Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Israele raccontata dal grande Indro Montanelli negli anni ’60

Indro Montanelli

Per conto del «Corriere della Sera», sono stato due settimane in Israele. Non c’ero mai andato. O, per meglio dire, c’ero passato un paio di volte nei miei viaggi in Estremo Oriente, ma non mi ci ero mai fermato. Stavolta la mia intenzione era di acquartierarmi a Gerusalemme e, con l’aiuto dei miei amici israeliani, che su questo argomento la sanno più lunga di chiunque altro, studiare tutta la situazione dei paesi arabi, che circondano e minacciano il nuovo Stato ebraico. Ma, dopo un paio di giorni avevo abbandonato il progetto, anzi me lo ero completamente dimenticato, tutto preso com’ero dall’interesse che in me suscitavano le cose locali. E, invece di restare nella capitale a frugare negli archivi del ministero degli Esteri e a raccogliere le confidenze dei vari servizi d’informazione su quanto avveniva oltre confine fra i Nasser, i Kassem e gli Hussein, ho trascorso il mio tempo a vagabondare tra le fertili piane dell’alta e della bassa Galilea e il deserto di Negev.

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Non trasformiamo ogni tragedia privata in una cospirazione mondiale

Rav Chaim Navòn

Il Covid-19 non è un’arma biologica. Come lo so? Perché sarebbe la peggiore arma biologica che è possibile immaginare: la spargi sui soldati nemici sul campo di battaglia e quelli continuano a combattere come se nulla fosse e dopo un mese le tue nonne cominciano a morire. Perché allora si diffondono nel mondo queste teorie cospirative? Perché è difficile per noi accettare che la sofferenza non faccia parte di un grande processo mondiale e che la nostra tragedia non abbia un significato rilevante. La risposta ebraica classica è che noi riusciamo a trovare nella sofferenza un significato personale se ci sforziamo di limitarla, se proviamo a crescere in essa e a trasformarci in persone migliori. La risposta cospirativa è invece che la risposta è già qui: senza saperlo siamo soldati di una guerra mondiale. Non è un virus modesto quello che ci fa impazzire, ma un complotto mondiale criminale.

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Ogni cosa è illuminata | Elijah Wood, un romanzo e la storia vera dietro il film

Il libro autobiografico di Jonathan Safran Foer ha ispirato il film diretto da Liev Schreiber

Ileana Dugato

MILANO – La famiglia, il ricordo e l’identità si intrecciano in una storia che è anche una saga ebraica le cui radici affondano nella realtà. Ogni cosa è illuminata, romanzo di Jonathan Safran Foer adattato per il cinema nel 2005 da Liev Schreiber racconta di un viaggio che ricalca quello fatto dall’autore nel 1999 in Ucraina, alla ricerca di informazioni sulla vita di suo nonno. Come spesso accade, molti ebrei hanno viaggiato nell’Est europeo per tentare di riconciliarsi con il passato, ma allo stesso modo dell’autore, tutto ciò che hanno trovato sono villaggi fantasma o interamente rasi al suolo. Solo i ricordi di chi ha vissuto ed è sopravvissuto a quei luoghi continuano a esistere. Foer, americano ma di origini ebraiche, appartenente alla terza generazione di scrittori che hanno raccontato la Shoah ha usato il materiale trovato per riempire le pagine di un libro.

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L’ex spia del Mossad: così fu rapito Eichmann il burocrate di Hitler

Gianluca Perino

Sessanta anni fa, in Argentina, un gruppo di spie israeliane del Mossad mise a segno quella che ancora oggi è considerata una delle operazioni segrete più incredibili della storia: la cattura di Adolf Eichmann, il burocrate dell’olocausto. Il gerarca nazista, ritenuto uno dei maggiori responsabili dello sterminio degli ebrei, dopo la fine della guerra era riuscito ad evitare l’arresto riparando prima in Italia (dove ottenne un passaporto falso intestato all’altoatesino Riccardo Klement) e poi in Sud America.

