Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Chrystie Sherman, tracce di identità nella diaspora

FOTOGRAFIA. Incontro con l’artista statunitense intorno al progetto «Home in Another Place». Dal Medio Oriente all’ex Unione Sovietica e fino a Cuba alla ricerca delle ultime comunità ebraiche. Immagini che entrano nella quotidianità, nei vicoli dei villaggi sperduti, in attesa che si celebrino lo shabbat o un Bar Mitzvah

Manuela De Leonardis

Come atolli in balia delle acque agitate dell’oceano, le sempre più rare comunità ebraiche sparse in luoghi diversi del mondo guardano ad un futuro quanto mai appesantito dall’incertezza. A chi affidare la memoria, la storia, la difesa stessa della continuità delle tradizioni religiose e culturali? «Potrebbero non esserne rimasti molti di questi ebrei, ma vogliono restare dove sono e continuare a preservare la loro comunità. Non gli piace che ci si riferisca a loro come a un futuro perduto», afferma la fotografa statunitense Chrystie Sherman che dall’inizio del nuovo millennio dedica loro il progetto Home in Another Place, cercando tenacemente quelle tracce per mapparle con il mezzo fotografico. Un obiettivo che l’ha portata sulle coste del Mediterraneo, dal Nord Africa al Medio Oriente, in Asia Centrale fino all’ex Unione Sovietica spingendosi anche a Cuba.

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La perenne crisi del modello ebraico romano

Una riflessione di Riccardo Di Segni

Pochi mesi dopo la liberazione di Roma dai tedeschi un piccolo gruppo di ebrei romani fece la ‘aliyà. Nel giro di pochi anni molti di loro rientrarono in Italia. È una vicenda non molto nota, su cui esistono alcune preziose testimonianze memorialistiche, ma forse ancora non una ricostruzione storica precisa. Su questa vicenda fa ulteriore luce un libro appena uscito che ho ricevuto, gradito omaggio, dall’amico Maurizio Tagliacozzo; curato da sua sorella Giordana, è intitolato Il ritorno di Tosca, Auschwitz – Roma- Eretz Israel – Roma, Silvio Zamorani editore, Torino 2021. Di questo libro si parla in altre parti di questo giornale; concentriamoci piuttosto sulla vicenda degli intrepidi ‘olìm. Alcuni di loro riuscirono a inserirsi, ma molti altri no, e tornarono. Non fu però un abbandono dell’ebraismo: loro stessi e i loro discendenti, oltre ad aver fatto carriere importanti nel mondo degli studi e dell’imprenditoria, hanno avuto e continuano ad avere ruoli dirigenziali anche ai massimi vertici dell’ebraismo italiano; un ramo conta dei rabbini noti; e alcuni di quella generazione e dei loro discendenti sono tornati o si sono mossi a vivere in Israele. 

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Odio per odio

Parashà di Emòr

Rav Scialom Bahbout

Una delle attacchi più infamanti cui è stato oggetto l’ebraismo, e con lui la Torà e la Halakhà, è stata l’accusa che la Bibbia inciterebbe a una “applicazione” pratica della cosiddetta legge del Taglione – “Occhio per occhio e dente per dente” – per chi procura un danno fisico a una persona bisogna procurargli lo stesso danno. I Maestri nel Talmud hanno sempre stabilito che non si tratta di un intervento brutale sul corpo dell’uomo, ma di un risarcimento pecuniario, cosa dimostrabile anche secondo la logica: lo scopo è quello di esercitare la giustizia e quindi tutto viene fatto attraverso i Tribunali e non per vendetta: del resto la reazione a una prepotenza o a un sopruso è spesso ben più violenta, mentre la Torà stabilisce innanzi tutto un termine chiaro di eguaglianza.

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Tutti pazzi per Shtisel

Matrimoni combinati, patriarcato imperante, regole bizzarre da seguire dalla mattina fino alla sera, e un unico grande Dio da adorare. Sì, tutto questo ci ha appassionato.

Elena Crioni

La prima cosa da fare se si vogliono seguire le tre stagioni di Shtisel è abbandonare il giudizio. Toglierci la maschera degli occidentali detentori di ogni verità entrare in punta di piedi nel quartiere di Goula a Gerusalemme, dove vivono gli Haredim, una comunità ebraica ultra ortodossa (anche se loro rifiutano di essere chiamati così, perché ritengono di essere loro gli unici veri ortodossi, tutti gli altri ebrei, compresi quelli che noi chiamiamo ultra ortodossi sono eretici.)

