mino

Parashà di Ki Tetzè

Rav Scialom Bahbout

Uno degli argomenti più noti ed ampiamenti discussi di questa parashà è lo “Shillùach ha- ken”  – l’invio del nido ”:  Se trovi davanti a te, per via, su un albero o per terra, un nido d’uccello con gli uccellini o con le uova, mentre la madre giace sugli uccellini o sulle uova, non prenderai la madre con i figli, lascia andar via la madre e prenditi i figli affinché tu sia felice e prolunghi i tuoi giorni (Deut. 22: 6-7)

La Torà dedica varie mizvoth al rapporto tra l’uomo e gli animali in questa e in altre parashòt. Tra queste, la più simile a questa mizvà per il contenuto, è l’ordine di non macellare nello stesso giorno la madre e il figlio: Il Signore parlò a Mosè dicendo: quando nasce un agnello o un capretto, per sette giorni rimarrà sotto sua madre e dall’ottavo giorno in poi sarà gradito come sacrificio al Signore. Quanto al bue e all’agnello, lui e il suo piccolo non li dovrete scannare nello stesso giorno. (Levitico 22: 26 – 27).

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Per servire e per custodire

Parashà di Shofetìm – L’ambiente e l’immagine distorta sulla posizione ebraica

Rav Scialom Bahbout

La parashà di Mishpatim, nel definire le leggi della guerra, stabilisce una norma apparentemente minore che è diventata molto importante in questo tempo. In una campagna militare durante l’assedio di una città viene data questa norma: Quando assedi per lungo tempo una città, combattendo contro di essa per conquistarla, non distruggere i suoi alberi abbattendo la scura su di essi. Da essi mangerai frutti. Non tagliarli, perché l’albero del campo è forse un uomo che venga a mettere un assedio contro di te? Tuttavia, puoi abbattere alberi che sai non essere alberi da frutto e usarli per costruire fortificazioni finché la città in guerra con te non cade. (Deuteronomio 20:19-20).

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Gli angeli possono aspettare

Parashà di Reè

Rav Scialom Bahbout

La parashà di Reè comprende una serie di precetti che riguardano la vita sociale ed economica che hanno in sostanza lo scopo di porre dei limiti all’idea della proprietà mediante un processo educativo che tocca diversi aspetti della vita dell’uomo e diversi momenti dell’anno. A parte la decima che spettava al Levita che non aveva campi da seminare, il processo educativo passa attraverso quattro istituzioni e norme nel corso dei sette anni previsti per l’anno sabbatico:

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