Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Gli ebrei britannici hanno paura di dichiarare la propria fede



Cresce l’antisemitismo nel Regno Unito: il 45% guarda agli israeliti con sospetto 

Caterina Belloni 

In Gran Bretagna circa la metà degli ebrei preferisce non mostrare pubblicamente la fede in cui crede. Niente copricapo tradizionale o stella di Davide, insomma, per evitare problemi. E come si potrebbe dargli torto, considerati i risultati di un’indagine appena condotta da Yougov e dal King’s College di Londra, all’interno di una campagna contro l’antisemitismo. Secondo questa ricerca, infatti, quasi un inglese su due guarda agli ebrei con sospetto. A dimostrarlo è il fatto che il 45 per cento del campione, composto da adulti, si è detto in accordo con almeno una delle sei affermazioni antisemite su cui veniva interpellato. Dichiarazioni come «gli ebrei controllano i mass media» oppure «si interessano solo dei soldi» o ancora «parlano dell’Olocausto soltanto perché vogliono portare avanti i loro programmi e progetti» sono state considerate veritiere. Un modo per dimostrare che l’antisemitismo nel Regno di Sua Maestà Elisabetta esiste, eccome. 

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Da schiavi del Faraone a padroni del tempo

Parashà di Bo

Rav Scialom Bahbout

La parashà di Bo contiene il momento più importante della storia del popolo ebraico: la sua nascita, che coincide con la festa di Pèsach; tuttavia, prima di parlare della festa di Pèsach, il primo argomento che viene affrontato è la mizvà del Kiddush hachodesh, cioè il modo in cui va stabilito e proclamato il Capo mese.  Secondo Rashi il “Bereshit” della Torà avrebbe dovuto essere proprio questa mizvà e se il testo ha derogato ci sono motivi profondi, tra i quali il fatto che si vuole stabilire chi è il proprietario di tutte le terre e della Terra d’Israele in particolare.

 “Il Signore parlò a Mosè e ad Aronne in Egitto e disse loro: questo mese sarà per voi il capo dei mesi, il primo sarà per voi per i mesi dell’’anno”: fece vedere a Mosè la Luna nel momento del novilunio. Il testo non perde il suo significato letterale : per il mese di Nissan gli disse: questo sarà l’inizio del conteggio dei mesi, così che Iyar sarà il secondo, Sivan il terzo (Esodo 12, 1  e Rashi)

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I Castelletti: una storia di ebrei mantovani

Paolo Luca Bernardini

Da sempre la città di Mantova esercita un fascino particolare tra gli storici. Forse, semplicemente, quasi banalmente, perché è la sua storia ad essere davvero peculiare, così come unica è la sua geografia, città d’acque nel mezzo della pianura, crocevia padano di territori diversi, cuspide etrusca nel Nord e culla del maggior poeta latino; una Venezia scivolata, spinta da un selvaggio grecale, nel mezzo della Padania, senza che poi Venezia – che l’aveva sempre desiderato – riuscisse mai a conquistarla, e avrebbe ben potuto farlo solo per via fluviale, facendo della città dei tre (o cinque?) laghi un avamposto occidentale per ben altre conquiste forse quell’unificazione italiana divinata già nel Quattrocento dal doge Francesco Foscari.

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Uno sguardo femminile spietato sulla borghesia ebraica vittoriana

Ottocento inglese. Arrivismo, alberi genealogici, denaro, condizione della donna: Reuben Sachs di Amy Levy (da L’Iguana), il romanzo pubblicato prima del suicidio a 28 anni, incanta per l’ironia e la sprezzatura

Massimo Bacigalupo

Un incontro inaspettato e benvenuto ci è proposto dall’editore L’Iguana e dalla traduttrice Paola De Camillis Thomas: un breve romanzo di Amy Levy, intellettuale vittoriana perita suicida nel 1889, ventottenne. Si intitola Reuben Sachs (testo inglese a fronte, pp. 285, €18,00) e intrigherà sicuramente lettori e lettrici per l’acume spietato dello sguardo di Amy sulla borghesia ebraica londinese a cui apparteneva, e per la capacità di incuriosire sul destino fatale dei personaggi. Sono giovani di belle speranze, specie il protagonista titolare, trentenne avviato a una importante carriera politica, e disposto a sacrificare tutto a tal fine. Anche l’amore. Vera eroina infatti non è il cinico e a suo modo limitato Reuben ma la giovane che, segretamente riamata, lo ama, Judith Quixano. La vicenda verte intorno al fatto che Judith proviene da una famiglia impoverita e Reuben deve necessariamente «sposare denaro» per facilitarsi la carriera. E non c’è nessun dubbio da parte di nessuno che solo il denaro decida della vita e dei matrimoni.

