Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Le ragazze dello Shabbat

Cresciute nell’ex ghetto di Roma, festeggiano il bar (bat NdR) mitzvah, cucinano kosher e celebrano le tradizioni religiose. Perché senza identità non c’è memoria

Marta Ghelma

Come ogni anno, il prossimo 27 gennaio si celebrerà la Giornata della memoria in commemorazione delle vittime della Shoah. Noi di Elle siamo andati nel quartiere ebraico di Roma, uno dei più antichi ghetti del mondo, per conoscere ‒ attraverso le interviste a 8 donne ‒ la comunità ebraica romana che, con i suoi 13.500 membri, è la più numerosa d’Italia. Una storia fatta di fede, coraggio e resilienza che, dalla sua fondazione nel 161 a.C., è passata anche dalla deportazione di 1.259 ebrei romani ad Auschwitz (a cui sopravvissero in 16) in seguito al rastrellamento nazista del 16 ottobre 1943, e dall’attentato alla sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982, in cui perse la vita il piccolo Stefano Gaj Tachè. Perché siamo convinti che la conoscenza sia il miglior antidoto contro la preoccupante recrudescenza dell’antisemitismo. Ecco chi abbiamo incontrato.

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Ebrei come i profughi di oggi?

Scivolata demagogica (poi ritirata) nella villa di Wannsee dove Adolf Eichmann accelerò la Shoah. Tolti i mobili dell’epoca per far spazio a dei pannelli

Roberto Giardina

Quando amici italiani vengono a Berlino, li conduco a visitare la villa che fu di Friedrich Minoux, sul Wannsee. Una gita al lago attraverso quartieri che i turisti di solito ignorano. Un posto idilliaco. Dalle ampie vetrate, anche in inverno, si scorgono le barche a vela, e poi si può pranzare in un’osteria quasi sull’acqua. Qui, esattamente 78 anni fa, il 20 gennaio del 1942 si tenne la Wannsee Konferenz, indetta da Adolf Eichmann per organizzare in modo più efficiente l’eliminazione di 11 milioni di ebrei in Europa. Li uccidevano già, ma con spreco di uomini e mezzi. La villa è diventata un museo, dopo la riunificazione, è sempre visitabile, e l’ingresso è gratuito.

Hanno girato due bei film sulla conferenza. In uno del 2001, Kenneth Branagh impersona Heydrich e Stanley Tucci Eichmann, bravi benché per nulla somiglianti ai personaggi da loro interpretati. Uno dei partecipanti chiede: a chi apparteneva la villa? Si sente puzza di ebrei. Ma Minoux non lo era. Figlio di un sarto, orfano a 15 anni, divenne miliardario durante la grande inflazione, non fu un fan di Hitler né un oppositore, ma non volle contribuire al partito neanche con un marco. Heydrich si volle impossessare della sua villa, e lo fece condannare per imbrogli che avrebbe compiuto con le sue imprese. Vero o no, poco importa. La conferenza durò appena 90 minuti, la durata di un film, tanto era tutto deciso.

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Perché non è censura cancellare l’«arte» che ha  effetti spaventosi

Paolo Salom

In un tribunale tedesco si discute sulla sorte di una Judensau, scultura che rappresenta una «scrofa ebraica», una feroce vignetta ante litteram medievale

Oggi, a Naumburg, in Germania, si decide in tribunale la sorte di un bassorilievo che adorna la chiesa di Wittenberg (dove Lutero aveva affisso le sue 95 tesi) da oltre 700 anni. I giudici dovranno stabilire se sia opportuno staccarlo dalla parete esterna. Nel Paese della Riforma e dell’Olocausto, la questione è controversa, tutt’altro che nuova ed è tornata al centro di aspre polemiche. Intanto perché la richiesta di rimuovere l’opera viene da un membro della comunità ebraica di Bonn, Michael Düllmann, di 77 anni. E poi perché il Paese si è diviso tra chi sostiene che «arte e storia» non vanno mai censurate e chi invece è favorevole a sistemare il tutto in un museo accompagnato da un documento esplicativo. Tra questi ultimi anche Felix Klein, il commissario federale contro l’antisemitismo. 

Ora, la «scultura» (in Germania ce ne sono una trentina) è un classico esempio di Judensau, ovvero «scrofa ebraica», figura medievale che aveva lo scopo preciso di mostrare gli ebrei tedeschi come «corpo separato e bestiale» rispetto ai cristiani: una feroce vignetta ante litteram, insomma, un messaggio di efficace propaganda. Rimuoverla sarebbe un crimine contro la cultura? Evitiamo rimandi alla sensibilità odierna: tuttavia questi bassorilievi dovrebbero essere stati rimossi da tempo. Ci sono altri esempi di «scontri di civiltà» trasformati, nel passato, in arte. Però l’insegnamento degli Judensau ha avuto effetti spaventosi, come sappiamo, proprio in Germania. Cancellarli non è censura, è atto dovuto.

https://www.corriere.it/opinioni/20_gennaio_20/perche-non-e-censura-cancellare-l-arte-che-ha-effetti-spaventosi-c6433ba4-3bad-11ea-b696-dcf03dd8fb7e.shtml?refresh_ce

Rav Lau: «La vita è un mistero, la fede ci insegna che non si può spiegare tutto»

È il più giovane superstite del campo nazista di Buchenwald ed è diventato Rabbino Capo di Israele. Amato da tutti, laici e religiosi, vero maestro della mediazione, spiega: «Bisogna educare alla conoscenza reciproca; senza non può esserci rispetto». Nella sua storia, un forte legame con l’Italia

David Zebuloni

Esistono poche figure concilianti quali quella di Rav Yisrael Meir Lau, specie in uno Stato complesso come Israele, specie in un’epoca tormentata come la nostra. Mettere d’accordo tutti, o quasi tutti, risulta pressappoco impossibile, considerato il solco profondo che divide il mondo ortodosso da quello laico: non solo da un punto di vista religioso, ma anche politico e culturale. Eppure Rav Lau sembra riuscirci senza troppi sforzi e senza fare sconti a nessuno. Con quel suo sorriso da nonno comprensivo e complice, le sue parole spesso taglienti vengono accettate con più tolleranza da chi solitamente non si manifesta bendisposto a esternazioni di natura religiosa.

