Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Germania: allerta per l’antisemitismo

La spinta della destra populista e dell’estremismo islamico preoccupa la comunità ebraica in Germania.

David Philippot

“Non passa una settimana senza che io o il mio ristorante siamo vittime di un atto malevolo, e non conosco nessuno nella mia comunità che non abbia dovuto subire insulti …”  Yorai Feinserg, ristoratore

BERLINO – Il corso sulle religioni monoteiste è andato in crisi in un collegio di Berlino. “Una sinagoga”, ha risposto Ferdinando alla domanda del professore sul nome dei luoghi di culto. Una domanda seguita da un’altra, dei suoi compagni? “Ma, tu sei ebreo?” I suoi ex compagni di classe non vogliono soltanto allontanarsi da lui, vogliono fargli vivere un inferno: “Insulti, minacce di morte, quasi-linciaggio, simulacro d’esecuzione – enumera tristemente suo padre. – Siamo rimasti scioccati dal disinteresse, se non dal fastidio, che abbiamo suscitato quando abbiamo denunciato questi fatti. In questa scuola “inclusiva”, con bambini di ogni ceto sociale ed etnia, abbiamo per di più dovuto subire i rimproveri dei genitori secondo i quali noi nuociamo alla buona reputazione della scuola, oppure sentire il direttore risponderci che non ha avuto il tempo di prendere dei provvedimenti perché era andato a un seminario sulla discriminazione … ” Questo direttore alla fine ammetterà di aver commesso un errore di valutazione, ma dopo tre mesi di molestie Ferdinand ha cambiato collegio.

Yorai Feinberg, un ristoratore aggredito e minacciato verbalmente all’inizio di dicembre da un residente ( “Solo il denaro v’interessa, andate tutti nel forno!”) si lamenta: “Non c’è una settimana senza che io o il mio ristorante non siamo vittime di un atto malevolo, di una telefonata minacciosa o di un graffito. E non conosco nessuno nella mia comunità che non abbia dovuto sopportare insulti o sputi … ” Il paese dell’Olocausto ufficialmente non registra focolai di atti antisemiti, circa 1500 all’anno, ma la sensazione è diversa.

Al Centro ebraico a Monaco di Baviera, che lei dirige, Charlotte Knobloch descrive una “comunità la cui esistenza sul suolo tedesco è in pericolo perché minacciata su più fronti: estremisti musulmani, di destra o di sinistra.” A 85 anni, questa sopravvissuta ai pogrom della Kristallnacht nota con stizza il “ritorno nei cortili delle scuole della parola ‘ebreo’ come un insulto, come da bambina”. L’arrivo di rifugiati “provenienti da paesi che negano l’esistenza di Israele” e la svolta politica dell’AfD elettrizzano l’atmosfera. Continua a leggere »

Romanzo famigliare o il ritorno dell’ebreo da feuilleton

Asher Salah*

Sugli schermi televisivi in Italia è abbastanza insolito vedere personaggi ebraici inseriti in un contesto che non riguardi le persecuzioni della seconda guerra mondiale. Infatti se già nel cinema si contano sulle dita della mano i lungometraggi fiction che fanno riferimento all’attuale esistenza di comunità ebraiche in Italia, gli ebrei nelle soap operas nostrane sono addirittura delle mosche bianche, ad eccezione di alcuni personaggi secondari come quel David Savona (Giacomo Piperno) della popolare serie Un medico in famiglia (1998-2011). La scelta della Rai 1 di esordire in prima serata, a partire dell’otto gennaio 2018, con una serie televisiva di dodici puntate incentrata sulle vicende di una famiglia ebraica nella Livorno di oggi è quindi di per sé un evento degno di nota, che sembra peraltro essere stato ricompensato da elevati indici d’ascolto, pari a quelli raccolti dal film, record di incassi 2016, Quo Vado? di Gennaro Nunziante, trasmesso nella stessa fascia oraria dal concorrente Canale 5.

Lo sceneggiato, ideato e diretto da Francesca Archibugi, ha per protagonisti i membri di tre generazioni di una dinastia ebraica livornese, i Liegi. La più giovane, la sedicenne Micòl (Fotinì Peluso), clarinettista di talento, è alle prese con una gravidanza precoce e con i problemi legati al trasferimento del padre Agostino Pagnotta (Guido Caprino), capitano di corvetta della marina italiana, da Roma all’accademia navale di Livorno. Queste circostanze portano Emma (Vittoria Puccini), la madre di Micòl, a fare i conti con il suo passato in una città da cui era fuggita da ragazza, ancora minorenne e in cinta di Micòl, e dove incombe la tentacolare presenza del suo genitore, il cavaliere Gian Pietro (Giancarlo Nannini), alla testa di un vasto impero finanziario ma ormai affetto da un incipiente Alzheimer, col quale i rapporti della figlia sono a dir poco turbolenti.

