Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Il tempio di via Eupili a Milano compie 40 anni

Beniamino Ottolenghi

La scorsa festa di Shavuoth ha segnato quarant’anni dalle fondazione del bet hakkenèset di via Eupili ( Beth Yossef ve Eliahu in ricordo dei primi parnassìm, il Prof. Yossef Colombo zl. e di Rav Eliau Kopciowski zl.) L’ispiratore di questa iniziativa fu Rav Kopciowski con l’aiuto di Eugenio Mortara zl. che sostenne tutte le spese per la ristrutturazione, su progetto dell’Architetto Luciano Consigli, dei locali della vecchia scuola materna della Comunità. Per la prima volta nell’ebraismo milanese di rito italiano un Beth Hakesseth iniziò e continua ancora dopo quarant’anni, un’attività indipendente dai bilanci della Comunità e senza alcun peso per le tasche dei contribuenti.

Continua a leggere »

La destra non è un solo monolito

Amos Luzzatto – Presidente Unione Comunità Ebraiche Italiane

Il fatto stesso che sia posto all’ordine del giorno il tema della “destra e gli ebrei” con saggi, convegni, dichiarazioni e dibattiti, conferma che vi è una attesa del superamento di un passato negativo e ingombrante e dell’apertura di una fase che, partendo dal dialogo, possa velocemente giungere a un’amicizia se non forse addirittura a un’alleanza. Il tema è talmente delicato e – piaccia o non piaccia – attuale che la sua semplificazione e la riduzione in formule che permettono tutte le possibili interpretazioni, quali “sdoganare An” o “promuovere la visita di Fini in Israele” non aiutano affatto, anche se piacciono tanto alla pubblicità. Non c’è dubbio che quella che si chiama la “destra” racchiude in sé componenti molto diverse e spesso conflittuali fra di loro. Farne una entità unica significa pertanto confondere i termini del problema. Nessuno pensa ad esempio di attribuire a un militante trentenne di An, non meno che a Emanuele Filiberto (che penso siano entrambi di “destra”) una responsabilità soggettiva, personale, per le leggi razziali del 1938. Ma dedurne poi che tali leggi fossero uno scherzo rispetto a quelle di Norimberga o ai gulag staliniani e pertanto che si debba assolvere la classe politica che le volle, le decretò, le applicò fino alle loro conseguenze tragiche, è un passaggio inaccettabile. Chi invece tenta questo passaggio, deve sapere che così si chiude qualsiasi velleità di dialogo (non dico di avvicinamento) fra “la destra” e “gli ebrei”. “Fare i conti con il passato” è sempre difficile. Ma non è impossibile. Continua a leggere »

La destra e gli ebrei. Proprio come una volta…

Aldo Torchiaro

Succede anche questo, in pieno 2003. Si va ad assistere alla presentazione di un saggio che si presume avere un interesse storico, “La destra e gli ebrei”, e si sente affermare dai presentatori che “le leggi razziali in Italia non sono esistite davvero. Una formalità scritta e mai applicata, ecco tutto.” Gli occhi dei presenti, molti dei quali ebrei romani, si incrociano con un misto di esterrefazione ed imbarazzo. Continua a leggere »

Ebrei dissociati

Paolo Mieli – Corriere della Sera – Domenica 20 Aprile 2003

Le firme improprie per quei manifesti su Israele

Interessante il suo scambio di lettere con Alberto Arbasino sulle nuove forme di antisemitismo. Nella sua risposta lei cita un intervento di molti anni fa della scrittrice Rosellina Balbi a proposito di ebrei che firmano appelli pro o, più spesso, contro Israele, cosa che io ritengo impropria e comunque inopportuna. Penso che firmare un manifesto in quanto appartenente ad una religione o ad un popolo sia qualcosa che può esser fatto solo in momenti eccezionali e di fronte a eventi di portata storica. Quei riti giustamente stigmatizzati da Arbasino, da lei e dalla Balbi sono invece qualcosa di assai ordinario e mi domando come sia possibile che qualcuno li compia senza accorgersi di quanto siano controproducenti.