Nato in Polonia nel 1937, Rav Lau, all’epoca conosciuto come il piccolo Lulek, era l’ultimo dei quattro figli del Rabbino Capo della Comunità di Piotrków Trybunalski, Rav Moshe Chaim Lau. All’età di otto anni Lulek entrò con il fratello Naphtali nel campo di Buchenwald e quando, il 12 aprile del 1945, il campo venne liberato, Lulek fu il più giovane prigioniero a sopravvivere. Lui e il fratello Naphtali furono dunque gli unici membri della famiglia Lau a rimanere in vita, nonché gli ultimi eredi di una delle dinastie rabbiniche più antiche d’Europa.

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Il re dello street food è arabo, anzi no: Palermo deve agli ebrei il pane con la milza

La comunità ebraica fu fiorente per 1500 anni a Palermo. I macellai non potevano essere pagati e venivano quindi ricompensati con le interiora degli animali abbattuti

Alessia Rotolo

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata per commemorare le vittime dell’Olocausto. A Palermo e in tutta la Sicilia gli ebrei furono espulsi dall’Isola l’anno della scoperta delle Americhe. All’epoca Palermo era sotto il dominio spagnolo e in quel periodo fu emanato il decreto dell’Alhambra, noto anche come editto o decreto di Granada: un decreto emanato il 31 marzo 1492 dai re cattolici di Spagna, Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona, con il quale diventava obbligatoria l’espulsione delle comunità ebraiche dai regni spagnoli e dai loro possedimenti a partire dal 31 luglio di quello stesso anno.

Quelli che per difendere la propria famiglia dovettero convertirsi al cristianesimo vennero chiamati “marrani”. Chissà se veramente divennero cristiani, i convertiti o se nelle grotte numerose del quartiere continuarono di nascosto a celebrare i loro riti giudei.

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Ho redatto la definizione di antisemitismo. Gli ebrei di destra la stanno trasformando in arma

Kenneth Stern

Quindici anni fa, in qualità di esperto di antisemitismo del Comitato Ebraico Americano, ero il principale estensore di quella che allora veniva definita la “definizione operativa di antisemitismo”. È stata creata principalmente per consentire ai raccoglitori di dati europei di sapere cosa includere ed escludere. In questo modo l’antisemitismo potrebbe essere monitorato meglio nel tempo e oltre i confini. Non è mai stata pensata per essere un codice di incitamento all’odio nel campus, ma è quello che l’ordine esecutivo di Donald Trump ha realizzato questa settimana. Questo ordine è un attacco alla libertà accademica e alla libertà di parola e danneggerà non solo i sostenitori filo-palestinesi, ma anche gli studenti e la facoltà ebrei e la stessa accademia.

Il problema non è che l’ordine esecutivo offra protezione agli studenti ebrei ai sensi del titolo VI della legge sui diritti civili. Nel 2010 il Dipartimento della Pubblica Istruzione ha chiarito che ebrei, sikh e musulmani (come etnie) potevano lamentarsi di intimidazioni, molestie e discriminazioni ai sensi di questa disposizione. Ho supportato questo chiarimento e ho presentato una denuncia di successo per gli studenti delle scuole superiori ebraiche quando sono stati vittime di bullismo e persino calci (c’è stato un “Kick a Jew Day”).

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Ce l’hanno con noi?

La laicissima rivista Ha Kehillah rasenta il misticismo quando si interroga sull’identità ebraica dettata dall’antisemitismo. Bel numero da leggere con attenzione

Anna Segre

Perché ci odiano? Manuel Disegni sul numero scorso di Ha Keillah ci ha messo in guardia da questa domanda con argomentazioni assolutamente stringenti. Cercare una caratteristica peculiare comune a tutti gli ebrei, sia pure positiva, che spieghi l’antisemitismo significa fare il gioco degli antisemiti. Eppure è una trappola in cui cadiamo spesso: ci odiano perché siamo colti, ci odiano perché amiamo lo studio, ci odiano perché siamo anticonformisti, ci odiano perché combattiamo tutte le idolatrie, ci odiano perché siamo così, ci odiano perché siamo cosà. 

Peraltro, sarà poi vero che gli ebrei nel corso della storia sono stati odiati/perseguitati/discriminati più di altri gruppi che si trovavano in condizioni analoghe? È mail esistita nella storia dell’umanità una religione o etnia che sia vissuta per secoli come minoranza in un luogo senza essere prima o poi perseguitata o per lo meno malvista? Sospetto di no. Il fatto è che noi ebrei siamo stati odiati e perseguitati molto, e da molti popoli diversi; ma questo ovviamente accade perché esistiamo da millenni e siamo stati presenti in molti luoghi e contesti storici diversi. Molti popoli sono stati odiati solo per periodi brevi, al termine dei quali sono stati completamente annientati, o costretti a forza ad assimilarsi alla cultura egemone. Insomma, hanno smesso di essere odiati perché hanno smesso di esistere. Non mi sembra un grande vantaggio.

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