Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Martin Lutero e gli ebrei 500 anni dopo

Alessandria, 5.11.2017 “…Che i fratelli vivano insieme…” Martin Lutero 500 anni dopo

Ariel Di Porto

Il tema del rapporto con gli ebrei assume un ruolo centrale all’interno della dottrina di Lutero; come scrive Kaufmann in Gli ebrei di Lutero, di recente pubblicazione, <<Anche se nell’ambiente in cui visse e operò di ebrei ce ne fossero veramente pochi, nel mondo testuale di Lutero essi erano onnipresenti[1]>>. Negli Ebrei e le loro menzogne del 1543, dove troviamo una serie di cambiamenti radicali nel suo atteggiamento, Lutero raccomanda, con il suo tipico linguaggio pieno di livore, che avrebbe avuto nelle opere luterane altri obiettivi polemici, fra cui il Papa, anche se le sensazioni nel lettore sono diverse, alla luce della storia successiva,  una serie di misure nei confronti degli ebrei che sconvolgono il lettore di oggi:

a) incendiare le sinagoghe e le scuole; b) abbattere le case degli ebrei e metterli sotto una tettoia o in una stalla, come gli zingari; c) privarli dei loro libri religiosi; d) vietare, pena la morte, ai rabbini di insegnare; e) privare gli ebrei di salvacondotti, visto che non sono signori, funzionari, mercanti o simili, e non hanno nulla da fare in campagna, e di ogni tutela giuridica; f) vietare loro di predicare l’usura; g) sequestrare le loro ricchezze; h) obbligarli a lavorare manualmente; i) vietare di pronunciare il Nome divino in presenza di cristiani.

Molte di queste misure erano già realtà in vari paesi d’Europa, quelli dai quali gli ebrei non erano stati ancora cacciati. Il libello, pubblicato tre anni prima della morte di Lutero, contiene una violenza notevole nei confronti degli ebrei: <<esseri tanto disperati, cattivi, velenosi e diabolici fino al midollo sono questi ebrei, i quali in questi millequattrocento anni sono stati la nostra piaga, pestilenza, e ogni sventura, e continuano ad esserlo[2]>>. Continua a leggere »

L’ultimo traduttore yiddish

Elena Lattes

Se pensiamo all’yiddish di solito viene in mente l’ebraismo dell’Europa centro orientale, soprattutto quello degli ultimi centocinquant’anni, raccontato e illustrato da una ricca letteratura e da numerose rappresentazioni teatrali. Quasi nessuno, invece, sa che anche in Italia c’è stata una comunità che faceva di questa lingua un uso quotidiano.

A metà del ‘500 arrivarono nel nostro Paese, infatti, numerose famiglie sia per motivi lavorativi, sia alla ricerca di posti più tranquilli dove vivere. Tra di esse ci furono gli Heilpron o Heilbroon che si stabilirono a Cremona. Jacob, figlio di Elchanan, nato proprio in questa città intorno alla metà del sedicesimo secolo, fu l’ultimo, nella penisola, che si occupò di tradurre dall’ebraico all’yiddish e da quest’ultimo all’italiano.

Nonostante conducesse una vita modesta e a volte perfino disagiata, egli divenne una figura importante per tutta la zona del Lombardo Veneto: insegnante e precettore, fu anche consigliere e uomo di fiducia in numerose famiglie di notabili, commentatore, sofer (scrivano della Comunità e trascrittore dei testi sacri) nonché grande erudito, tanto che, nonostante pare non avesse conseguito il relativo titolo, viene annoverato tra i rabbini nella cerimonia commemorativa che ogni anno alla vigilia dello Yom Kippur si tiene nel cimitero di Padova dove egli è sepolto. Sulla sua vita e sulla sua intensa attività è uscito recentemente il volume di Pia Settimi “L’ultimo traduttore”, pubblicato dalla casa editrice “Il Prato”.

Il libro è diviso sostanzialmente in quattro parti. Nella prima l’autrice racconta nei dettagli la vita, i vari spostamenti e l’attività che svolse in diverse comunità, illustrando con chiarezza e semplicità l’ambiente in cui Jacob – che italianizzò il suo cognome in Alpron – operò e profuse le sue conoscenze. Continua a leggere »

Saul Bellow: 10 cose da non pensare più

Abbiamo selezionato le riflessioni più rappresentative dei desideri e i tormenti di chi scrive, ma anche di chi legge, dalla raccolta di saggi edita da Sur.

