Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

“Il nostro compito è costruire piccoli paradisi”

I giovani delle colline. Finalmente un reportage senza pregiudizi sui giovani coloni che rischiano la vita per continuare il sogno sionista. Si può dissentire, ma meritano rispetto.

Giulio Meotti

“Siamo tornati a casa”, proclama il cartello all’ingresso di Givat Assaf, un avamposto israeliano che prende il nome da un colono ebreo ucciso dai palestinesi. Il leader della comunità, Benny Gal, spiega così la loro presenza: “In questo punto preciso, 3.800 anni fa, la terra d’Israele fu promessa al popolo ebraico. Se ci portano via di qui, in pericolo sarà l’aeroporto internazionale Ben Gurion”.

Givat Assaf è uno dei capisaldi della “Hilltop Youth”, la gioventù delle colline, la seconda generazione di coloni che sta organizzando la resistenza all’evacuazione degli insediamenti giudicati illegali, i cosiddetti “outpost”, al centro delle trattative fra il primo ministro israeliano Netanyahu e l’amministrazione Obama.

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Perché offendere i Maestri vuol dire offendere la Torà

Ultimo Kolot prima della pausa estiva. Un prezioso appunto per la settimana del 9 di av

Alfredo Mordechai Rabello*

Ci troviamo nel periodo delle tre settimane di lutto; una delle principali cause delle nostre disgrazie è da ricercare nella mancanza di rispetto l’uno verso l’altro ed in particolare verso il Saggio ed in questo periodo il Rav Zvi Jehuda Kook usava metterci in guardia sull’importanza di questa Mizvà ed il Ben Ish Chay dice espressamente nelle Halakhòt di questa settimana (anno I) che per il bizzuy Talmidè Chakhamim è avvenuto il churbàn (La distruziuone del II Tempio NdR).

L’espressione Kevod talmid chacham non appare nel Talmud, ove invece appare l’espressione Kevod haTorà. Il Maimonide stabilisce: “È mizvà onorare ogni talmid-chacham, anche se non è suo maestro (diretto)…” (Hilchot Talmud Torà 6:1; Tur, Joré Deà 243) ed il Talmud (Shevuot 30b) ci dice che il Kevod Hatorà ha la precedenza su una serie di mizvot.

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Sono io la causa dei guai di tutto il mondo

La nuova versione degli ebrei come capro espiatorio.

Sherri Mandel

Eccomi, sono io il problema. Il leader del mondo libero ha fatto riferimento a me personalmente, e alla mia famiglia, come la causa dei guai di tutto il mondo. Con la scopa in una mano, mentre cerco eroicamente di spazzare i pop-corn lasciati in giro dal festino televisivo di mio figlio, eccomi qua: io sono il motivo per cui non c’è la pace nel mondo. Obama ha messo nelle mie mani il destino del mondo. Mi ha detto: “Se la smetti di costruire, se la smetti di crescere, tutto si aggiusterà in Medio Oriente. Lascia stare l’Iran e il Darfour e gli ‘omicidi d’onore’ delle donne nella vostra regione. La causa dei conflitti sono i lavori di ristrutturazione in casa tua”.

Ebbene sì, sono una colona. Se mi spostassi otto chilometri verso Gerusalemme, allora cesserei di essere una colona. Suppongo. Ma sarei ancora una israeliana, e anche quello è un bel problema.

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Alla ricerca dello shtetl perduto

Yiddishland in Lituania. L’antisemitismo senza ebrei.

Alain Guillemoles

Cercando la Vilnius ebraica di un tempo, oggi si trova soprattutto un grande vuoto: restano una sinagoga dalla facciata di stucco, due piccoli musei chiusi e molte targhe sui muri, in ebraico e lituano. Ma è difficile raffigurarsi il pullulare della capitale della Lituania prima della guerra, quando la metà della popolazione era ebraica, tanto che la città veniva chiamata la «Gerusalemme del Nord». Ci si aggrappa a minuscoli indizi. Quella che oggi è l’ambasciata d’Austria era una casa di preghiere. Più oltre, un cortile ospita una scuola materna di recente costruzione. Un cartello segnala che qui si trovava la grande sinagoga, costruita nel 1573: pare fosse così ricca da avere candelieri d’oro. Fu distrutta dai tedeschi. Il luogo dove si trovavano le porte del ghetto, creato dai nazisti, è segnalato da alcuni mattoni messi a nudo sulla facciata di una casa. Difficile accorgersene, tanto il segno è discreto, senza essere accompagnati da una guida locale.