Senza giudizio e con l’occhio curioso dell’antropologo veniamo accolti nella casa del capofamiglia, il Rabbino Shulem Shtisel, (Dov Glickman), vedovo padre di quattro figli e nonno di molti nipoti. Padre nell’eccezione più ortodossa di questo termine, Shulem incarna letteralmente tutti i valori dell’essere Haredim. È l’ebreo furbo e prepotente descritto in mille racconti e barzellette, quello che alla fine trova un modo per gestire a modo suo tutte le cose, dai conti della yeshivah (scuola dove i bambini maschi studiano la Torah) ai sentimenti, alla vita dei figli. Shulem è Abramo, il padre di tutti per eccellenza, pronto a sacrificare tutto a Dio, anche il suo adorato figlio.

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Ricordando Simon Wiesenthal, il cacciatore di nazisti

Mauro Salucci

Nato nel 1908, ebreo austriaco ma polacco di nascita, morto nel 2005, Simon Wiesenthal scampò nel corso della sua vita travagliata a ben 12 plotoni di esecuzione all’interno dei campi di sterminio tedeschi. Originario di Buczacz, al margine orientale della monarchia austro-ungarica, faceva parte della famiglia di Sigmund Freud. La suocera di Wiesenthal era, infatti, una Freud.

Consapevolezza ebraica

Buczacz era all’epoca un luogo in cui gli ebrei dominavano, con ben sessantamila persone a cui si contrapponevano duemila polacchi e circa mille ucraini. Questo incise fortemente nella vita di Wiesenthal, creando in lui una forte autostima e la consapevolezza di appartenere a un popolo importante e con forti connotazioni culturali. Quando arrivò a Mauthausen, nel maggio 1945, aveva 38 anni.

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Così quattro spie “arabe” salvarono lo Stato ebraico

Matti Friedman racconta la storia dei primi “mistaravim” che si infiltrarono cancellando la propria identità

Fiamma Nirenstein

Da quando tutto il mondo ha visto Fauda sullo schermo tv, i «mistaravim» sono ormai di famiglia. Sono agenti israeliani che sanno non solo l’arabo alla perfezione, ma che nel linguaggio, nel comportamento, nel gusto del cibo e nelle esclamazioni, anche parlando nel sonno, sono in tutto e per tutto capaci di arabizzarsi, appunto di «diventare come arabi». Mistaravim. Chi ne vuole capire lo sfondo storico, politico, filosofico, il nodo di avventura, rischio e ideologia che li riguarda può adesso leggere Spie di nessun Paese di Matti Friedman (Giuntina, in libreria dal 29). È proprio nell’avventura e nel pericolo mortale continuo e nell’eroismo che i quattro mistaravim delle origini dello Stato raccontati da Friedman si giocano tutto: la loro stessa origine familiare e sociale, il loro cuore, il più alto senso della patria ebraica e insieme del legame col mondo arabo. E, fa capire Friedman, la patria non li ha mai ringraziati né li ringrazia abbastanza: sono sempre «mizrachim», orientali, patriarcali, religiosi, in un universo la cui cultura ha il segno genetico della storia europea, anzi, di quella del socialismo.

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La storia di Mosè Di Segni, il medico del Battaglione Mario

Donato Moscati

C’è una via a Serripola, una frazione di San Severino Marche, dedicata ad un medico ebreo romano, un medico che ha combattuto per la liberazione dal nazifascismo, quel medico aveva il nome di Mosè Di Segni. Abbiamo chiesto a Rav Riccardo Di Segni, terzo figlio di Mosè, di raccontarci la storia di Resistenza del padre. Mosè Di Segni è un pediatra che si è pagato gli studi scrivendo per «Il Giornale d’Italia» e proprio la conoscenza con un giornalista lo porterà a scappare dalla retata del 16 ottobre 1943.

Alla fine del 1936 viene chiamato come medico militare nella guerra di Spagna, fino al 1938 quando con le leggi razziali viene radiato sia dall’esercito che dall’ordine dei medici con il permesso di poter esercitare solo per gli ebrei.

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