Eleonora Marangoni

Basterebbe anche solo il titolo, Troppe cose a cui pensare, per appassionarsi alla raccolta di testi di Saul Bellow appena pubblicati da Sur. Uscita negli Usa con il titolo There Is Simply Too Much to Think Aboute curata e tradotta in italiano da Luca Briasco per la collana Big Sur, questa antologia di non fiction è una miniera pressoché inesauribile di spunti sullo scrivere e sull’esistere che fonde insieme saggi, recensioni, ritratti di colleghi (da Hemingway a Philip Roth passando per Valéry, Joyce, Proust e Fitzgerald), interventi pubblici e riflessioni intime di Bellow sull’essere americano, ebreo, professore, scrittore (non necessariamente in quest’ordine, come lui stesso ci tiene a sottolineare a più riprese: «Mi sono sempre considerato un cittadino del Midwest, e non un ebreo. Vengo spesso descritto come uno scrittore ebreo; ma allora, e allo stesso titolo, si potrebbe parlare di astronomi saponai, di violinisti eschimesi o di esperti di Gainsborough zulù. Mi pare evidente che ci sia qualcosa di strano, in tutto ciò. Sono ebreo, e ho scritto qualche libro»).

I testi coprono un arco temporale che dal 1951 arriva fino al 2000: quasi cinquant’anni quindi, che nella vita di un uomo sono tanti e in quella di un autore non rappresentano una vita sola, ma almeno due o tre. Cinquant’anni in cui “le cose a cui pensare” si succedono e si moltiplicano, cambiano e in fondo restano sempre le stesse, cariche di ombre e intuizioni, di cambi di rotta e di domande più o meno insolvibili. Cinquant’anni che rappresentano tutto il tempo che serve a un uomo per capire di essere uno scrittore, diventarlo e cercare giorno dopo giorno il modo, la voglia e il coraggio di continuare ad esserlo, malgrado tutto e fino in fondo. A parlare qui è la voce inconfondibile di un maestro che scende dal podio (o che forse non ha mai voluto salirci, nonostante il Pulitzer e il Nobel) e al contempo quella di un uomo con tutte le sue domande e fragilità. Stare ad ascoltarla ci permette di esaudire uno dei desideri più profondi dei lettori, lo stesso che faceva dire a Holden Caulfield che gli unici libri che lo interessavano erano quelli che ti danno voglia di chiamare al telefono quelli che li hanno scritti: Troppe cose a cui pensare è una lunga, avvincente consolante e genuina chiaccherata con Saul Bellow, che dura 355 pagine e va avanti per mezzo secolo.

Forse un buon modo di parlare di questo libro senza tradirne gli intenti può essere rimanere in ascolto – come si fa davanti alle grandi storie – sospendendo l’incredulità e, di tutta questa miriade di “cose a cui pensare”, sceglierne qualcuna rappresentativa di desideri o tormenti che da sempre riguardano chi scrive, legge o semplicemente chi esiste. Guardarle da vicino, insieme a lui, girarsele tra le mani e nella testa per tutto il tempo che serve. E poi – con un po’ di fortuna – non pensarci più.

1) Scrittori si nasce

Prima di scrivere un romanzo, uno deve pensarsi come un romanziere. Se non si considera tale, non sarà mai in grado di diventarlo. Deve confrontarsi con il mondo da una posizione particolare. Vive dentro una sorta di velo leggero, che fluttua sopra la sua mente quando tutto va bene, e vi sprofonda dentro quando la situazione precipita. È difficile dire da dove venga, quel velo, o cosa sia di preciso, ma è il segno della sua autonomia.

Dopo essersi autoconsacrato, il romanziere si lascia trascinare dalla forza della propria immaginazione: mette sulla pagina ciò che essa gli detta, e dà per scontato, non senza una certa arroganza, che le sue opere debbano essere e saranno lette. L’origine di tale arroganza, se così la si può chiamare, è anch’essa piuttosto misteriosa. In effetti, da un punto di vista razionale o sensato, l’intera faccenda è sconcertante.

Scrivere, secondo Bellow, è «coltivare una stramba fedeltà a cose che abbiamo scoperto da ragazzi». È inchiodarsi a una sedia mentre il resto del mondo si muove, vive e produce, e, mentre ci sentiamo terribilmente patetici e anche un po’ impostori, decidere che il nostro compito nel mondo è quello, ed è da lì che bisogna partire. Non esistono scorciatoie, e nemmeno romantiche predestinazioni: scrittori, si nasce, sì, ma il cammino a volte oltre che lungo può essere grottesco e tutto sommato piuttosto ingrato. Quindi, in definitiva, scrittori si diventa, e tutto può e anzi deveiniziare da noi. Continua a leggere »

Gli ebrei secondo Rembrandt

Per venticinque anni il pittore fiammingo abitò ad Amsterdam nel quartiere ebraico facendo ritratti di soggetto biblico.

