Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Scompare Renzo Gattegna, ex presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane

Giacomo Kahn

Dopo una lunga malattia si è spento Renzo Gattegna, fra le maggiori personalità dell’ebraismo contemporaneo italiano. Nato nel 1939, fin da giovane seppe coniugare due grandi passioni: lo studio del diritto (era avvocato civilista) con l’impegno alla difesa dell’ebraismo ed in particolare dello Stato di Israele, svolgendo fin da ragazzo un’intensa attività a supporto del neonato stato.

Un impegno che Gattegna negli anni della maturità mise sempre a disposizione, sia come consigliere della Comunità ebraica di Roma che come consigliere dell’Ucei, offrendo come giurista consigli e pareri. La sua capacità riconosciuta da tutti come uomo di dialogo e mediazione, lo portò ai vertici dell’ebraismo italiano, ricoprendo la responsabilità per dieci anni (dal 2006 al 2016) di presidente dell’Ucei. In questo ruolo, anche alla luce della sua sensibilità giuridica, pose particolare attenzione alla difesa del principio di laicità dello stato, all’eguaglianza delle minoranze, impegnandosi a combattere l’estremismo e l’ideologizzazione dei valori religiosi e a contrastare ogni tipo di isolamento delle comunità ebraiche all’interno delle società nazionali.

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Una nuova Guida per gli smarriti

Scialom Bahbout

La morte di rav Jonathan Sacks zl segue di poche settimane quella di Rav Adin Shteinzalz zl. Due grandi maestri, che hanno influito sul mondo ebraico e non, in modo diverso con caratteristiche e capacità speciali. Con Rav Steinzalz avevo avuto rapporti più frequenti durante gli anni trascorsi a Gerusalemme, mentre avevo avuto occasione di incontrare rav Sack solo a un congresso di rabbini a Gerusalemme, quando non era ancora Rabbino Capo della Gran Bretagna e del Commonwealth. Ciò nonostante, da molti anni ogni giovedì pomeriggio, attraverso il progetto “Covenant and Conversation” ricevevo il suo commento alla parashà e alla festa che si stava avvicinando.  Ciò che mi ha sempre meravigliato è sempre stata la sua capacità di percorrere con i suoi commenti tutte le culture e di trovare le parole giuste per interpretare gli eventi più significativi e collegarli sempre con la Torà. Ogni testo della Torà può essere interpretato in settanta modi, ma lui riusciva sempre a meravigliarmi con una interpretazione inaspettata.

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Unorthodox, non una, ma due storie affascinanti

Gilberto Bosco

Un fantasma si è aggirato per l’Europa. Anzi no, si è aggirato per il mondo intero: la breve serie di Netflix Unorthodox ha conquistato tutti, ebrei e goìm, chi capiva tutto, chi non capiva quasi nulla, e chi vedeva tutto come una storia esotica. E, a monte della serie, un libro di Deborah Feldmann con lo stesso titolo, esaurito più volte. Cosa è successo? Tutti presi da una storia “religiosa” sul mondo ultraortodosso? Proviamo a leggere. Con due premesse. La prima, un libro autobiografico fornisce la versione dell’autrice, non necessariamente “la verità”. Seconda premessa, il telefilm è molto diverso dal libro, vediamo come e perché.

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La ‘Akedà: I figlie so’ piezz’ ‘e core?

Parashà di Vayerà

Scialom Bahbout

La ‘Akedàt Izchàk di Isacco (la legatura e non il sacrificio) (Genesi 22) ha lasciato un segno fondamentale nella tradizione ebraica e in particolare nelle preghiere e nel modo in cui vengono celebrate alcune feste, come ad esempio Rosh hashanà. Il suono dello shofàr, in ricordo del corno di ariete che sostituì Isacco sull’altare, ricorda la Akedà come un merito acquisito dai patriarchi a favore dei figli. 

Tuttavia, l’ordine che Dio dà ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco, lascia sbalorditi per vari motivi:

  1. Il sacrificio di bambini era diffuso nel mondo cananeo e la Torà lo condanna ripetutamente. La decisione di Abramo di aderire all’ordine divino è inspiegabile: il sacrificio di bambini era uno degli usi contro cui si opponeva il pensiero della Torà. Questa posizione viene confermata in tutta la Bibbia: dalla Torà ai profeti. 
  2. Abramo fu scelto proprio come esempio di padre: “Poiché Io l’ho prescelto affinché comandasse ai suoi figli e alla sua famiglia dopo di lui a seguire la via del Signore facendo giustizia e carità”. Come potrebbe Abramo servire da modello per i suoi discendenti se era pronto a fare era ciò che sarebbe stato proibito ai suoi discendenti?
  3. Se si voleva dimostrare che Abramo aveva fede nel Signore sarebbe stato più logico chiedergli di sacrificare se stesso e non il figlio.
  4. Anche se i “comportamenti” di Dio ci sfuggono, certamente l’ordine ad agire con giustizia è uno dei fondamenti della Torà.
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Breve storia di una prigioniera israeliana

