Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

È l’odio tra fratelli che porta alla schiavitù

Parashà di Mikkètz . Chanukkà

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – Milano

La lettura della Parashà di Mikketz, che si presenta sempre a Channukà dovrebbe certamente aiutarci a comprendere gli eventi storici ai tempi dei Chsahmonaim, ma c’è così tanto da fare e da vedere che rischiamo di trascurare le storie su Yosef, i sogni del Faraone e i ripetuti viaggi dei fratelli di Yosef in Egitto per procurarsi il cibo. Se leggiamo sommariamente la parashà, perdiamo il significato del calice “che appare stranamente” nel sacco di Binyamin, calice che Yosef, non riconosciuto dai propri fratelli, ordina al suo servo di mettere nel sacco dopo uno degli incontri con i fratelli in Egitto (Bereshit 44:2). Poco dopo (Bereshit 44:5), Yosef ordina ai suoi servi di inseguire i fratelli, accusandoli di aver rubato il calice che “usa per compiere la divinazione” (“nachesh yenachesh bo”). Questo fa eco ad un confronto simile avvenuto molti anni prima, quando Lavan accusò Yaakov di aver rubato i suoi idoli. Similmente a Yaakov che negò l’accusa di Lavan (Bereshit 31,32), dicendo che «chi scoprirai che li possiede non vivrà», non sapendo che Rachel li aveva presi, i fratelli di Yosef dicono (Bereshit 44,9): «Chi le ha con se morirà e il resto di noi diventerà vostri schiavi”. Yosef rimprovera i propri fratelli quando viene ritrovata la coppa, dicendo (Bereshit 44,15) “che cosa avete fatto? Non vi rendete conto che una persona come me poteva certamente indovinare attraverso la divinazione? (nachesh yenachesh ish asher kamoni).”

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Rav Arbib: Sull’antisemitismo troppo abbassata la guardia

Intervista. Il rabbino capo di Milano: una forma particolarmente preoccupante è quella che si maschera da antisionismo

Riccardo Maccioni

Mai dare niente per scontato. O abbassare la guardia. È necessario invece vigilare con attenzione, calibrare bene le parole, imparare a conoscersi in profondità, valorizzando le rispettive differenze. Ogni anno la Giornata del 17 gennaio punta proprio a questo, a sottolineare l’importanza del dialogo ebraico-cristiano, calandolo, anche, nell’attualità in cui si è immersi. Cioè oggi nuovamente pandemia, preoccupazione per la diffusione del contagio, rischio di chiusure. Un clima cui fa ampio riferimento il Messaggio della Commissione episcopale Cei per l’ecumenismo e il dialogo, in cui si evidenzia l’importanza che le religioni superino il rischio della «depressione» e «dell’autoreferenzialità difensiva» per rafforzarsi nell’impegnativo compito di generare speranza. Un invito fatto a partire dalla “Lettera agli esiliati”, in cui il profeta Geremia, recita il documento, sembra reinterpretare la condizione del popolo di Israele, «quasi si trattasse di un nuovo esodo». Popolo che «proprio in quella condizione drammatica» ritrova il senso della propria vocazione. 

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Il “vaccino” Torà

Rav Scialom Bahbout

In questo periodo di pandemia in cui ci avviciniamo alla fine del 2021 voglio ricordare due Maestri che sono stati punti di riferimento nella Comunità di Roma: il Morè Israel Cesare Eliseo z.l. e il rav Chaim Vittorio Della Rocca z.l., due importanti figure diverse per carattere ed esperienze. Ricordo due insegnamenti che confluiscono nella stessa direzione in questo momento. 

Rav Della Rocca in questo periodo dell’anno, quando entrava in classe, scriveva sulla lavagna. “Lo telekhù bechukot hagoi”  (non seguite le leggi dei gentili) riferendosi all’uso di costruire l’albero di Natale o festeggiare il Capodanno ecc; il Morè Eliseo z.l., allora direttore per l’insegnamento delle materie ebraiche nelle scuole di Roma, nel corso di una riunione sul ruolo dell’insegnamento dell’ebraismo nella scuola, affermò che, secondo lui, lo scopo dell’insegnamento era quello di “vaccinare” i ragazzi e fornire loro le difese necessarie per combattere l’assimilazione.  

