Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Il digiuno? Se breve può far bene

Ottima notizia. Lunedì, dall’alba al tramonto, noi ebrei abbiamo il digiuno di Estèr. Peccato bruci solo i grassi e non Amalèk. DP

Astenersi dal cibo per un giorno al mese potrebbe ridurre il rischio di malattie cardiovascolari e di diabete

La dieta-senza-cibo fa bene alla salute. Parliamo di digiuno, ma, naturalmente, parliamo di un digiuno limitato nel tempo: un giorno al mese. Detta così non sembra una grande idea perché il digiuno è spesso associato a pratiche religiose ed è vissuto come una sorta di punizione, almeno secondo la cultura cristiana, e non è nemmeno tanto nuova, perché qualcuno ci aveva già pensato come mezzo per dimagrire. Ma adesso le prove scientifiche si stanno accumulando e secondo gli ultimi studi, non solo sugli animali, ma anche sull’uomo, stanno dimostrando che chi digiuna ha meno malattie. I dati più numerosi arrivano dalle ricerche sugli animali. E Mark Mattson del National Institute of Aging americano spiega che nei test di laboratorio i topi tenuti a una dieta che prevedeva un digiuno, vivevano più a lungo, sviluppavano meno tumori e, invecchiando, conservavano migliori capacità mentali rispetto a quegli animali che potevano mangiare liberamente.

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Shrek! Quell’orco bonario che parla yiddish

Abbiamo visto tutti al cinema i bambini e non solo loro divertirsi con quell’orco che tutto sembra tranne brutto e cattivo. Nella sigla iniziale del primo episodio i popolani volevano bruciarlo vivo, ma al primo ruggito li vediamo tutti scappare con sottofondo le musiche dei Smash Mouth… I’m believer.

Eppure gli orchi dovrebbero incutere paura, far scappare i bambini e mettere in guardia gli adulti. Eppure non ci siamo entusiasmati nel vedere il nostro eroe, un orco-eroe, che combatte contro coloro che lo odiano (noi?) e non ci siamo commossi quando ha corteggiato la principessa gonfiando un serpente come se fosse un palloncino? E non abbiamo tifato per lui quando Lord Farquaalq ha cercato di rubargli l’amata? In realtà pochi sanno, adulti e bambini, che la parola shrek è una parola yiddish che ha un significato decisamente contrario ai sentimenti più amorevoli che si possano avere per una creatura… paura, terrore. La parola in realtà non è presente nel classico Joy of Yiddish del 1971 di Leo Rosten così come in altri dizionari. Si tratta di una parola di origine tedesca traghettata nella parlata comune. È usata frequentemente come aggetivo, shreklekh, come in shreklekh zach (una cosa terribile) oppure shreklekh imgick (qualcosa di orribile). Shrek foygl è uno spaventapasseri. Esiste anche come verbo e l’espressione equivalente a quella inglese di be afraid, shrekn zikh far. Ma come si trasforma il significato di una parola da qualcosa di terribile ad essere il nome simpatico di un personaggio di un cartone animato della Dreamworks? La nostra storia non inizia nel mondo delle favole, ma a New York, dove William Steig crea nel 1990 il personaggio di Shrek, un orco che in 32 pagine va in giro per il mondo affrontando una strega, un cavaliere, un drago e che alla fine sposa una principessa più brutta e disgustosa di lui.

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Tre storie di ragazzi ebrei milanesi dopo la maturità

Rossella Tercatin

L’esame di maturità è uno di quei momenti che non ti scordi mai. Anni di scuola ad aspettarlo e temerlo, considerandolo la fine di tutta la vita che conosci. Poi passa e ti rendi conto che non si tratta di una fine. Si tratta di un inizio. Nel 2008 alla scuola ebraica di Milano si sono diplomati 26 ragazzi, 8 hanno conseguito la maturità scientifica, 7 tecnica e 11 linguistica, lasciando un istituto che nella maggior parte dei casi frequentavano dall’asilo. Si è chiusa una fase della loro vita di giovani ebrei milanesi. Ma si è aperto qualcosa di nuovo per ciascuno di loro. Michael è uno di quelli che ha deciso di studiare a Milano. È iscritto all’Università Bocconi, facoltà di giurisprudenza.