Una volta in Argentina, dove trovò lavoro come operaio in uno stabilimento della Mercedes, Eichmann non fece granché per nascondersi. E questo alla lunga gli risultò fatale. Suo figlio si presentava con il suo vero nome, Klaus Eichmann, e spesso si vantava apertamente del passato nazista di suo padre. Così, quando si fidanzò con la figlia di un ebreo tedesco sopravvissuto a Dachau, Lothar Hermann, la debole copertura saltò definitivamente. Hermann fece arrivare l’informazione a un giudice tedesco, che a sua volta avvertì gli israeliani. Nel marzo del 1960 una spia del Mossad riuscì quindi a scattare una fotografia ad Eichmann a Buenos Aires. E dopo un vertice a Tel Aviv i servizi segreti sentenziarono: è lui. La certezza arrivò da un particolare fisico del nazista: le orecchie appuntite.

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Basta antisemitismo. Starmer cambia volto al partito laburista


Chiesta un’indagine. Sospesi quattro dirigenti. Il leader è sposato con un’ebrea e ha cresciuto i due figli secondo la religione della moglie.

Enrico Franceschini 

LONDRA – Nella storia della Gran Bretagna c’è stato un solo primo ministro di origine ebraica, Benjamin Disraeli, tuttavia già convertito alla religione anglicana quando entrò a Downing Street; fino a metà dell’Ottocento in questo Paese era vietato agli ebrei di fare politica. Ma in un futuro non lontano potrebbe esserci un premier britannico “quasi” ebreo, se l’attuale leader laburista, Keir Starmer, vincesse le prossime elezioni. Non tutti sanno.che, pur non essendo lui stesso di famiglia ebraica, Starmer è sposato con un’ebrea inglese, ha cresciuto i due figli secondo la religione ebraica della moglie e celebra con la famiglia ogni venerdì sera lo Shabbat nella tradizionale cena del giorno di festa ebraico. Con un capo così, contro il Labour non si sentono più accuse di antisemitismo. 

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Tv: Cohn-Bendit, tracce della sua identità ebraica

Nuovo documentario in Israele dopo quello sul calcio del 2014

PARIGI, 05 GIU – “Sono ebreo ma non so cosa voglia dire”: dopo il documentario road movie realizzato durante il Mondiale di Calcio di Brasile 2014, Daniel Cohn-Bendit torna ad afferrare la cinepresa per interrogarsi questa volta sulla ”identità ebraica”, una ricerca molto personale che, a 75 anni, lo ha indotto a partire in Israele. “Quando ho cominciato ad occuparmi seriamente” di questa questione? “Tardi, molto tardi, a 60 anni”, ha spiegato l’icona del Maggio ’68 nonché ex-europarlamentare di Europe-Ecologie Les Verts dalla doppia anima franco-tedesca, presentando il documentario che verrà diffuso domenica, alle 23:00, su France 5. Nel Maggio ’68, ‘Dany’ – come viene affettuosamente ribattezzato tra Parigi, Strasburgo e Bruxelles – veniva chiamato l”’ebreo tedesco”.

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Requiem per lacerazioni

Ran Baratz

La società in Israele non sarebbe solo lacerata, ma soffrirebbe anche di una crisi sociale e di fallimento morale. Come lo sappiamo? Perché ce lo raccontano i giudici israeliani nelle motivazioni della sentenza che respinge il ricorso presentato contro l’incarico dato a Netanyahu per la formazione del governo, dove questi si sono impegnati a darci la loro descrizione della società israeliana. Già nei primi paragrafi il giudice-sociologo Yitzchak Amit scrive che il risultato delle elezioni “riflette le fratture in lungo e in largo della società israeliana”.

E in effetti la teoria delle lacerazioni va molto di moda nel nostro paese. Già studiando educazione civica gli studenti possono ben comprendere che “la società israeliana sarebbe piena di lacerazioni”: nazionali, religiose, classiste, ideologico-politiche ed etniche. “Lacerazioni”, continuano a studiare i ragazzi, sono “linee sociali di demarcazione che attraversano la società e la dividono in fazioni”. Tra le lacerazioni “persiste una tensione”, che a volte sfocia nella violenza. Queste pericolose lacerazioni “mettono in pericolo la società israeliana”. 

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