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Una società più giusta parte dalla famiglia

Parashà di Vayèshev

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – Milano

La Mishnà in Pirke Avot (3:18) ci dice: “Egli [Rabbi Akiva] diceva: Amato è l’uomo che è stato creato a immagine di D-o. È un amore ancora più grande che gli sia stato fatto sapere che è stato creato a immagine di D-o”. Cosa significa questo? Immaginiamo un povero che ha un conto in banca con pochi soldi depositati. Non ha guardato se ha fatto soldi in trent’anni. Un giorno, un suo amico si reca di nascosto in banca e deposita un milione di euro sul suo conto. Il pover’uomo, tuttavia, non ha idea che il suo amico lo abbia appena reso milionario. Vaga ancora per le strade e indossa abiti sporchi. Non pensa mai di controllare il suo conto perché non sogna mai che qualcuno gli dia così tanti soldi. Quest’uomo è milionario? Non ha idea di avere i soldi, vive come un mendicante e continuerà a vivere come un mendicante per il resto della sua vita. La risposta è che può avere un milione di euro, ma mentalmente è un uomo povero. La Mishnà insegna che D-o non solo ci ha mostrato il Suo amore perché ci ha creati a Sua immagine, ma ha mostrato un amore extra dicendoci che lo ha fatto. Se D-o ci avesse creato con il potenziale per raggiungere livelli spirituali così elevati, ma non ci avesse mai informato di tale potenziale, non saremmo mai stati all’altezza di poter arrivare alla grandezza.

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Doni per il nemico

Parashà di Vayishlàch

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – MIlano

Yaakov si prepara per la sua temuta riunione con suo fratello, che includeva dei grandi doni da consegnare a Esav. La Torà racconta le istruzioni di Yaakov ai suoi servi, in cui anticipava ciò che Esav avrebbe chiesto loro: “A chi appartieni, dove stai andando e di chi sono questi che ti hanno preceduto?” (32:18). Yaakov disse di spiegare ad Esav che erano i suoi servi e stavano portando questi doni come umile tributo allo scopo di trovare favore ai suoi occhi.

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Intelligenza artificiale ed Ebraismo

Un rapporto che ha radici antiche

Rav Scialom Bahbout

Il tema dell’intelligenza artificiale occupa ultimamente i media e, come spesso avviene, le informazioni su cosa si debba intendere con questo  termine sono scarse. L’obiettivo finale sembra debba essere quello di creare un oggetto che, in ultima analisi, possa sostituire l’essere umano. L’ebraismo è chiamato a confrontarsi su tutto e in particolare su ogni novità. Gli interrogativi che impone questo tema sono molti e di diversa natura: esistono dei precedenti descritti nella letteratura talmudica? Come affronta il problema il pensiero ebraico e che influenza può avere sulla Halakhà?  

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Rabbini di Roma nell’800 – Rav Giacobbe Fasani e l’epidemia del 1836

Gianfranco Di Segni

Per buona parte dell’Ottocento la Comunità ebraica di Roma fu priva di un rabbino capo diplomato. In parte ciò fu dovuto alle difficoltà economiche in cui la popolazione ebraica romana versava, in parte al fatto che non c’era a Roma una Scuola rabbinica che conferisse titoli superiori. Quei pochi rabbini maggiori che ne ricoprirono la cattedra vennero da lontano, dalla Terra d’Israele o da altre città d’Italia o d’Europa. Nei lunghi intervalli fra un rabbino maggiore e l’altro la Comunità di Roma dovette contare solo sulle proprie forze.

Fra i rabbini romani “facenti funzioni” di rabbino maggiore, rav Giacobbe Fasani (1790-1866) fu certamente quello di maggiore preparazione e spessore culturale. A lui si rivolgevano gli alti funzionari dello Stato Pontificio e i più importanti rabbini di Livorno, di Ancona e di Firenze. Intrattenne una fitta corrispondenza con Samuel David Luzzatto, il principale studioso italiano nella “Scienza del Giudaismo”. Incontrò più volte Sir Moses Montefiore, il grande filantropo ebreo nato a Livorno ma vissuto a Londra, che durante i suoi numerosi viaggi in Europa, nel Mediterraneo e nella Terra d’Israele passò più volte da Roma. 

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