Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

La comunità di Israele

Rav Chaim Navòn

In America esistono le comuni, una specie di kibbutz. L’antropologo Richard Sosis ha condotto uno studio sulla storia di 200 comuni fondate negli Stati Uniti nel XIX secolo. Ha studiato quali di loro si sono sciolte con facilità e quali hanno invece resistito di più. Sosis ha scoperto che a vent’anni dalla fondazione era sopravvissuto solo il 6% delle comuni laiche contro il 39% delle comuni religiose. Approfondendo l’argomento Sosis ha scoperto che la caratteristica di tutte le comuni di successo: più la comune esigeva sacrifici e sforzi dai propri membri, più le possibilità di sopravvivere erano alte. A volte le persone credono di cercare una comunità dalla quale possano ricevere qualcosa, ma in generale quello che veramente cercano è una comunità per la quale potersi sacrificare.

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Bufale e bolle, dalla Torà ai Social

Ariel Di Porto*

Sebbene il 2016 sia stato dichiarato dagli esperti degli Oxford Dictionaries, “the year of post-truth”, il 2020 rischia di superarlo. La Treccani definisce così la post-verità: argomentazione, caratterizzata da un forte appello all’emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere accettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica. Nelle settimane di quarantena per il coronavirus, forse perché miliardi di persone nel mondo si sono ritrovate a casa frequentando i social media, abbiamo sentito tutto e il contrario di tutto, tanto da far vacillare l’idea di verità in ciascuno di noi.

In realtà, come tutti sappiamo, le bufale e le notizie false sono sempre esistite. La donazione di Costantino e l’invasione aliena di New York annunciata per radio da Orson Welles nel 1938 sono esempi clamorosi di questo fenomeno. Spesso nella storia gli ebrei ne sono state vittime, considerati untori nel medioevo e alcuni secoli dopo protagonisti di un complotto mondiale volto ad assumere il dominio globale. Sebbene l’accusa del sangue sia stata smentita da vari papi, questo non ha impedito che molti continuassero a darle credito. 

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Inseguire il sogno di Israele, tra realtà e illusioni

David Zebuloni

L’“Alyià” dei giovani milanesi: un progetto di studio o lavoro. Che cosa attira in Israele i giovani ebrei italiani? Tante voci diverse aiutano a capirlo e a riflettere sul “nuovo sionismo”  dei millennials. Tra nostalgia, entusiasmi, prospettive di crescita

https://www.mosaico-cem.it/comunita/giovani/inseguire-il-sogno-di-israele-tra-realta-e-illusioni

Nell’ideale collettivo degli ebrei della diaspora, Israele è casa. Una casa lontana, talvolta pericolosa da visitare, da molti idealizzata, da altri criticata, ma pur sempre una casa. Così il popolo ebraico è stato educato nei secoli, così sono stati educati anche i giovani ragazzi delle Comunità ebraiche italiane; specie quelli che hanno preso parte ai vari movimenti giovanili ebraici locali nell’arco della loro adolescenza. Scopriamo tuttavia che ad attirare gli ebrei della generazione 2.0 nella “Terra del latte e del miele”, non è il latte e tanto meno il miele. Il sogno sionista nel tempo si è evoluto e insieme a esso si è evoluto il bisogno e l’interesse di arrivare in quella che da molti viene definita la Start-up Nation. Se prima ad attirare i giovani era il desiderio di rendere il deserto del Negev un’oasi abitabile, oggi sono le opportunità lavorative e la vita movimentata che Israele ha da offrire. Ci domandiamo dunque se il sionismo esista ancora nel 2020 e se esso basti a soddisfare i bisogni di chi, terminato il liceo, arriva in Israele in cerca di un futuro migliore. La doppia faccia della medaglia pone il giovane ebreo italiano a porsi delle domande che il nonno pioniere forse non si sarebbe mai posto. Rinunciare alla vita comunitaria per tuffarsi in una realtà più individualista? Lasciare il nucleo famigliare per riscoprire la propria indipendenza? Abbracciare una nuova lingua rinunciando così alla propria di origine? E l’ultima, la più difficile, la vita in Israele è un sogno o un’illusione?

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Un lavoro che non è fisico

Shalom Rosenberg

La ’avodàt Hashèm – culto divino, non è lavoro creativo, ma il simbolo dell’accettazione del giogo del cielo. La filosofia moderna vi si è ribellata perché non l’ha capito pienamente.

Ci separiamo dal libro di Vayikrà che ci ha presentato il sistema dei sacrifici e passiamo al libro di Bemidbàr che si occupa anch’esso delle regole del santuario. Questi temi ci sembrano oggi appartenere a un passato lontano. La nostra vita ebraica è guidata dal principio stabilito dai nostri Maestri: «Sostituiremo i tori con le nostre labbra» (Hoshèa’ 14, 3), che come spiegava rabbì Yehoshùa’ ben Levì: «Le preghiere sono state stabilite in corrispondenza dei sacrifici quotidiani» (TB Berakhòt 26b). La preghiera ha rimpiazzato i sacrifici e la recitazione dei brani relativi ai sacrifici sostituisce i sacrifici stessi. La preghiera è ’avodà shebalèv – il culto nel cuore. «Lo servirete con tutto il vostro cuore», questo principio fondamentale è radicato nell’Ebraismo sin dalla sua nascita. Il principio della preghiera e la sua ritualità sono un’aggiunta che sostituisce il culto nel santuario. La sinagoga è diventata un piccolo santuario.