Massimo Firpo

L’autore di questo libro è un professore di filosofia statunitense cui si debbono importanti studi su Baruch Spinoza, il cui Tractatus theologico-politicus del 1670 è un vero e proprio inno alla tolleranza e alla libertà di coscienza che vigeva in Olanda. Eppure, discendente da una famiglia di ebrei sefarditi rifugiatasi ad Amsterdam, egli era stato espulso dalla sinagoga nel 1656 a causa delle «azioni malvagie» da lui commesse e delle «eresie abominevoli» da lui professate, con la proibizione per chiunque di avvicinarsi «a lui più di quattro cubiti». Studiare Spinoza comporta quindi l’esigenza di immergersi nella vita pulsante di quella fiorente comunità ebraica, ricostruendone le vicende, la cultura, i cambiamenti, i conflitti interni, le rivalità che ne segnarono la storia.Ed è quanto avviene in questo libro, apparso per la prima volta nel 2003, il cui raffinato sapere si stempera nel gusto narrativo e nell’empatia con cui Nadler si immerge nel fervido mondo dei suoi antichi correligionari rifugiatisi nella città olandese.

Cacciati dalla penisola iberica tra Quattro e Cinquecento, ovunque discriminati, espulsi e perseguitati, i sefarditi trovarono qui un’accoglienza dapprima diffidente e non priva di restrizioni, ma poi sempre più ampia, facilitata anche dai successi economici e commerciali che consentirono loro di diventare «l’élite ebraica d’Europa», orgogliosa della propria identità così come del proprio benessere. Le solenni cerimonie con cui nel 1675 fu inaugurata la nuova e grandiosa sinagoga, la cosiddetta Esnoga, visitata da sovrani e principesse, celebrata in versi e in immagini che la ponevano sotto la protezione della città, furono anche l’evento simbolico di una tolleranza religiosa ormai diventata accettazione sociale. Continua a leggere »

Albania, Islam e antisemitismo

Il comunismo è stato sconfitto per la sua crudeltà – “Per Marx non ci doveva essere misericordia”. Ismail Kadaré, poeta e romanziere albanese, sulla fine del comunismo: “E’ stato sconfitto per la sua crudeltà. Per Marx non ci doveva essere misericordia o pietà per i vinti”.

Silvana Palazzo

La rivoluzione ha perso per un eccesso di crudeltà: nella lotta di classe insita nel concetto marxiano di lotta di classe non c’era misericordia. Lo ha spiegato Ismail Kadaré, che ha parlato della rivoluzione d’ottobre, fase decisiva della rivoluzione russa che segnò il crollo dell’Impero russo e l’instaurazione della Repubblica sovietica. «Marx fonda la sua dottrina economica e sociale sull’idea che non ci debba essere pietà per i vinti», ha spiegato lo scrittore e sceneggiatore albanese, secondo cui «il comunismo è stato abbattuto perché l’umanità non poteva accettare tutta quella crudeltà». Lo stesso Kadaré ha creduto nel comunismo, fino a quando ne ha constatato la «ferocia spirituale». In Europa ora ci si chiede se non sia stato prematuro l’allargamento a quei Paesi dell’Est che esprimono oggi governi autoritari, forse perché non ancora pronti alla democrazia liberale, ma l’Albania deve andare verso questa direzione per Ismael Kadaré. «La tendenza c’è, il popolo vuole esplicitamente l’Europa. Questo cammino può essere frenato solo dal nostro retaggio culturale. Ma andiamo avanti», ha dichiarato il romanziere nell’intervista rilasciata a La Stampa.

