Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

11 settembre, le teorie del complotto

Da attacco USA ad ebrei salvi perché avvisati

Dario D’Angelo

Era forse inevitabile che attorno ad un evento spartiacque come quello degli attacchi dell’11 settembre 2001 sorgessero molteplici teorie del complotto. Per comprendere la proporzione del fenomeno basta dire che oggi, alle voce “teorie del complotto 11 settembre” sono collegati su Google oltre 8 milioni di link. A dire il vero già dalle ore immediatamente successive al World Trade Center un ingegnere informatico americano seminò su un forum il dubbio che i grattacieli fossero crollati non, come stabilito dagli esperti, per effetto dell’incendio scoppiato all’interno degli edifici, bensì come risultato di una detonazione controllata. Ad alimentare questa versione, il fatto che in molti video si potessero osservare dalle Torri “sbuffi” di fumo simili agli “squibs” visibili durante le demolizioni controllate. Quella dell’esplosione controllata non è stata ovviamente l’unica teoria del complotto circolata rispetto agli attacchi di vent’anni fa. Molti cospirazionisti si concentrarono infatti sui mandanti degli attentati, negando che fossero opera di Al Qaida e di Osama bin Laden. Molto più probabile, a dir loro, che gli attacchi fossero stati orchestrati dal “deep State” americano, lo Stato profondo USA, all’epoca alle direttive di George W. Bush.

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L’eredità di Mosè: un’eredità in cammino

Parashà di Vayelekh

Rav Scialom Bahbout

Il momento del congedo è sempre molto triste sia per il leader che per la Comunità che lo ha scelto o accettato come tale. All’inizio della parashà di Vayelekh troviamo scritto: Mosè andò e rivolse ancora queste parole a tutto Israele. Disse loro: «Io oggi ho centovent’anni; non posso più andare e venire; inoltre il Signore mi ha detto: Tu non passerai questo Giordano. (Deuter 31: 1 – 2). Tutto il libro del Deuteronomio contiene i discorsi che Mosè fece al popolo nell’ultimo mese della sua vita: oramai ha detto tutto ciò che aveva da dire e gli mancavano poche ore al momento della morte: ancora un paio di istruzioni, una riflessione sul futuro, l’insegnamento della Cantica che lascerà in eredità al popolo e sarebbe salito sul Monte Nevo: da lì avrebbe finalmente potuto ammirare dall’alto la Terra d’Israele, dove non gli era concesso entrare.

Già in questo incipit troviamo diverse affermazioni che possono farci capire come Mosè aveva cercato di interpretare la sua leadership, non una leadership al di sopra, ma all’interno del popolo:

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1943: Ebrei combattono a Porta San Paolo

Liliana Picciotto

Alle 18,30 dell’8 settembre 1943, il generale Eisenhower, superando i tentennamenti italiani che temevano violente reazioni tedesche, annunciò da Radio Algeri la strabiliante notizia che l’Italia aveva cambiato di campo e aveva firmato con gli ex nemici, già da 5 giorni, un armistizio. Il re Vittorio Emanuele II, preso alla sprovvista, dovette recarsi negli studi dell’EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche, antesignano della RAI) e alle ore 19,42 ripetere, in forma ambigua e incomprensibile ai più, che l’Italia cambiava posizione nel teatro bellico. Nei giorni successivi, si verificò il tragico disfacimento dell’esercito italiano, privo di disposizioni sul comportamento da tenere verso le truppe tedesche che, fino a qualche giorno prima, erano stati alleate e che ora erano diventate nemiche.

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Il peso e la gioia di un patto

Parashà di Ki Tavò

Rav Scialom Bahbout

Il rapporto tra Israele e Dio è stato stabilito con tre patti: il primo stipulato in Egitto, il secondo ai piedi del Monte Sinai e il terzo nella terra di Moav (Yalkut Simon’oni, Nizavim):  Rav J. B. Soloveitchik (in Kol Dodì Dofek) definisce il primo patto come “patto destino”, cioè il patto di solidarietà di una comunità perseguitata e schiavizzata; il secondo come  “patto missione”  di una comunità che accetta le mizvoth della Torà, come strumento per divenire un popolo santo; il terzo stipulato nella terra di Moav, identico nei contenuti al secondo, salvo l’aggiunta di una “Alà”, un giuramento per cui,  qualora avesse trasgredito il patto, Israele sarebbe andato incontro a gravi sciagure: questo patto si rese necessario in quanto l’adorazione del vitello d’oro aveva annullato il patto del Sinai: bisognava quindi rinnovarlo precisando anche gli impegni che Israele si assumeva, cioè la Alà di cui sopra.