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L’ammirazione per Gesù dei primi ebrei riformati italiani

Con appassionata partecipazione uno storico ripercorre le simpatie degli intellettuali che vedevano in Gesù il creatore di un messaggio universalista da oppore a un ebraismo ortodosso gretto e separatista

Alberto Cavaglion

Felice Momigliano

Chissà mai se nella Sinagoga di Ancona si conserva ancora “la splendida cortina di quelle da appendersi all’arca che racchiude i rotoli della Legge, nel centro della quale un’iscrizione a caratteri ebraici informa avere nel 1630 Leone Montefiore offerto al tempio questo lavoro di sottile e ingegnosa arte femminile, ricamato dalla moglie di lui Rachele”. E chissà mai se la frazione di Fermo, nelle Marche, la borgata Montefiore, mantiene coscienza di aver dato radice a una delle più note genealogie ebraiche europee. Da Fermo a Livorno, da Livorno a Londra. Qui nel 1758 nacque sir Moses Montefiore, il filantropo, che alla “redenzione materiale e morale di tanta parte degli Ebrei d’Oriente, massime della Siria e del Marocco, consacrò l’apostolato infaticabile di una vita bene impiegata”. Cento anni dopo, sempre a Londra, nel 1858, nasce il pronipote, Claudio Goldsmith Montefiore: storico e teologo, fonderà una rivista di grande fortuna, “The Jewish Quarterly Review”, pubblicherà una Bibbia “come lettura domestica” (The Bible far home reading, 1896) e una traduzione inglese dei Salmi (1902).

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Arbib. Dal lockdown al successo di Zoom e Facebook

Il Rabbino capo di Milano racconta l’esperienza vissuta nella sua comunità durante il primo e il secondo lockdown. Per la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, domenica 17 gennaio alle 16 tavola rotonda sul Qohelet via Zoom

Annamaria Braccini 

La XXXII Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, promosso dalla Cei, ferma la sua attenzione sul Libro del Qoèlet, che mette in discussione il senso della vita davanti al comune destino della morte. Oggi per un rabbino – che porta la religione della speranza, così come un prete e ogni ministro del culto – è difficile dare fiducia? A rispondere è rav Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano che spiega. «È necessario riuscire a comunicare speranza, perché le persone, oggi più che mai, hanno assolutamente bisogno di ricevere messaggi di speranza. Anche noi a livello personale sentiamo questa urgenza, anche perché non possiamo comunicare cose diverse da quelle che sentiamo. Credo che sia un dovere comunicare la speranza, ma soprattutto che dobbiamo viverla, perché questo è un elemento fondamentale. Purtroppo dobbiamo comunicare anche la preoccupazione: non faremmo un buon servizio alle persone dicendo cose che non sentiamo. Di questo sono assolutamente convinto».  

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Fran Lebowitz, tutto il mondo è New York

Il film di Martin Scorsese per Netflix sull’icona americana (ed ebrea di nascita) è un viaggio tra i personaggi e le atmosfere della città.

Francesca Pellas

Fran Lebowitz è una scrittrice, umorista, icona newyorkese, grande fumatrice. Niente di tutto ciò è falso, però chi è davvero Fran Lebowitz? Martin Scorsese, che le ha dedicato un documentario appena uscito su Netflix dal titolo Pretend It’s a City (il suo secondo: il primo fu Public Speaking su HBO, nel 2010), dice che non bisogna immaginarsela come una persona, ma come una città: nello specifico New York, di cui è appunto una delle manifestazioni di carne. Lei, dal canto suo, dice di se stessa che abita a New York da decenni pur non potendosela permettere, nonostante sia una delle sue più celebri scrittrici. Che, va detto, non scrive da tempo, e forse è da ricercarsi qui, come racconta lei, il motivo per cui non possiede una villa in Toscana e si trova spesso a dover giocare alla lotteria sperando di vincere: se scrivesse, avrebbe di certo più denaro, e non avrebbe dovuto vendere i suoi Warhol per pagare le spese condominiali.

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