Nel contesto dei sacrifici ricorre in continuazione una parola chiave: ’avodà – culto. Questa parola ha avuto un’importanza decisiva nel vocabolario sionista. Così nello slogan sionista-religioso Torà Va’avodà – Torà e lavoro, la ’avodà rappresentava l’idea della produttività che è alla base della redenzione del popolo sulla sua terra. Questo slogan ha rappresentato la fertile de-costruzione del detto classico dei Pirkè Avòt – Massime dei Padri: «Shim’òn il giusto… diceva che su tre cose il mondo si appoggia, sulla Torà, sulla ’avodà e sulle opere di bene». Nelle prossime righe vorrei ritornare invece al significato originale di questo detto, e cioè la ’avodà intesa come ’avodàt Hashèm – culto divino, una ’avodà che non si esprime nella produttività che vi è in esso, ma nella sua simbologia di accettazione del giogo divino.

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Le brutte amicizie di Hochhuth che scrisse “Il Vicario” sul silenzio di Pio XII

Dal sito cattolico Settimana News

Marcello Neri

Giovedì 14 maggio alcuni giornali hanno riportato la notizia che il giorno precedente era scomparso, all’età di 89 anni Rolf Hochhuth. Il drammaturgo tedesco aveva raggiunto fama mondiale con la sua prima opera, Der Stellvertreter. Ein christliches Trauerspiel  (Il vicario. Una tragedia cristiana). Rappresentata a Berlino nel febbraio 1963, fu subito importata nell’area anglofona, per venire poi tradotta in più di venti lingue. La persistenza del successo è dimostrata dal fatto che, nel 2002, il regista Costa-Gravas ne trasse la sceneggiatura di un film, Amen, che ebbe ampia risonanza mediatica, rilanciando nuovamente la notorietà dell’autore.

La trama e il contesto

In Italia l’opera suscitò un particolare clamore. Ne fu allestita una rappresentazione a Roma nel 1965, ma, dopo il debutto, la sala venne chiusa da un intervento della polizia. Come spiegò, rispondendo ad una interrogazione parlamentare, il ministro degli interni Paolo Emilio Taviani, essa violava il primo articolo del Concordato del 1929, che impegnava lo Stato a garantire il carattere sacro della città di Roma.

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Charedim Usa che donano il plasma: “Vogliamo salvare vite dopo contagio di massa”

Negli Stati Uniti gli ebrei ortodossi corrono in massa a donare il plasma dopo esser stati contagiati in gran numero dal Coronavirus. Una forte presa di coscienza dovuta proprio all’elevato tasso di contagio della comunità hassidica: oltre diecimilapotenziali donatori nella zona di Brooklyn a New Y0rk hanno letteralmente preso d’assalto le banche del sangue di New York e del New Jersey per poi passare a quelle della Pennsylvania e del Delaware, rispondendo prontamente alle richieste delle sinagoghe che hanno revocato anche le regole del Sabato, che impongono l’inattività ma non se se quello risulta l’unico giorno possibile per effettuare la donazione. New York è stata una delle città più ferocemente colpite nel mondo dal covid-19 e in particolare tra gli ebrei ortodossi di Brooklyn il contagio ha fatto registrare numeri impressionanti, con centinaia di morti e migliaia di contagi. Interi quartieri densamente abitati dagli hassidici come Williamsburg sono listati a lutto da settimane e i funerali, svoltisi spesso tra la folla nonostante le imposizioni del lockdown, hanno scatenato molte polemiche, in primis da parte del sindaco Bill De Blasio.Pubblicità

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Le relazioni tra Israele e Vaticano, questioni teologiche e politiche, di Nathan Ben Horin

Elena Lattes

Nato in Germania nel 1921 Nathan Ben Horin, fu costretto dal nazismo a fuggire in Francia dove finì la scuola superiore e si arruolò nella Resistenza all’indomani dell’occupazione tedesca. Nel 1944 riuscì ad arrivare nei territori sotto il Mandato Britannico, divenendo membro del kibbutz Degania bet. Combatté e fu gravemente ferito nella guerra d’indipendenza, poi completò gli studi universitari ed entrò al Ministero degli Esteri. Un po’ per lavoro, ma soprattutto per passione, ha seguito, durante tutta la sua carriera, l’evoluzione delle relazioni tra lo Stato pontificio e Israele, raccontata in un interessante volume recentemente pubblicato postumo dalla Panozzo Editore.

Con alcuni accenni biografici e molti riferimenti bibliografici e documentali, il libro ripercorre la storia dell’ultimo secolo, iniziando dall’atteggiamento della Santa Sede nei confronti del movimento sionistico. Un rapporto complesso, ma unico nel suo genere, soprattutto per la natura delle “entità in questione: da un lato ‘lo Stato degli ebrei’, democratico e non teocratico, ma legato da mille fili alla storia e alla tradizione ebraica. Dall’altro, il Vaticano, una chiara entità religiosa che esercita la propria sovranità su circa un miliardo di fedeli (…)”.

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