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Un pollo di nome kashèr

Il nuovo libro di Liliana Treves Alcalay

In questo suo nuovo libro Liliana Treves Alcalay rievoca, attraverso i ricordi e gli episodi più significativi della sua infanzia, gli anni successivi alla guerra e ci fa partecipi dei suoi lontani stati d’animo di bambina: il ritorno dalla Svizzera – che la famiglia aveva raggiunto nel febbraio del 1943, nel corso di una drammatica fuga tra le montagne innevate sopra Como –, le immagini mai più dimenticate di una Milano in macerie, la difficoltà nel farsi assegnare una casa dal Comitato Alloggi, che si occupava di dare una sistemazione alle famiglie reduci della guerra e, una volta ricevuta, di coabitarvi con un altro nucleo famigliare.

E poi la fame, la miseria, la difficoltà di adattamento in una società traumatizzata dagli eventi bellici; le prime drammatiche testimonianze dei sopravvissuti alla Shoah che emergevano dai loro terribili racconti e che suscitavano orrore e sgomento in chi li ascoltava; i pregiudizi razziali ancora fortemente radicati nell’animo di alcuni, nonostante la guerra appena terminata, nonostante i milioni di ebrei sterminati nei campi di concentramento.

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Zingari ed ebrei

L’introduzione di Tobia Zevi al libro La rivolta degli zingari di Alessandro Cecchi Paone e Flavio Pagano (Ed. Mursia)

Zingari ed ebrei, in fuga dai nazisti, che si incontrano. Diffidenza, paura, smarrimento. Solo dopo essersi finalmente riconosciuti i due gruppi si sciolgono in una danza liberatoria, sulle note della musica klezmer e di quella gitana. Molti ricorderanno questa scena dal meraviglioso film «Train de vie», uno dei pochi casi in cui la Shoah ed il Porrajmos vengono messi in relazione. E questo è il primo merito del libro: raccontare con rigore scientifico – ma anche con pathos – il massacro nazista delle popolazioni nomadi della Germania e dei paesi est-europei. Una storia poco conosciuta (al pari delle persecuzioni a portatori di handicap, malati mentali, omosessuali, testimoni di Geova) dai tratti di violenza ed inumanità difficilmente immaginabili. Se la memoria della Shoah ha assunto un’importanza assoluta sul piano culturale e mediatico – il che non vuol dire che il fenomeno sia realmente conosciuto! – non possiamo affermare la stessa cosa per quanto riguarda la vicenda degli zingari.

Diversi fattori possono aver contribuito a questo stato di cose. In primo luogo le testimonianze del Porrajmos sono state disponibili generalmente per un lasso di tempo più breve, poiché l’aspettativa di vita è assai più bassa tra i nomadi (e si ricordi che dopo la guerra non fu immediato il racconto dei superstiti). Inoltre gli zingari erano già poco integrati nelle società europee. La loro tradizione millenaria, presente fin dal Medioevo, non era mai stata centrale per le culture del continente, come invece era stata quella giudaica per il Cristianesimo e poi a partire dall’Emancipazione. Gli ebrei avevano combattuto nella Grande Guerra – si pensi alla drammatica conclusione dell’«Amico ritrovato» di Fred Uhlman – e si consideravano francesi, tedeschi, italiani. Sovente erano stati nazionalisti, nel nostro paese la gran parte era favorevole al fascismo.

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Desaparecidos e prostitute: il karma ebraico di Englander

Il meretricio? Un ottimo rimedio «per alleviare insopportabili impulsi». Ma scoprirsi hijos de puta è una «condanna da cancellare». Come i cittadini argentini scomparsi, il cui ricordo è stato annullato dal “Ministero dei casi speciali”. E l’Italia? «Molto confortevole per uno scrittore, avete il Papa e il Papi…»

Luca Mastrantonio

Ebreo-americano da Mayflower, cioè di quarta generazione, Nathan Englander mescola umorismo yiddish ed erotismo cerebrale da newyorkese, Philip Roth e Woody Allen, la letteratura russa e quella israeliana. Ospite last minute, ma di casa alle Conversazioni di Capri – gia due anni fa partecipò all’appuntamento organizzato da Antonio Monda e Davide Azzolini – ci racconta divertito di come si trovi perfettamente a suo agio nell’Italia di oggi, di cui gli parlano i suoi colleghi giornalisti, in particolare Rachel Donadio del New York Times. Perché? Perché nell’opera di Englander la prostituzione è un ottimo rimedio Per alleviare insopportabili impulsi, come si intitola un suo racconto e la raccolta d’esordio, e restare fedele alla propria mogliettina.

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