Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Un dizionario dell’Ebraismo per conoscere meglio la più antica delle religioni monoteiste

Massimiliano Palmesano

Con il termine “Ebraismo” si indica la vita religiosa di Israele, il popolo eletto da Dio secondo l’Antico Testamento: ora è possibile approfondirne le caratteristiche e la storia grazie alla pubblicazione del primo volume del “Dizionario dell’Ebraismo (A-I)” (Jaca Book, 460 pagine, 50 euro) a cura di Mircea Eliade, ritenuto il più grande storico delle religioni del ’900. Nel volume la storia multimillenaria della tradizione religiosa che si richiama ad Abramo viene presentata in modo globale, in tutte le sue diramazioni e componenti, dall’epoca remota in cui nacque la narrazione della creazione e di Adamo ed Eva fino ai giorni nostri.

L’Ebraismo, in tutte le sue varietà, designa lo stile di vita seguito dal popolo ebraico per circa tremilatrecento anni, da quando cioè – secondo la tradizione – Dio scelse Abramo, il padre di Israele, fra tutte le nazioni. La religiosità ebraica comporta l’osservanza rigorosa della Torah, parola che significa “insegnamento” e che si riferisce all’insieme della Bibbia ebraica, ma soprattutto al Pentateuco, ossia i primi cinque libri. La Torah si presenta in due forme, una scritta e l’altra orale, derivate dall’alleanza che Jaweh stabilì con il popolo di Israele attraverso Mosè, in un’epoca che secondo gli storici sarebbe collocabile intorno al 1200 a.C.

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Rambàm a confronto con Rambàn

Aspetti problematici nell’opera maimonidea e l’approccio di Nahmanide

Ariel Di Porto*

Spesso, semplicisticamente, si è portati a contrapporre Rambam e Ramban come i rappresentanti maggiormente significativi di due mondi contrapposti, la filosofia e la qabalah. Forse, sostiene Septimus, può esserci anche la tentazione di una paranomasia contrarium: trasformando una mem in una nun, ci troviamo catapultati in un universo completamente diverso! L’indagine dell’atteggiamento di Ramban nei confronti di Rambam mostrerà che la contrapposizione è molto meno acuta di quanto si possa immaginare. Piuttosto, in via preliminare, è possibile affermare che Ramban sintetizzi nelle proprie opere le tre principali visioni del mondo che sino ad allora erano rimaste separate nell’esposizione talmudica, in quella filosofica e in quella mistica. Negli ultimi decenni gli studiosi hanno investigato a fondo il pensiero nahmanideo, presentando un quadro estremamente composito. Si rimanda in merito alla bibliografia curata da E. Kanarfogel, che sebbene risalga ormai a venticinque anni fa, mostra gli indirizzi degli studiosi sull’opera di Ramban nei diversi ambiti. 

Rambam era il figlio dell’età dell’oro del pensiero andaluso, Ramban invece fiorisce nel clima culturale dell’Europa cristiana. Sebbene abbia sviluppato una serie di dottrine significative, non sarebbe corretto rapportarsi a Nahmanide come a un filosofo, dal momento che non si è mai cimentato nella scrittura di un’opera filosofica sistematica. Il genere letterario in cui ha eccelso è infatti il commento, e dai suoi commenti è possibile ricostruire il suo pensiero, senza tuttavia pretenderne di ricavarne delle teorie globali. Probabilmente questa apparente difficoltà è parte integrante del modo di procedere di Ramban, che affronta un problema alla volta, senza dare mai l’impressione di voler costruire un quadro completo e coerente. Considerare il suo pensiero come una reazione al pensiero di Rambam, con la conseguente costruzione di un modello alternativo sarebbe un approccio semplicistico, che non renderebbe giustizia al valore di Nahmanide, e non terrebbe conto dell’eclettismo costitutivo che caratterizza la sua opera. Con il lavoro di Ramban sotto molti punti di vista viene aperta la strada alla modernità e vengono fissate le categorie che avrebbero fatto da sfondo allo sviluppo del pensiero ebraico nei cinque secoli successivi. 