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Spigolature da Roma. Lo Shibolè ha-leqet

Rav Ariel Di Porto

Non è un mistero che la presenza ebraica a Roma sia antichissima. La leggenda vuole che quattro famiglie vennero esiliate a Roma da Tito ai tempi della distruzione del secondo Tempio. A una di queste famiglie, quella degli Anawim (dei Mansi), apparteneva uno dei più illustri rabbini romani, Zidqià ben Avraham ha-rofè (XIII sec.), autore dello Shibolè ha-leqet, opera halakhica, fra le prime del genere in Italia, nella quale vengono illustrate, fra le numerose norme, usanze ancora oggi praticate dagli ebrei romani. Il fratello dell’autore, Biniamin, uno dei maggiori dotti romani del suo tempo, si distinse per le sue conoscenze filosofiche, matematiche e astronomiche, e fu autore di vari componimenti poetici recitati nel rito romano e ashkenazita. Alla stessa famiglia apparteneva anche Natan ben Yechiel, che nell’XI secolo scrisse l’Arukh, una grandiosa opera lessicografica sulla letteratura postbiblica, che diede all’autore ampia fama e funse da base per i lessici talmudici successivi.  

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Intervista ad Asa Kasher: “Senza leader disastro globale”

Fiamma Nirenstein

Quando il mondo è scosso alle fondamenta da eventi che implicano la ferocia dell’uomo contro l’uomo,non si sa che fare, non si sa che cosa pensare. Un faro di saggezza e anche, come capita ai giusti, di motivato scetticismo, è Asa Kasher, professore emerito di Etica e Filosofia all’Università di Tel Aviv, membro dell’Accademia d’Europa di Arti e Scienze, e famoso autore del Codice Etico delle Forze di Difesa israeliane. Abbiamo lavorato insieme a un libro sull’emigrazione. Ma adesso siamo ben oltre quella barriera che sembrava invalicabile, abbiamo visto scene di fuga e terrore molto al di là della tragedia quotidiana: scene di orrore. 

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L’incredibile storia di Roberta Ascarelli: tra i fratelli Grimm, Napoli e l’ebraismo

Le origini tedesche, gli studi per riconnettersi alle vicende della propria famiglia. La nobiltà napoletana e il rapporto con la città (a partire dal calcio). Colloquio con la professoressa di Letteratura tedesca all’Università di Siena

Francesco Palmieri

Talvolta l’imprevedibile macchina centrifuga che noi con familiarità chiamiamo Storia scompone e ricompone – basta che ne abbia il tempo – stirpi e linguaggi, uomini e donne, terre e mari con esiti tanto più riusciti quanto più inverosimili. Se lei non fosse persona di provata serietà (dunque anche molto affabile), fatichereste a credere alla vicenda familiare di Roberta Ascarelli, ordinario di Letteratura tedesca all’Università di Siena e docente di Letteratura ebraica contemporanea presso il Diploma di studi ebraici dell’Ucei, già presidente dell’Istituto italiano di studi germanici dal 2015 al 2019. Forse perché discende dai fratelli Jacob e Wilhelm Grimm, insuperabili raccoglitori di fiabe; forse perché è arduo pensare a un amore inestirpabile per la Germania che si ravviva subito dopo l’ultima guerra mondiale nel connubio con una famiglia ebrea che aveva acquisito un titolo di nobiltà nella Spagna del 1275, con lo stemma araldico (o cabalistico) dove campeggiano un leone, una torre, la luna, effigiati nell’anello che la professoressa Ascarelli porta ancora; forse perché è bizzarro immaginare che questa corsa dispari di genealogie distanti finisca per discendere a Napoli, dove la memoria della famiglia Ascarelli è consacrata nel reparto più emotivo della città. Quello del calcio. Perché fu Giorgio, zio di Roberta, a fondare nel 1926 la squadra azzurra e a diventarne il primo presidente.

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