Non è la prima volta che Francesca Archibugi porta allo schermo personaggi ebraici. Già nel 2007 nel suo Lezioni di volo aveva descritto il viaggio di iniziazione e di scoperta identitaria di Apollonio Sermoneta, soprannominato “Pollo”, e del suo compagno detto “Curry”, due ragazzi romani di buona famiglia partiti per l’India. Come in Lezioni di volo anche in Romanzo famigliare la regista ha cercato di non attribuire all’identità ebraica dei suoi personaggi un qualsiasi statuto di eccezionalità, rendendo del tutto anodino e circostanziale, non sempre con successo, il fatto che essi appartengano o meno a una determinata comunità. In ogni caso, in Romanzo famigliare la condizione ebraica di alcuni protagonisti – tutto sommato piuttosto assimilati, sposati a non ebrei e amanti del buon prosciutto -, non sembra avere un gran peso nelle loro scelte esistenziali. Inoltre, la serie affronta con maggiore attenzione altre tematiche, ben più centrali nella cinematografia di Archibugi che non quella ebraica, come i rapporti di coppia, le tensioni intergenerazionali o i problemi legati all’adolescenza. Continua a leggere »

Mia madre era una spia comunista

Una telefonata dai servizi segreti ungheresi. E lo scrittore Andràs Forgàch scopre la mamma era stata una 007. Una dolorosa verità, ora raccontata in un libro. «Mi sarebbe piaciuto discutere con lei sul significato della parola “tradire”. Sarebbe stato un confronto paritario: anche io l’ho tradita con i miei comportamenti».

Gigi Riva

“Buongiorno, qui archivio dei servizi segreti, abbiamo trovato un dossier su uno dei suoi familiari che fu nostro collaboratore, può venire a consultarlo…” La telefonata che cambiò la vita, ma non i sentimenti, di Andràs Forgàch, scrittore drammaturgo attore e sceneggiatore, se non arrivò del tutto inaspettata fu comunque devastante. Obbligava a rimestare in un passato inconfessato tra omissioni, reticenze e bugie. Uno squarcio di luce nel lato oscuro di gente con cui si era condiviso il pranzo, la cena, la casa, l’amore. «E io», ricorda in questa intervista esclusiva per L’Espresso l’intellettuale ungherese 65enne, anche traduttore di Shakespeare e di Beaumarchais, «benché non avessi alcun indizio, dentro di me ero sicuro si trattasse di mia madre».
Il governo ultraconservatore di Viktor Orbàn aveva varato una legge «un po’ ipocrita ma comunque positiva», nel giudizio di Forgàch, che permette di consultare le carte, «salvo pochi documenti da tenere coperti per la sicurezza dello Stato e certo dopo che gli apparati avevano distrutto le prove compromettenti sui loro uomini più in vista da proteggere».

Dal crollo del Muro nel 1989 agli anni Duemila avevano avuto del resto tutto il tempo necessario. C’erano alcune formalità da espletare. Bisognava, anzitutto essere riconosciuti come “ricercatori ufficiali”, qualifica che il nostro non ebbe difficoltà ad ottenere grazie all’università. Un anno di tempo per esplorare la sterminata biblioteca degli 007 poi l’obbligo di restituire ogni singolo foglio ad uso e consumo di chiunque lo volesse. E chiunque ha la possibilità di pubblicare ciò che trova senza bisogno di permessi degli interessati. Particolare decisivo che convinse Andràs a giocare d’anticipo: «Dovevo essere io a divulgare fatti intimi e però di rilevanza pubblica dei miei congiunti». In che forma? «Avevo due strade, o trasformare il materiale in un romanzo o scrivere un saggio asettico». Ha scelto una via mediana che si può definire letteratura del vero, stile del romanzo ma senza nessun elemento di finzione, «un obbligo di onestà per rispettare il patto di verità col lettore».

Il risultato è il formidabile volume “Gli atti di mia madre”, che Neri Pozza manda in libreria dal primo febbraio. «Anche quando si inventa non si scrive che di se stessi. In questo caso non avevo bisogno di alcun artifizio della fantasia», commenta l’autore. È stato come fare «una sorta di psicoanalisi di me stesso, benché sia una branca del sapere umano che non avevo mai frequentato. Mi è servito per capire da dove provengono certe particolarità del mio carattere». Un lavoro doloroso fino alle lacrime: «C’erano giorni in cui, in quell’archivio, piangevo e piangevo e piangevo salvo poi ritrovare la forza di continuare». Continua a leggere »

Da Fourier a George Sand ecco gli antisemiti di sinistra

Un saggio di Michel Dreyfus racconta con coraggio le tendenze anti ebraiche del socialismo francese

Matteo Sacchi

Michel Dreyfus

Quando si pensa all’antisemitismo è quasi automatico pensare al nazismo o a un certo tipo di destra. Ma è davvero così? No, esiste un antisemitismo di sinistra che però è stato spesso ficcato sotto il tappeto della Storia.