Giuseppe De Cillis – Milano

Caro signor De Cillis,

fortunatamente non è questo un momento di esplosione di quel genere di appelli. Ma presto – ormai sono abituato – ne vedremo di nuovi, assai simili a quelli degli ultimi venti o trent’anni. Anch’io, come lei, li considero dannosi per chi li sottoscrive e mi domando perché in molti ancora li firmino. Sicuramente c’è il desiderio di stornare l’odio da sé. Ha scritto poco tempo fa Abraham B.Yehoshua: «Ho letto una biografia di Hitler e sono rimasto sconcertato dal vedere con quanta forza l’odio verso gli ebrei lo abbia accompagnato, anche dopo la costruzione dei campi di sterminio e la decisione della soluzione finale; voglio capire che cosa c’è in noi che scatena un simile odio». E’ vivo il senso che sia l’ebreo stesso a «scatenare» questo odio. Ed è forte il desiderio di fare qualcosa per non «scatenarlo» più. O, comunque, di meno.

Mesi fa, nelle settimane più incandescenti dell’intifada, si sono moltiplicati gli appelli dei cosiddetti «ebrei contro l’occupazione», cioè cittadini di religione ebraica (spesso soltanto di origini ebraiche) che in quanto tali si dissociano dalla politica di Ariel Sharon. Nello Stato americano del Michigan un gruppo di ebrei ha aderito, addirittura con uno specifico appello, ad una campagna per il boicottaggio di Israele. In Inghilterra è arrivato al Guardian uno di questi appelli in cui quarantacinque intellettuali israeliti proclamavano la loro rinuncia al diritto in omaggio al quale, per la «legge del ritorno», avrebbero potuto ottenere in qualsiasi momento residenza e cittadinanza israeliana (un diritto che dovrebbe offrire un rifugio agli ebrei di tutto il mondo colpiti dalle persecuzioni antisemite). La risposta da parte di Israele è che si tratta di «ebrei che odiano se stessi». Ma il rabbino Michael Lerner, direttore di Tikkun , ha dato una risposta diversa: «Nessuna meraviglia che molti ebrei si siano sentiti profondamente sconvolti dalla politica di Israele; da una parte essi si rendono conto che tale politica sta portando a una spaventosa ondata di antisemitismo, dall’altra capiscono che questa non sta dando sicurezza a Israele ma al contrario sta creando nuove generazioni di futuri terroristi e convincendo il mondo che Israele ha perso la sua bussola morale».

Non è una novità, dicevo. Anche vent’anni fa, ai tempi dell’invasione del Libano, gli ebrei di sinistra si sentirono costretti a firmare appelli contro il premier israeliano in carica. Rosellina Balbi (come ho già ricordato nella risposta ad Arbasino) scrisse su Repubblica nel 1982: «Mi sbaglierò ma dietro questi manifesti contro Beghin firmati quasi esclusivamente da ebrei c’è anche il timore, conscio o inconscio, di venire accomunati nella condanna della politica di Israele; e dunque il bisogno di dissociarsene, di far sapere che non tutti gli ebrei sono “cattivi”». Vent’anni dopo, Riccardo Pacifici, a commento di alcuni manifesti firmati da ebrei che protestavano per la contestazione contro Vittorio Agnoletto a Portico d’Ottavia, il ghetto di Roma, ribadì: «E’ ignobile e pretestuoso da parte di alcuni signori firmarsi non come normali cittadini che esprimono una loro opinione, ma definendosi ebrei solo perché vantano cognomi e nonni ebrei». E non è un particolare irrilevante che molti dei firmatari di quegli appelli, sottolineava Pacifici, «non sono iscritti alla comunità, anzi non sono nemmeno ebrei».

Quanto a me, l’ho scritto più volte: non mi piacciono i manifesti. Di nessun tipo. Per ciò che riguarda quelli in questione, approfitto della sua lettera e del fatto che questi sono tempi (relativamente) freddi, per suggerire maggiore prudenza a chi ha intenzione di firmarne qualcuno al prossimo surriscaldamento del conflitto tra Israele e palestinesi.