Perché hai scelto di rimanere a Milano? Avevi preso in considerazione anche altre ipotesi?

“Guarda, ho considerato l’idea di prendermi un anno di pausa e trascorrerlo in Israele, come hanno fatto molti miei amici. Vederli partire ed essere rimasto qui non è facile, ma in questa città mi trovo bene e ci sono legato per tanti motivi. Inoltre ho preferito iniziare l’università subito, perché penso che dopo un anno senza studiare rimettersi sui libri sarebbe stato davvero difficile”. Continua a leggere »

Matrimoni misti: 8 su 10 falliscono

Che c’entra con Kolòt? C’entra, c’entra

Enza Cusmai – Il Giornale – 27 febbraio 2009

Le unioni tra italiani e stranieri sono più di 200mila e continuano ad aumentare. In media, però, durano dai 5 ai 13 anni. E fin dai primi mesi arrivano i problemi: la religione, l’educazione dei figli e l’isolamento all’interno della società.

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Spontaneità, donne e mitzvòt

I discorsi della bat mitzvà Deborah Ottolenghi e del papà Marco che hanno festeggiato questa settimana al tempio di via Eupili a Milano

Con la Parashà di questa settimana inizia un ciclo di cinque parashot, in cui si tratta della costruzione del Mishkan (tabernacolo) che è chiamato anche Mikdash (santuario). Già dal secondo verso della Parashà, ci troviamo di fronte ad un’espressione inusuale per la Torà, che come sappiamo è ricca di Mizvot, che per loro natura sono dei comandamenti. Il verso dice: “Parla ai figli di Israele che prendano per me un’offerta. Da parte di chiunque sarà spinto dal suo cuore riceverete la mia offerta”.

Rashi commenta: chiunque sarà spinto dal suo cuore, significa un’espressione di spontaneità e buona volontà. Rashi ci spiega anche, che il pasuk parla di tre tipi di offerte, due delle quali assolutamente obbligatorie e precise, mentre la terza,pur facendo parte del comandamento, richiede anche gli elementi di buona volontà e di spontaneità. Per quale motivo la Torà si esprime in questa maniera particolare per quanto riguarda le offerte da dedicare al Mishkan?

Alle volte le risposte non sono immediate, ed il vero significato può essere compreso attraverso una prospettiva storica.

L’elemento della spontaneità nel comandamento di costruire il Mishkan, si rivelerà in tutta la sua importanza circa 500 anni dopo, allorché il Re Salomone costruirà il primo Tempio.

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Sindrome da preghiera compulsiva

Psichiatria oppio dei popoli? In un mondo che non ha più paura di niente, perché rimuovere la “paura di Dio”? DP

GERUSALEMME – C’era una volta la sindrome di Gerusalemme. Quella lieve forma di pazzia che colpiva, e ogni tanto colpisce, duecento pellegrini l’anno: europei, americani schiacciati dall’emozione di visitare la Città Santa, convinti d’essere personaggi biblici, tenuti qualche ora in osservazione in una clinica della periferia ovest e poi rimpatriati, non appena la smettono di sentirsi Sansone che abbatte le mura o la Vergine che cerca il Figlio. La letteratura medica ora s’arricchisce: all’Herzog Hospital, sempre a Gerusalemme, gli psichiatri hanno individuato e pubblicato su una rivista scientifica la loro ricerca sulla «sindrome da preghiera compulsiva». Una forma d’ossessione che prende seminaristi di collegi rabbinici, ma anche musulmani delle madrasse, troppo impegnati nella recitazione della prece quotidiana.

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Shabbat: il più bel dono che la cultura ebraica ha fatto al mondo

Amos Oz: «Il sabato niente shopping chiudiamo i centri commerciali»

Lo shopping è fatto per l’uomo, non l’uomo per lo shopping. «E il sabato ebraico non dovrebbe diventare la Giornata nazionale degli acquisti». Di sinistra, laico, progressista. E teorico del compromesso, contro ogni fanatismo, amante della coesistenza. Quand’è troppo è troppo, però. E così anche Amos Oz, in un pomeriggio sul mare a Cesarea, ospite d’un convegno sul valore dello shabbat, il sabato del riposo ebraico, alla fine sbotta e se la prende col mostro del consumismo moderno.

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