E non si tratta solo delle persecuzioni contro le religioni, compresa quella ebraica, nella Russia dei soviet o sotto Stalin. Esiste un antisemitismo di sinistra ben più antico e pernicioso che la maggior parte degli studiosi si è guardata bene dall’evidenziare.

Ha fatto una scelta diversa lo storico francese Michel Dreyfus, grande esperto di movimenti operai, che ha pubblicato un saggio coraggioso: L’antisemitismo a sinistra in Francia. Storia di un paradosso (1830-2016). Il volume (e-book 6,99 euro, print on demand 13,51 euro), pubblicato in Italia dall’associazione Free Ebrei e tradotto da Vincenzo Pinto, prende in esame il caso francese, che è emblematico. Soprattutto tenendo conto che Oltralpe hanno vissuto molti dei più noti socialisti utopisti. Ecco, è proprio tra le loro fila che si scoprono un gran numero di antisemiti a sorpresa.

Dopo la caduta di Napoleone, la Francia iniziò ad avere un nuovo periodo di vivacità economica e nel sistema bancario e imprenditoriale non mancavano nomi ebraici. Questo poco aveva a che fare con le condizioni economiche della maggior parte degli ebrei francesi. Ma tanto bastò a molti socialisti per tirar fuori, rinfrescandoli, i peggiori stereotipi medievali sull’usuraio ebreo. Attaccare il capitalismo e attaccare gli ebrei divenne un tutt’uno. Pierre Leroux (1797-1871), forse addirittura il coniatore del termine «socialismo», in De la Ploutocratie del 1843 si esprimeva così: «I più grandi capitalisti di Francia… Ebrei che non sono cittadini francesi, semmai aggiotatori cosmopoliti». Il suo bersaglio principale era il banchiere James de Rothschild (1792-1868), ma rapidamente il focus dell’odio si allargò a tutti i suoi correligionari. E la sua excusatio di non attaccare gli ebrei in quanto individui, bensì lo «spirito ebraico, cioè lo spirito di guadagno, di lucro, di utile» lascia, ovviamente, il tempo che trova. Continua a leggere »

Antisemitismo? Perché siamo lontani dalla pace. La voce della Comunità ebraica di Trieste

Il ministero della Diaspora dello Stato di Israele documenta la crescita degli episodi di antisemitismo in Europa. Il parere di Alessandro Salonichio

Marco Orioles 

L’antisemitismo è come l’araba fenice: non fai in tempo a dimenticartene che torna a sbucare da qualche angolo. È questo il significato dell’allarme lanciato dal ministero della Diaspora dello Stato di Israele in occasione della presentazione del nuovo rapporto sull’antisemitismo in Europa. Un rapporto che documenta una preoccupante crescita degli episodi di antisemitismo in tutto il continente (ma anche negli Stati Uniti), con punte preoccupanti in Ucraina, Francia e Germania, che il ministero guidato da Naftali Bennet attribuisce a tre fattori precisi: boom dell’estrema destra, imperversare dei social media e fenomeno dei profughi.

Per approfondire questo tema, Formiche.net ha chiesto il parere di Alessandro Salonichio, presidente della Comunità Ebraica di Trieste. Il quale non nasconde la propria preoccupazione per una concatenazione di fenomeni che convergono nell’incrementare la sensazione di insicurezza delle comunità ebraiche presenti nella nostra società.

Alessandro Salonichio, l’antisemitismo è in crescita in tutta Europa, dice il rapporto del ministero della Diaspora di Israele, che se riscontra un calo degli “incidenti antisemiti violenti”, ha verificato anche l’aumento di quelli “generalmente antisemiti”.

L’argomento è estremamente preoccupante, sia per i numeri sia per la qualità dei fenomeni. Stiamo parlando di fenomeni che pur non avendo una connotazione di violenza, aumentano la percezione che ci sia un antisemitismo strisciante. E riteniamo che ciò possa portare ad episodi più gravi. La cosa che più ci preoccupa è la mancanza di una presa di posizione forte da parte delle autorità, sia a livello europeo sia di capi di governo. Non posso evitare di commentare il fatto che anche la forte presenza immigratoria porta a una recrudescenza del malumore della società civile e questo evidentemente scarica i suoi effetti anche sulle minoranze storicamente presenti in loco, come quella ebraica. Continua a leggere »

Moshe e la repubblica degli orfani

Moshe Kleiner, 11 anni, con i genitori David e Zippora e la sorella Rivka (foto del 1925)
Moshe Kleiner, 11 anni, con i genitori David e Zippora e la sorella Rivka (foto del 1925)

