Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Il re dello street food è arabo, anzi no: Palermo deve agli ebrei il pane con la milza

La comunità ebraica fu fiorente per 1500 anni a Palermo. I macellai non potevano essere pagati e venivano quindi ricompensati con le interiora degli animali abbattuti

Alessia Rotolo

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata per commemorare le vittime dell’Olocausto. A Palermo e in tutta la Sicilia gli ebrei furono espulsi dall’Isola l’anno della scoperta delle Americhe. All’epoca Palermo era sotto il dominio spagnolo e in quel periodo fu emanato il decreto dell’Alhambra, noto anche come editto o decreto di Granada: un decreto emanato il 31 marzo 1492 dai re cattolici di Spagna, Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona, con il quale diventava obbligatoria l’espulsione delle comunità ebraiche dai regni spagnoli e dai loro possedimenti a partire dal 31 luglio di quello stesso anno.

Quelli che per difendere la propria famiglia dovettero convertirsi al cristianesimo vennero chiamati “marrani”. Chissà se veramente divennero cristiani, i convertiti o se nelle grotte numerose del quartiere continuarono di nascosto a celebrare i loro riti giudei.

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Ho redatto la definizione di antisemitismo. Gli ebrei di destra la stanno trasformando in arma

Kenneth Stern

Quindici anni fa, in qualità di esperto di antisemitismo del Comitato Ebraico Americano, ero il principale estensore di quella che allora veniva definita la “definizione operativa di antisemitismo”. È stata creata principalmente per consentire ai raccoglitori di dati europei di sapere cosa includere ed escludere. In questo modo l’antisemitismo potrebbe essere monitorato meglio nel tempo e oltre i confini. Non è mai stata pensata per essere un codice di incitamento all’odio nel campus, ma è quello che l’ordine esecutivo di Donald Trump ha realizzato questa settimana. Questo ordine è un attacco alla libertà accademica e alla libertà di parola e danneggerà non solo i sostenitori filo-palestinesi, ma anche gli studenti e la facoltà ebrei e la stessa accademia.

Il problema non è che l’ordine esecutivo offra protezione agli studenti ebrei ai sensi del titolo VI della legge sui diritti civili. Nel 2010 il Dipartimento della Pubblica Istruzione ha chiarito che ebrei, sikh e musulmani (come etnie) potevano lamentarsi di intimidazioni, molestie e discriminazioni ai sensi di questa disposizione. Ho supportato questo chiarimento e ho presentato una denuncia di successo per gli studenti delle scuole superiori ebraiche quando sono stati vittime di bullismo e persino calci (c’è stato un “Kick a Jew Day”).

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Ce l’hanno con noi?

La laicissima rivista Ha Kehillah rasenta il misticismo quando si interroga sull’identità ebraica dettata dall’antisemitismo. Bel numero da leggere con attenzione

Anna Segre

Perché ci odiano? Manuel Disegni sul numero scorso di Ha Keillah ci ha messo in guardia da questa domanda con argomentazioni assolutamente stringenti. Cercare una caratteristica peculiare comune a tutti gli ebrei, sia pure positiva, che spieghi l’antisemitismo significa fare il gioco degli antisemiti. Eppure è una trappola in cui cadiamo spesso: ci odiano perché siamo colti, ci odiano perché amiamo lo studio, ci odiano perché siamo anticonformisti, ci odiano perché combattiamo tutte le idolatrie, ci odiano perché siamo così, ci odiano perché siamo cosà. 

Peraltro, sarà poi vero che gli ebrei nel corso della storia sono stati odiati/perseguitati/discriminati più di altri gruppi che si trovavano in condizioni analoghe? È mail esistita nella storia dell’umanità una religione o etnia che sia vissuta per secoli come minoranza in un luogo senza essere prima o poi perseguitata o per lo meno malvista? Sospetto di no. Il fatto è che noi ebrei siamo stati odiati e perseguitati molto, e da molti popoli diversi; ma questo ovviamente accade perché esistiamo da millenni e siamo stati presenti in molti luoghi e contesti storici diversi. Molti popoli sono stati odiati solo per periodi brevi, al termine dei quali sono stati completamente annientati, o costretti a forza ad assimilarsi alla cultura egemone. Insomma, hanno smesso di essere odiati perché hanno smesso di esistere. Non mi sembra un grande vantaggio.

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Salotti parigini e bassifondi russi

L’inutile conversione al cattolicesimo di Irène Némirovsky che finì ad Auschwitz e poi fu accusata di antisemitismo