Ancora su “ebrei buoni e ebrei cattivi”

Lettera di Giorgio Gomel a Kolot

Caro Direttore,

la gravità del momento, lo sgomento per la guerra in Iraq e le sue vittime, l’esecrazione per gli attentati che colpiscono Israele e le ritorsioni che uccidono palestinesi, la mancanza tuttora di un minimo spiraglio di trattativa fra israeliani e palestinesi indurrebbero al raccoglimento e al silenzio. Ma l’articolo di Claudio Vercelli “Gli ebrei buoni e quelli cattivi” sull’ultimo numero di Shalom mi induce a un breve commento. L’articolo distingue fra gli ebrei “buoni” che piacciono ai salotti della sinistra e quelli “cattivi”, invece ostici e antipatici a quegli stessi salotti. La definizione distorce pensiero e azione della sinistra ebraica, che dal 1982 con gli Amici di Shalom Achshav e dal 1988 con il Gruppo Martin Buber a Roma e con gruppi analoghi in altre città, criticò sì la guerra del Libano, l’occupazione dei territori palestinesi, la negazione dei loro diritti nazionali, ma anche il settarismo di una certa sinistra italiana che allora come oggi intimava agli ebrei di dissociarsi da Israele, pena la loro messa in stato d’accusa (“Davide discolpati”, come diceva un celebre articolo di Rosellina Balbi vent’anni fa). Per anni questi gruppi hanno condotto una azione di educazione politica nella sinistra italiana, nel mondo cattolico, nell’opinione pubblica per difendere le ragioni di Israele, per combattere il razzismo e l’antiebraismo, per promuovere incontri fra israeliani e palestinesi. Adesso nell’opinione della destra ebraica – rovesciando specularmente l’argomentazione di Vercelli – questi sono gli ebrei “cattivi” – al meglio dei visionari, al peggio dei traditori. Gli altri sono gli ebrei autentici, i “buoni”.

Non è così. Un dibattito ha diviso in questi anni gli ebrei italiani fra moderati e massimalisti, sul conflitto israelo-arabo; fra più e meno osservanti, riguardo alle tradizioni religiose dell’ebraismo; fra coloro che difendono una visione più aperta e pluralista dell’ebraismo nel confronto con altre fedi e culture e coloro che sono più chiusi nella difesa dei propri valori in antitesi a quelli altrui. Queste fratture non dividono in modo preciso gli uni – tutti da una parte – e gli altri, contrapposti ai primi.

Basta con il semplicismo dei “buoni” e dei “cattivi”.

Giorgio Gomel

Ci era sembrato che l’articolo di Vercelli stigmatizzasse l’uso di “buoni” e “cattivi” presso certi ebrei e non ebrei. Ci dispiace che Gomel lo recuperi attribuendolo alla “destra ebraica” (che desumiamo essere tutto ciò che non è “sinistra ebraica”). Salvo poi concludere “Basta con il semplicismo dei “buoni” e dei “cattivi” che sottoscriviamo in pieno, così come la sua descrizione dell’onesto dibattito che agita gli ebrei italiani sulla questione mediorentale. David Piazza

Quanto è bella la Torà associata al “Derech eretz” che non deve diventare un mestiere

Intervista

Come capo rabbino di Roma, quali sono i punti di forza e di debolezza che caratterizzano la comunità ebraica di Roma?

Notiamo, almeno a Roma, un buon andamento in crescita di presenze nei bate kenesiot, maggiore affluenza alle lezioni di Torà a tutti i livelli e un maggiore impegno nell’apprendere la lingua ebraica; in generale cresce la domanda di utilizzo dei vari servizi religiosi. Continua a leggere »

Conversioni: un problema in Italia?

Intervista al rav prof. Benedetto Carucci Viterbi, direttore dell’insegnamento delle materie ebraiche nelle scuole della Comunità Ebraica di Roma

Da Ofakim, periodico dell’Hashomer Hatzair di Roma

Quali mutamenti ci sono stati nell’atteggiamento nei confronti delle conversioni (in particolare dei minori) rispetto alla precedente gestione del Rabbinato Capo dall’insediamento di Rav Riccardo Di Segni? Continua a leggere »

Sull’accettazione delle Mitzwòt da parte del gher

Alberto Somekh

La posizione della Halakhah su questo delicato argomento è riassunta nei due articoli del Rav I. Ralbag, membro del Consiglio del Rabbinato Centrale d’Israel (in “Sridim” 17, Tishrì 5758, p. 42 sgg.) e del Rav Y. Poultorak, già Presidente del Tribunale Rabbinico di Lione (in “Sridim” 18, Adar 5759, p. 92 sgg.), apparsi entrambi sulla rivista annuale della Conferenza dei Rabbini d’Europa. Continua a leggere »