IL RISVEGLIO ISLAMICO E L’ANTISEMITISMO ALBANESE

Una delle conseguenze della caduta della grande dittatura comunista in Albania è il risveglio religioso, in particolare islamico: per Ismail Kadaré la spiegazione è da ricercare anche nell’ateismo di Stato imposto dal regime. Comunque non ritiene che la turbolenza balcanica sia pericolosa: «In Albania poi il comunismo non ha mai davvero attecchito, è stato recepito in modo freddo perché la morale tradizionale era diversa, non era il nostro modo di essere». La famiglia tradizionale in Albania ha avuto sempre un’importanza maggiore rispetto al collettivismo. Questo Paese tra l’altro rappresenta un’eccezione nel rapporto con gli ebrei, risparmiati dalle deportazioni. L’antisemitismo è sempre rimasto lontano: «L’Albania aveva una pessima fama nel mondo ma almeno non eravamo antisemiti. Stare con gli ebrei per noi è una cosa popolare», ha spiegato Ismael Kadaré nell’intervista a La Stampa. Neppure un reazionario come re Zog era antisemita, così Hoxha, «che aveva il cuore di pietra». Continua a leggere »

Viaggio tra le voci di donne nel mondo ebraico

Maria Teresa Milano

Il 27 settembre 2017, presso il Centro Culturale San Paolo di Vicenza, ha avuto luogo la presentazione del libro La voce è tutto. Mosaico di donne nel mondo ebraico di Maria Teresa Milano, scrittrice ed ebraista. Riproponiamo qui alcune tappe del viaggio che ci ha fatto fare: qualche stralcio delle parole di Maria Teresa Milano accompagnate da video musicali, dove si coglie il significato autentico della voce nel mondo ebraico: un mezzo di comunicazione capace di raccordare tradizioni, origini ed evoluzioni di un popolo antico.

LA VOCE DI MIRIAM LA PROFETESSA

“Pensando alle origini del popolo ebraico, non possiamo che citare il passaggio del Mar Rosso verso la Terra Promessa (Es 13,17 – 14,29). Gli ebrei escono dall’Egitto guidati da Mosè, e una volta giunti all’altra sponda egli intona la sua lode a Dio pregando in prima persona. Dopo la sua elegia, il narratore biblico si focalizza sulla figura di Miriam, la profetessa (che fino a quel momento è conosciuta solo come sorella di Mosè e Aronne), nel momento in cui prende in mano il tamburello (tov Miriam) e comincia a cantare e danzare, seguita poi da donne e uomini. Questo ci fa capire che se Mosè è l’espressione elitaria che parla in prima persona, Miriam diventa l’espressione popolare dal momento in cui dice “cantate”. La Bibbia, quindi, attribuisce a una donna il momento più importante della storia ebraica, celebrata dal canto di Miriam. Di lì a poco però, nei primi secoli dopo Cristo, verrà stilato nei testi sacri ebraici un nuovo testo, il Talmud, ossia una serie di regole e insegnamenti per seguire al meglio la legge ebraica, dove la voce della donna sarà definita ervà, cioè nudità, e si giungerà così il divieto di ascoltare la voce della donna.

Di seguito vi proponiamo Peimat Miriam, un canto di donne accompagnate da tamburelli che ricordano ed elogiano la figura della profetessa”.

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Gli ultras, Anna Frank e la distruzione degli ebrei olandesi

Roberto Santoro

Molto rumore per le figurine antisemite degli ultras laziali e per le cadute di stile imbarazzanti del presidente Lotito, ma visto che si torna a parlare di Anna Frank qualcosa di più preciso diciamolo su cosa fu l’Olocausto in Olanda. La tollerante Olanda che ospitava una delle più antiche comunità ebraiche europee, dove prima della occupazione nazista giunsero decine di migliaia di profughi scampati alle persecuzioni tedesche in Europa Orientale, quando ancora non c’era Wilders e il problema per i governi arancioni di allora era questo tipo di immigrazione.

Qualcuno ha ricordato che dopo la guerra, nelle scuole olandesi, quando il professore chiedeva agli studenti ‘chi di voi in famiglia ha protetto un ebreo?’ tutti alzavano la mano, peccato però che l’Olanda fu uno dei Paesi europei dove la persecuzione della comunità ebraica avvenne nel modo più sistematico e brutale. La comunità ebraica di Amsterdam fu quasi completamente annientata durante l’occupazione nazista. Per vari motivi.  Dall’Olanda era difficile scappare e in Olanda era difficile nascondersi. L’encomiabile burocrazia olandese e l’amministrazione pubblica nordica prese già da allora a modello di efficienza spianarono la strada alla identificazione e successiva epurazione degli ebrei. Secondo lo storico americano di origine ebraica Noam Chomsky, lo sterminio in Olanda fu qualcosa di molto, molto peggio del trattamento che Paesi come l’Italia fascista riservarono agli ebrei. Continua a leggere »