Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Ebrei e cattolici: C’eravamo tanto amati

Le reazioni all’articolo sulle dichiarazioni di rav Di Segni sul sito della Stampa di Torino: Si legge dal basso in alto. Alcuni fanno paura.

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“Noi ebrei via da Caracas”

Poi ci vengono a raccontare che l’antisionismo non è antisemitismo. No, infatti, è solo la sua porta d’ingresso. DP

Dilaga l’antisemitismo: assalita la sinagoga, bruciati i libri sacri

Maurizio Molinari

Dalle strade residenziali dell’Upper West Side alle monocamera nell’East Village, fino alle case di Miami con vista sull’oceano, i telefoni hanno iniziato a squillare dall’alba. A chiamare da Caracas sono stati genitori, nonni e zii raccontando a figli e nipoti in America quanto avvenuto nella notte. «Hanno dissacrato la sinagoga di Mariperez», «hanno gettato in terra i rotoli della Torà», «hanno lasciato scritte insultanti», «erano armati». Sono centinaia gli ebrei venezuelani che negli ultimi anni hanno abbandonato il loro Paese a causa di Hugo Chávez rifugiandosi soprattutto a New York e Miami, da parenti ed amici, per iniziare una nuova vita.

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Prima i contenuti e poi la forma

Dal numero di gennaio di Shalom: Che futuro per l’informazione ebraica in Italia?

David Piazza

È curioso osservare come l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, quando decide di muoversi dal suo immobilismo, spesso riesca ad andare in controtendenza.

Sono mesi che si agita lo spettro di un giornale ebraico nazionale che a molti piace chiamare, chissà perché, “unico”. Uno dei sostenitori più convinti di questo progetto, il mio amico Guido Vitale, giornalista e consulente per la comunicazione all’Ucei, mi ha elencato i possibili vantaggi: l’ottimizzazione delle risorse economiche che le diverse Comunità certo non lesinano, l’autorevolezza di una voce ebraica unitaria, la possibilità di dedicarsi a temi di respiro nazionale che spesso le testate locali rischiano di non avere. Fin qui Vitale.

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Io ebreo dico agli ebrei: basta vittimismo

R.A. Segre

Lasciando da parte l’ostilità arabo-islamica contro gli ebrei e Israele, tre sembrano essere le principali ragioni che distinguono l’antisemitismo del passato da quello attuale. La prima è che di ebrei europei nei Paesi del Vecchio Continente non ve ne sono quasi più. La metà – 6 milioni sui 12 secondo le statistiche del 1939 – sono stati assassinati. Molti dei sopravvissuti sono emigrati fuori dall’Europa. E la maggioranza di quelli che oggi vivono in Italia, Francia e Germania non sono più di origine – e spesso di cultura – europea. In secondo luogo, questi ebrei oggi residenti in Europa hanno perduto il ruolo, la volontà e le ambizioni politiche e sociali del passato. L’assimilazione attraverso i matrimoni misti è aumentata, ma quella attraverso la conversione religiosa è finita. Il senso di identità fra coloro che si riconoscono come ebrei, anche se distanti dall’ebraismo, è invece cresciuto. In terzo luogo, mai prima nella storia d’Europa i governi sono stati così sensibili ai diritti degli ebrei rispettosi delle loro tradizioni.

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Ebrei di nascita e ebrei per conversione

Lettera firmata

Sono oramai diversi anni che ho deciso di convertirmi all’ebraismo e grosso modo un paio che ho cominciato seriamente il percorso per arrivarci. In questi anni sono entrato sempre più all’interno della vita della comunità e sto assistendo con una certa curiosità ai vari dibattiti che si sviluppano qui come nelle altre comunità italiane.

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Noi e la Comunità

Riceviamo dalla Comunità di Trieste

Un cammino da riprendere insieme, prima che sia troppo tardi!

La Comunità sta vivendo un difficile momento di transizione, e soprattutto sta perdendo di vista la propria identità. Di conseguenza, noi, senza rendercene conto, stiamo svalutando il nostro modo di essere ebrei. Perché si è arrivati a questa situazione? Chi ha permesso un simile allontanamento dalle istituzioni e dalle tradizioni?

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Io, freelance dell’ebraismo vi racconto la mia comunità

Un ebrea ortodossa di Londra si racconta come donna in un romanzo straordinario

Maria Vittoria Vittori

“Nel mio romanzo la voce di Dio non mai univoca: c’e il Dio che mi stato insegnato e con cui ho sempre avuto dei problemi, e un Dio libero, ironico, capace persino di ridere”.

In quell’afoso giorno di settembre che è l’ultimo nella vita di Rav Krushka, raffinato commentatore della Torah e carismatico rabbino della comunità ebrea ortodossa di Hendon, la figlia Ronit, brillante analista finanziaria che vive a New York, provvista di libero pensiero e linguaggio ardito, s’imbatte in un tipo con l’aria da predicatore che le piazza in mano un opuscolo annunciante un seminario speciale su Rav Krushka. Così, prima ancora della telefonata che le comunica la morte del padre – con cui non aveva rapporti da anni – Ronit capisce che di lui e di tutto ciò che rappresenta, compresa l’integralista comunità di Hendon e la sua adolescenza nel segno della ribellione, non potrà liberarsi tanto facilmente. Ronit è la protagonista del romanzo Disobbedienza, la sorprendente opera prima di Naomi Alderman, che la preziosa casa editrice Nottetempo ci ha fatto conoscere (con la traduzione di Maria Baiocchi, pp. 374, euro 18).

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