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Adriano Olivetti è di nuovo giornalista, fu espulso dall’Ordine perché ebreo

È stato direttore della rivista «Tecnica ed Organizzazione»: nel ‘38 l’espulsione dall’Ordine del Piemonte per le leggi razziali

Paolo Morelli

Nel gennaio del 1937 uscì il primo numero di Tecnica ed Organizzazione, rivista periodica edita dalle Edizioni di Comunità, voluta da Adriano Olivetti per dibattere sui temi e le problematiche più importanti dell’industria che, all’epoca, cercava di affermarsi sui mercati internazionali. Con diversa periodicità, questa pubblicazione proseguì fino al 1958 (gli archivi sono alla Fondazione Adriano Olivetti), ma c’è una storia in particolare legata a questo giornale. Fra i diversi direttori che si sono alternati alla sua guida ci fu anche lo stesso Olivetti, che risultò iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, nell’elenco speciale, fino al 1938. Quell’anno, infatti, fu espulso, insieme a tanti altri, a causa delle Leggi razziali, in quanto ebreo. 

Gli espulsi illustri

L’elenco è piuttosto nutrito ed è stato elaborato dalla Fondazione Paolo Murialdi, dopo aver concluso un’altra ricerca sui giornalisti caduti nella Prima guerra mondiale. Fra gli espulsi più illustri c’è anche Adriano Olivetti, celebrato e considerato tra le menti più importanti della storia recente del nostro Paese, che proprio questo Paese emarginò per motivi razzisti. L’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, due giorni fa, ha deliberato il reintegro di Olivetti e degli altri, sulla base della lista elaborata dalla Fondazione Murialdi, un gesto simbolico con un grande significato politico. Anche il Lazio ha fatto lo stesso con la propria lista. «È importante che a Roma la Fondazione Murialdi e a Torino il Centro Pestelli — commenta il presidente dell’Ordine piemontese, Alberto Sinigaglia —, oltre alla storia del giornalismo, studino quanto è capitato ai giornalisti come cittadini: caduti da soldati nella Grande Guerra; licenziati, picchiati, arrestati, deportati durante il fascismo. È giusto rendere loro onore prescindendo dai ruoli. È bene farlo nel 2020, quando speravamo sepolto per sempre il razzismo e l’odio antiebraico, che invece riappare in Europa e persino in America». Anche le altre sezioni regionali dell’Ordine potrebbero seguire l’esempio. «È bello ricordare che uno dei cacciati dall’Albo, Adriano Olivetti, era un grande italiano che, tra tanti meriti, ebbe anche quello di fondare L’Espresso, un settimanale-scuola, ideato e diretto da Arrigo Benedetti, maestro di giornalismo politico e di inchiesta». 

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Cinema d’Israele, racconto identitario

Sarah Kaminski

In questi giorni di riaperture e di ripartenze il settore culturale si interroga sul suo futuro: quando potranno riaprire i cinema, i teatri, le sale concerti, i musei? Al momento non sono in cima all’agenda del governo, ma non possiamo permetterci di dimenticarli, di lasciarli indietro. La produzione culturale è parte della nostra identità, racconta chi siamo stati, cosa siamo oggi e chi saremo domani. E per questo, nei giorni in cui festeggiamo il 72esimo compleanno d’Israele, vorrei dedicare un pensiero al cinema israeliano e alla sua storia, profondamente legata alla nascita del giovane Stato.

La genesi del cinema israeliano va ricercata negli anni precedenti alla fondazione dello Stato, in quanto tutte le istituzioni, dall’Accademia fino ai supermercati cooperativi furono creati sotto il Mandato Britannico (1920-1947). Tra le prime strutture dal carattere solidale e nazionale ricordiamo la Kuppat Holim (Cassa dei Malati), un servizio di assistenza medica e sanitaria ideato e realizzato nel 1911 da Berl Katznelson, uno dei padri fondatori del Sionismo. Nel 1920 fu fondata la società Solel Bone, azienda di costruzioni attiva nel settore pubblico e privato e nel 1923, Pinhas Rotenberg, militante tra le fila dei gruppi armati di Zeev Jabotinsky, istituì la prima centrale Elettrica in Eretz Israel, aiutato dalla famiglia Rothschild e appoggiato dal ministro inglese alle Colonie, Winston Churchill.

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Gli ebrei non dovrebbero sentirsi come marrani nel proprio paese

Rav Chaim Navòn

Il capitano, rabbino e dottore Simcha Goldman ha prestato servizio nell’aeronautica militare degli Stati Uniti come psicologo clinico. Nel 1981 il comandante gli ordinò di togliere la kippà, perché contraria alle ordinanze dell’abbigliamento militare. Goldman si rivolse al tribunale. Dopo lunghe udienze la Corte suprema degli Stati Uniti stabilì di vietare la kippà a Goldman. Ogni soldato deve sottomettere le sue scelte e le sue preferenze alle ordinanze militari, soldati osservanti compresi.