Amira Hass è una giornalista ebrea impegnata a “a costruire un movimento bi-nazionale contro l’apartheid israeliano” che scrive regolarmente su Internazionale

Amira Hass

Hallel Rabin

Hallel Rabin viene da un ambiente privilegiato e avrebbe potuto tranquillamente fare il servizio militare nell’intelligence o nella radio dell’esercito o in qualsiasi unità lontana dall’azione sul campo e abbastanza prestigiosa da favorire la sua carriera futura. Ma Rabin, che ha da poco compiuto 19 anni, proviene dalla comunità antroposofica di Harduf. Non ha mai mangiato carne né pesce, e si rifiuta di arruolarsi perché è contraria a qualsiasi forma di violenza. Rabin avrebbe potuto trovare una scorciatoia e chiedere l’esonero. Avrebbe potuto far finta di essere religiosa o di essere affetta da disturbi mentali. E invece chiede che l’esercito israeliano riconosca la legittimità della sua obiezione di coscienza. 

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Jeremy Corbyn cacciato dal labour perché antisemita

Giacomo Andreoli 

Dalle stelle del socialismo mondiale alle stalle dell’isolamento fiduciario è un attimo. Questo, almeno, sembra dimostrare la vicenda dell’ex leader del Labour ingleseJeremy Corbyn. È bastato poco più di un anno per stravolgere il suo destino. Eh sì, perché quando Teresa May lasciava il governo del Regno Unito il 24 luglio 2019, l’opposizione socialdemocratica nei sondaggi aveva raggiunto i conservatori e Jeremy veniva citato dai politici di mezzo mondo come un simbolo. Poi l’arrivo al potere del british Trump, Boris Johnson, la sua forzatura sulla Brexit e la totale incapacità del Labour di indicare una strada alternativa (“Brexit sì, Brexit no?”, “Referendum bis sì, referendum bis no?” Altro che “La terra dei cachi”, come cantavano quelli di Elio e le storie tese…). Quindi il flop alle elezioni dello scorso dicembre, le necessarie dimissioni da segretario e ieri la pietra tombale: il suo partito lo ha sospeso.

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La storia di Vivian Maier, la bambinaia solitaria che non ha mai smesso di scattare fotografie

Le sue immagini sono diventate famose per caso, dopo la sua morte, grazie a una misteriosa cassa battuta all’asta…

Daniela Ambrosio

Coraggiose, glamorous, osannate, sconosciute, avventurose. Sempre vigili e pronte a cogliere l’attimo più fuggevole, oppure estremamente riflessive, alla ricerca dell’inquadratura perfetta. Sono le donne fotografe, coloro che sono riuscite, attraverso l’obbiettivo, ad abbattere i pregiudizi di una pratica considerata “maschile”. Ma non solo: hanno lavorato in situazioni di pericolo, mettendo spesso a rischio la loro stessa vita. Si tratta di donne che hanno contribuito a cambiare i costumi, a far uscire le donne dalla loro posizione di “angeli del focolare”, per conquistare, finalmente anche se faticosamente, il loro posto nel mondo.

La storia di Vivian Maier è una storia singolare e unica. Nessuno sapeva dell’esistenza di una grande fotografa che aveva trascorso anni a collezionare scatti senza mai farne parola con nessuno. Probabilmente, non avremmo mai conosciuto il suo lavoro (e la bellezza delle sue fotografie) se un ragazzo di nome John Maloof, di professione rigattiere, non avesse comprato all’asta, in blocco, una scatola che apparteneva a una sconosciuta signora. Tra i vari oggetti presenti – si trattava di un esproprio, avvenuto al seguito al mancato pagamento di diversi canoni d’affitto – c’erano anche più di trecento negativi e molti rullini mai sviluppati. Il ragazzo, che stava facendo una ricerca iconografica sulla città di Chicago, cominciò a stampare alcuni negativi, spinto dalla curiosità per questi oggetti che raccontavano di un’esistenza solitaria e al limite dell’indigenza. Iniziò a fare delle indagini su quella donna misteriosa, partendo proprio dalle sue cose, dai tanti scontrini che conservava, dalle ricevute degli acquisti fatti, dai biglietti dei mezzi pubblici che prendeva. Grazie all’abitudine all’accumulo che aveva questa signora, il giovane Maloof incominciò pian piano a ricostruire la sua identità. Quella scatola apparteneva a una certa Vivian Maier, di professione bambinaia. Come in un negativo da sviluppare, la storia di quella donna cominciava a emergere, anche grazie agli incontri con le persone che l’avevano conosciuta. 

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Vivian Maier, Self-Portrait, 1956, 40×50 cm(16×20 inch.) , © Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York

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