Una foto sbiadita, lontana nel tempo, vicina nell’immaginazione. David Kleiner, il padre, ha cappello e caffettano, come s’usava allora per tradizione tra gli ebrei dell’Europa orientale. La lunga barba, le spalle un po’ curve, l’aria stanca e rassegnata. La madre tiene la schiena dritta, i begli occhi chiari guardano fissi verso l’obbiettivo. Si capisce che è lei, Zippora, la vera anima della famiglia. Un po’ imbarazzata, in piedi, la figlia maggiore. Rivka è bravissima a scuola, intraprendente, volitiva. Moshe, il minore, ha l’atteggiamento vispo di chi vuol crescere in fretta, e ne sa già molte. L’immagine viene dallo shtetl, la cittadina ebraica di Kopyczyńce, nella parte dell’Ucraina allora sotto governo polacco. Siamo verso il 1925, Moshe ha undici o dodici anni e non sa quello che lo aspetta. Nessuno può nemmeno immaginare cosa verrà. Il fuoco che incendia, distrugge, uccide, annichila, quel fuoco terribile è ancora sopito. Certo, la Prima guerra mondiale, la Rivoluzione d’ottobre e il confitto russo-polacco hanno portato anche qui travagli, trasformazioni, sofferenze. L’impero asburgico si è dissolto, l’economia langue, e la vita ebraica si deve arrabattare tra vecchie nuove difficoltà. C’è però un fermento recente, che agita le comunità e coinvolge soprattutto i giovani. Il sionismo scompiglia, incita ad agire, a prepararsi per l’emigrazione nella Terra d’Israele. Un mondo nuovo, una vita da riprendere in mano, dopo la lunghissima passività della diaspora. Uno scatto dopo l’altro, l’album di famiglia si arricchisce di nuove scene. Adesso sono i due ragazzi a farla da protagonisti. Crescono, sognano, lavorano, scoprono il mondo. Rivka e Moshe coltivano il progetto d’andarsene lontano. Rivka, che nel frattempo è diventata maestra, recita nel teatro yiddish. Moshe, di sette anni più giovane, la segue, s’intrufola sulla scena, vorrebbe provare anche lui la sua parte.

Moshe con due bambine ebree accolte a Selvino, sui monti bergamaschi, nel 1946 (American Jewish Joint Distribution Committee Archives, code n. NY_07541)

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Riccardo Di Segni: «Migrazione fuori controllo. Vittorio Emanuele III? Era meglio dove stava prima»

Il rabbino capo di Roma: «Temo nuove ondate d’intolleranza. Mi chiedo: tutti i musulmani che arrivano qui intendono rispettare i nostri diritti e valori? E lo Stato italiano ha la forza di farli rispettare? Devo rispondere due no»

Aldo Cazzullo

Rabbino Di Segni, lei da 17 anni è il capo religioso della più antica comunità ebraica della diaspora, quella di Roma. Com’era il ghetto quando lei era piccolo, subito dopo la guerra?
«Pieno di bambini. Papà era pediatra. Volevamo ricominciare, ma la ferita della Shoah era terribile. La razzia del 16 ottobre 1943 fu opera dei tedeschi. Ma poi furono gli italiani a far deportare altri mille ebrei».

I suoi come si salvarono?
«Molti si sentivano al sicuro dopo aver versato l’oro ai nazisti. Mio padre Mosè ebbe una perquisizione in casa. Chiamò da un telefono pubblico un amico giornalista che lo mise in allerta. Non tornò nel ghetto, scappò con mia madre Pina a Serripola, una frazione di Sanseverino Marche».

Anche sua madre era figlia di un rabbino.
«Nonno era il rabbino di Ruse, la città di Elias Canetti, sul Danubio. Fu salvato da re Boris, che disse a Hitler: gli ebrei bulgari non si toccano. Morì avvelenato, forse per mano nazista. Resistere, però, era possibile».

Cosa pensa del ritorno delle spoglie di Vittorio Emanuele III?
«Era meglio se rimaneva dove stava».

E della beatificazione di Pio XII?
«Ho studiato la sua storia, e devo ribadire un giudizio severo. Non fece nulla per impedire la deportazione. È vero che poi offrì rifugio a molti perseguitati».

Suo padre fu partigiano.
«Medaglia d’argento. Combatté la battaglia più dura il 24 marzo 1944, mentre suo cugino Armando veniva ucciso alle Fosse Ardeatine. Gli altri cugini sono morti ad Auschwitz. Mamma era nascosta in un granaio con mio fratello Elio e mia sorella Frida. Venne il rastrellamento fascista, il prete andò ad avvisare la banda di mio padre, che arrivò appena in tempo. I fascisti scapparono».

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