Luca Scarlini

Irène Némirovsky (19031942) è una presenza importante di quel variopinto mondo di emigrés russi, stabilitosi a Berlino e Parigi, prima di ulteriori esodi sulle rotte della storia, dopo la Rivoluzione d’ottobre, dai cui ranghi sono uscite voci come quella di Mark Aldanov, Nina Berberova e soprattutto, ovviamente, Vladimir Nabokov. Ucraina di Kiev, figlia di un facoltoso uomo d’affari, Irène Némirovsky giunse nella capitale francese dopo un soggiorno in Finlandia, scegliendo di scrivere immediatamente nella lingua del paese di adozione, parlata fin dall’infanzia nelle famiglie facoltose della Russia prerivoluzionaria. L’esordio con David Golder (1929) la definisce immediatamente per i suoi interessi principali: il racconto della relazione con un universo familiare claustrofobico, di difficile se non di impossibile comprensione, osservato con uno sguardo acuto in cui entrano in gioco anche considerazioni sui risvolti più amari dell’esistenza, con un’attenzione alla dimensione etica delle azioni che la apparenta talvolta a certi percorsi di François Mauriac e Georges Bernanos. Il rapporto tra il protagonista, un finanziere rovinato, e la figlia Joyce è infatti l’asse principale di questa cronaca di abiezione e di riscatto, che ha una dimensione esplicitamente autobiografica. Grande successo raccolse questo lavoro, come testimoniano ben due versioni cinematografiche dell’opera: una di Julien Duvivier (1930) e l’altra, forse più nota, di ambientazione statunitense, realizzata nel 1951 da Gregory Ratoff con il titolo di My daughter Joy, in cui il ruolo del protagonista era magnificamente interpretato da Edward G. Robinson.

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No, gli ebrei non erano schiavisti di prim’ordine

La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto di Robert Hughes

Emanuele Calò

Robert Hughes è l’autore del libro “The Culture of complaint. The fraying of America”, NY, 1994 (in italiano: “La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto”, Adelphi, 1995), ed è anche autore di “The jerk on one end.  Reflections of a modest fishermen”, NY, 1999 (in italiano, significativamente ma senza l’intenzionalità di un profeta a sua insaputa: “La filosofia della sardina. Riflessioni di un pescatore mediocre”, Piemme, 2000).  All’inizio di “The culture of complaint”, Hughes cita “For the time being. A Christmas Oratorio”, del poeta W.H. Auden (1907/1973), dove si profetizza che la Ragione lascerà il posto alla Rivelazione e che al posto della legge razionale (verità oggettive, evidenti a tutti coloro che si assoggettano alla disciplina intellettuale, e per tutti uguale) la conoscenza dirazzerà in una sommossa di visioni soggettive, con gli sgorbi fanciulleschi apprezzati al pari dei maggiori capolavori, prevedendo che l’idealismo sarà sostituito dal materialismo e che la giustizia verrà rimpiazzata dalla pietà; tutti i timori del castigo svaniranno, laddove la nuova aristocrazia consisterà esclusivamente di eremiti, barboni e invalidi permanenti.

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Gli urtisti della comunità ebraica si affidano a Matteo Salvini contro Virginia Raggi

È così forte la sovrapposizione tra una parte dei venditori ambulanti e gli ebrei romani che Angelo Pavoncello, candidato con la Lega alle ultime europee e fan sfegatato di Matteo Salvini, è arrivato a parlare di antisemitismo in relazione alle nuove regole volute dalla giunta di Virginia Raggi. Gli urtisti hanno il diritto di protestare e tutelare i loro interessi, ma sarebbe meglio lasciare perdere le Leggi Razziali.

Valerio Renzi

Perché alcuni urtisti che protestano contro i provvedimenti di allontanamento dalle vie e dalle piazze del centro storico di Roma sventolano la bandiera di Israele? La Comunità ebraica di Roma da tempo tutela gli interessi di una parte consistente del proprio tessuto sociale. Non tutti sanno che molti dei venditori ambulanti della città sono di religione ebraica, una circostanza che ha anche ragioni storiche: nella capitale dello Stato Pontificio, dove la vergogna del ghetto ebraico è venuta meno solo con la breccia di Porta Pia e l’arrivo dell’Italia unitaria, agli ebrei era vietato svolgere moltissimi mestieri ma non quello dello “stracciarolo”, ovvero del venditore ambulante di tessuti e altra mercanzia.

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Tutto il Talmud al femminile: Un traguardo importante

David Zebuloni 

Rav Meir Shapiro (1887-1933), presidente dell’Agudat Israel polacca e Rosh Yeshiva dei Chahmei Lublin, introdusse la rivoluzionaria idea del Daf Yomi, lo studio di una pagina al giorno del Talmud Babilonese, con il fine di completarlo in sette anni e mezzo. La conclusione dello studio si celebra con un evento chiamato Sium HaShas. Il primo ciclo di studio iniziò a Rosh HaShana del 1923, con l’intento che ogni ebreo del mondo studiasse lo stesso foglio nello stesso giorno, globalizzando così il sapere millenario ebraico.

“Storicamente lo studio del Talmud è stato per eccellenza riservato ai soli uomini”, racconta Letizia Fargion, “ma il tredicesimo ciclo, che si è concluso qualche giorno fa, ha portato con sé una novità assoluta: la partecipazione significativa dello studio della Ghemarà allargato al pubblico femminile“. Insieme a centinaia di celebrazioni che si sono tenute in tutto il mondo del Sium HaShas, ce n’è stata una in particolare, organizzata dall’organizzazione Hadran (Advancing Talmud study for Women), a catturare l’attenzione pubblica. “Sono state 3,500 le donne arrivate da tutta Israele, e non solo, per riunirsi a Biniane HaHuma a Yerushalaim, per celebrare e festeggiare questo momento”, continua Letizia Fargion, anche lei presente all’evento. “Tutte insieme abbiamo letto l’ultimo brano di Masechet Nidda, emozionate di essere giunte a tale traguardo“. 

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