Il filosofo ebreo-americano Michael Sandel criticò ferocemente questa sentenza sostenendo che riflettesse una incomprensione profonda di che cosa fosse la fede religiosa. L’obbedienza delle persone osservanti ai precetti religiosi non è la preferenza di un particolare stile di vita. Alla luce della loro fede, queste persone sono obbligate ad obbedire a quei precetti e questo va preso in considerazione. Alla fine il Congresso americano cambiò la legge permettendo ai soldati osservanti di indossare “indumenti religiosi”. Tuttavia sembra che non sia stata ancora trovata una soluzione alla mancata comprensione sostanziale della vita religiosa, perlomeno in Israele.

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Gli ebrei non ebrei aedi del futuro

Mentre c’è qualcuno che continua a imporci dei non-ebrei filosemiti come “ebrei non-ebrei”, Ferretti ci mostra un’altra accezione del termine: ebrei che rinnegano la loro religione d’origine

Niram Ferretti – Caratteri Liberi

Il radicalismo antiebraico che viene dagli ebrei è una di quelle patologie con cui è necessario fare i conti, e per le quali, purtroppo, non esiste alcuna cura. Chi, come Karl Marx ritrae nella Questione ebraica del 1844, l’ebraismo sotto il sembiante della religione del denaro la cui dissoluzione potrà servire solo la buona causa della società disalienata, è un celebre esempio di quell’odio per la storia e la tradizione che anima nel profondo i fautori progressisti del Nuovo Mondo che verrà una volta che quello vecchio sarà stato distrutto.

Nipote di due rabbini ortodossi, Marx getta alle ortiche insieme all’”oppio” religioso i panni obsoleti della sua stessa genealogia. Il passato, con tutto il proprio ingombrante peso di cultura e appartenenza a una comunità, a un popolo e a una religione, è orrendo. Splendido è solo il futuro, il domani in cui l’uomo sarà pienamente Uomo e niente più di quello. E’ la linea di pensiero che ritroveremo nel lavoro di un altro pensatore ebreo marxista, Isaac Deutscher, il quale, in un suo saggio del 1954 dal titolo emblematico, L’ebreo non ebreo, spiegherà la necessità di liberarsi di questo ingombrante carapace.

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COVID-19, l’ebraismo charedì e il pensiero “magico”

Durante il lock-down noi giudichiamo gli ultraortodossi per aver messo in pratica quello che altri ebrei in realtà predicano

Shaul Magid

Ad una conferenza accademica alcuni anni fa ho ascoltato la seguente barzelletta raccontata dal filosofo Slavoj Zizek: Uno studente andò a casa del suo professore di filosofia per una visita. Mentre bussava alla porta d’ingresso, notò che c’era un ferro di cavallo appeso sopra il frontespizio. Quando il professore andò ad aprire, lo studente gli disse: “Caro professore, perché ha un ferro di cavallo appeso sopra la sua porta? Tutto ciò che ci ha insegnato sembra intendere che credere in queste cose sia senza senso.” Il professore rispose: “Oh sì, di certo non credo in nulla di simile. Ma pare che funzioni anche se non ci credi.

Ho pensato a questa barzelletta mentre leggevo i numerosi saggi relativi alle reazioni al coronavirus degli ebrei charedi, od ultra-ortodossi. Sono stati fatti molti tentativi per cercare di capire, e spesso criticare, la mancanza di senso pratico da parte della comunità charedi nel chiudere le yeshivot, mettere in atto il distanziamento tra persone e prestare ascolto ai consigli medici. Sono state fornite molte ragioni per cui ciò sia avvenuto, alcune più convincenti di altre. Alcuni attribuiscono le loro azioni a sottese credenze nel carattere protettivo dello studio della Torà, altri alla forte propensione al culto religioso collettivo. Spesso troviamo commenti, spesso provenienti da ambienti modern orthodox, che queste credenze siano così radicate nel mondo charedi al punto da avere minato la loro capacità di tener conto della scienza. Altri sostengono che la mancanza di educazione scientifica degli charedim li ha resi impreparati a comprendere cosa fosse in gioco.

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