Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Quando Montanelli scrisse a Priebke: “Capitano, è una sentenza insensata”

Il grande giornalista: “Da vecchio soldato so bene che Lei non poteva fare diversamente”. Lo stesso giornalista che esaltava Israele era solidale col boia delle Fosse Ardeatine

Fausto Biloslavo

«Signor Capitano», iniziava così una lettera firmata di suo pugno, che Indro Montanelli indirizzò a Erich Priebke. Una missiva poco nota, che ai tempi delle sentenze contro l’ex ufficiale nazista, alla fine sfociate nell’ergastolo, non trovò spazio sui giornali. Montanelli non ha mai avuto timore di esprimersi pubblicamente, più volte, sottolineando come i conti con la giustizia e la storia del «capitano» fossero giunti fuori tempo massimo. Una lettera ancora oggi «scottante» per il tono di comprensione usato nei confronti di Priebke.

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Un secolo di pensiero del progetto: Bruno Zevi, l’architettura e l’ebraismo

Debora Vella

La nuova edizione di saggi “Ebraismo e architettura” – curata da Manuel Orazi per Giuntina – è un distillato dell’universo interiore di Bruno Zevi, architetto, storico ma soprattutto critico, divulgatore dell’architettura e molto altro. La voce della complessa e sfaccettata personalità dell’autore, capace di essere dissacrante, spigoloso, rigoroso, a tratti simpatico, sempre appassionato, vibra in ogni sua pagina. Un libro petit, ma pesante come una pietra miliare, pubblicato la prima volta nel 1993, capace di mettere in circolazione il “sangue”, e accendere lo sguardo su un mondo più intimo, tenuto lungamente in ombra. Il suo ritorno scandisce, come un rintocco di campana, il centenario dalla nascita dell’autore. Un documento importante per capire un grande intellettuale del ‘900, che qui mostra compiutamente i suoi valori come mai prima di allora; lo scrigno segreto che raccoglie gran parte delle battaglie civili combattute da Zevi in prima persona, fino alla fine dei suoi giorni.

Manuel Orazi, raffinato scrittore, storico dell’architettura e giornalista, apre con la sua folgorante introduzione I love Bruno! (citazione mutuata da Frank Gehry che Manuel incontrò nel suo studio a Los Angeles nel 2010), a cui Zevi era legato da un forte sentimento di stima e ammirazione, tanto da dedicargli il suo ultimo editoriale in cui si chiedeva “è ancora impossibile immaginare un’architettura dopo Frank Gehry?”  Scrive Orazi “Ebraismo e architettura può̀ essere considerato un risarcimento verso questo lato identitario costitutivo e fondamentale, rimasto a lungo in secondo piano rispetto alle maschere pubbliche che Zevi di volta in volta ha indossato nelle sue infiammate battaglie civili, politiche, culturali, urbanistiche”.  Ne emerge una coerenza di fondo: i suoi ideali, l’ebraismo e la sua concezione di cosa sia l’architettura, infatti, sembrano convergere in un’unica direzione.

Zevi partì per studiare prima a Londra e poi negli Stati uniti, dove si unì ai circoli degli esuli antifascisti. Dichiarava di odiare l’accademia, il classicismo, la simmetria, i rapporti proporzionali, le cadenze armoniche, gli effetti scenografici e monumentali, la retorica e lo spreco degli ‘ordini’, i vincoli prospettici… e di apprezzare o subire richiami contraddittori. Dichiarò inoltre di amare i rituali e di non sopportare il conformismo” ci svela Manuel Orazi che, fin da studente, trovava la figura di Zevi molto divertente con le sue idiosincrasie verso le simmetrie e verso autori molto potenti come Sangallo e la setta Sangallesca, Valadier e il neo-classicismo, contro il “detestato” Marcello Piacentini. Tutte queste critiche e le sue profonde idiosincrasie si catalizzano in forti passioni sia in positivo – nei confronti di autori molto amati come Borromini e F.L. Wright – che in negativo, in una flusso di corrente alternata che rende la lettura dell’opera molto gustosa. Zevi si muove in un periodo storico in cui la critica aveva cambiato il proprio modo di esprimersi, mentre nel Novecento gli architetti si affrontavano a viso aperto, criticandosi apertamente, oggi si mostrano tendenzialmente amici tra loro solo in pubblico; in questo contesto leggere le sue pagine cariche di passioni, vive e contrastanti, risulta estremamente amusant.

Zevi apprezzava architetture connotate da irrazionalità, disordine, estraneità al contesto, che esprimevano disagio, irrequietezza, ribellione e dolore. Seguì il “cammino interrotto” dell’architettura organica, senza giungere al suo pieno compimento. In quest’opera l’autoreprende il largo verso la riflessione su valori universali – come dice Manuel Orazi – ontologici fondanti della vita dell’uomo di cui ci consegna una sua lettura personale in relazione all’ebraismo. Nell visione zeviana l’azione di progettare, che va ben al di là del significato racchiuso nel termine architettura, si innesta come carne viva in un ragionamento all’interno del quale – spazio e tempo –diventano metronomo dell’espressione artistica a tutto campo.

Israele raccontata dal grande Indro Montanelli negli anni ’60

Indro Montanelli

Per conto del «Corriere della Sera», sono stato due settimane in Israele. Non c’ero mai andato. O, per meglio dire, c’ero passato un paio di volte nei miei viaggi in Estremo Oriente, ma non mi ci ero mai fermato. Stavolta la mia intenzione era di acquartierarmi a Gerusalemme e, con l’aiuto dei miei amici israeliani, che su questo argomento la sanno più lunga di chiunque altro, studiare tutta la situazione dei paesi arabi, che circondano e minacciano il nuovo Stato ebraico. Ma, dopo un paio di giorni avevo abbandonato il progetto, anzi me lo ero completamente dimenticato, tutto preso com’ero dall’interesse che in me suscitavano le cose locali. E, invece di restare nella capitale a frugare negli archivi del ministero degli Esteri e a raccogliere le confidenze dei vari servizi d’informazione su quanto avveniva oltre confine fra i Nasser, i Kassem e gli Hussein, ho trascorso il mio tempo a vagabondare tra le fertili piane dell’alta e della bassa Galilea e il deserto di Negev.

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Non trasformiamo ogni tragedia privata in una cospirazione mondiale

Rav Chaim Navòn

Il Covid-19 non è un’arma biologica. Come lo so? Perché sarebbe la peggiore arma biologica che è possibile immaginare: la spargi sui soldati nemici sul campo di battaglia e quelli continuano a combattere come se nulla fosse e dopo un mese le tue nonne cominciano a morire. Perché allora si diffondono nel mondo queste teorie cospirative? Perché è difficile per noi accettare che la sofferenza non faccia parte di un grande processo mondiale e che la nostra tragedia non abbia un significato rilevante. La risposta ebraica classica è che noi riusciamo a trovare nella sofferenza un significato personale se ci sforziamo di limitarla, se proviamo a crescere in essa e a trasformarci in persone migliori. La risposta cospirativa è invece che la risposta è già qui: senza saperlo siamo soldati di una guerra mondiale. Non è un virus modesto quello che ci fa impazzire, ma un complotto mondiale criminale.

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Ogni cosa è illuminata | Elijah Wood, un romanzo e la storia vera dietro il film

Il libro autobiografico di Jonathan Safran Foer ha ispirato il film diretto da Liev Schreiber

Ileana Dugato

MILANO – La famiglia, il ricordo e l’identità si intrecciano in una storia che è anche una saga ebraica le cui radici affondano nella realtà. Ogni cosa è illuminata, romanzo di Jonathan Safran Foer adattato per il cinema nel 2005 da Liev Schreiber racconta di un viaggio che ricalca quello fatto dall’autore nel 1999 in Ucraina, alla ricerca di informazioni sulla vita di suo nonno. Come spesso accade, molti ebrei hanno viaggiato nell’Est europeo per tentare di riconciliarsi con il passato, ma allo stesso modo dell’autore, tutto ciò che hanno trovato sono villaggi fantasma o interamente rasi al suolo. Solo i ricordi di chi ha vissuto ed è sopravvissuto a quei luoghi continuano a esistere. Foer, americano ma di origini ebraiche, appartenente alla terza generazione di scrittori che hanno raccontato la Shoah ha usato il materiale trovato per riempire le pagine di un libro.

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L’ex spia del Mossad: così fu rapito Eichmann il burocrate di Hitler

Gianluca Perino

Sessanta anni fa, in Argentina, un gruppo di spie israeliane del Mossad mise a segno quella che ancora oggi è considerata una delle operazioni segrete più incredibili della storia: la cattura di Adolf Eichmann, il burocrate dell’olocausto. Il gerarca nazista, ritenuto uno dei maggiori responsabili dello sterminio degli ebrei, dopo la fine della guerra era riuscito ad evitare l’arresto riparando prima in Italia (dove ottenne un passaporto falso intestato all’altoatesino Riccardo Klement) e poi in Sud America.

Una volta in Argentina, dove trovò lavoro come operaio in uno stabilimento della Mercedes, Eichmann non fece granché per nascondersi. E questo alla lunga gli risultò fatale. Suo figlio si presentava con il suo vero nome, Klaus Eichmann, e spesso si vantava apertamente del passato nazista di suo padre. Così, quando si fidanzò con la figlia di un ebreo tedesco sopravvissuto a Dachau, Lothar Hermann, la debole copertura saltò definitivamente. Hermann fece arrivare l’informazione a un giudice tedesco, che a sua volta avvertì gli israeliani. Nel marzo del 1960 una spia del Mossad riuscì quindi a scattare una fotografia ad Eichmann a Buenos Aires. E dopo un vertice a Tel Aviv i servizi segreti sentenziarono: è lui. La certezza arrivò da un particolare fisico del nazista: le orecchie appuntite.

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Basta antisemitismo. Starmer cambia volto al partito laburista


Chiesta un’indagine. Sospesi quattro dirigenti. Il leader è sposato con un’ebrea e ha cresciuto i due figli secondo la religione della moglie.

Enrico Franceschini 

LONDRA – Nella storia della Gran Bretagna c’è stato un solo primo ministro di origine ebraica, Benjamin Disraeli, tuttavia già convertito alla religione anglicana quando entrò a Downing Street; fino a metà dell’Ottocento in questo Paese era vietato agli ebrei di fare politica. Ma in un futuro non lontano potrebbe esserci un premier britannico “quasi” ebreo, se l’attuale leader laburista, Keir Starmer, vincesse le prossime elezioni. Non tutti sanno.che, pur non essendo lui stesso di famiglia ebraica, Starmer è sposato con un’ebrea inglese, ha cresciuto i due figli secondo la religione ebraica della moglie e celebra con la famiglia ogni venerdì sera lo Shabbat nella tradizionale cena del giorno di festa ebraico. Con un capo così, contro il Labour non si sentono più accuse di antisemitismo. 

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