Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Fantasmi di sangue. Ebrei eterni colpevoli

Piero Stefani

Le Sacre Scritture ebraiche proibiscono non solo di uccidere, ma anche di toccare i cadaveri, eppure a Pasqua gli ebrei sono accusati, a torto, di dividersi il cuore di un bimbo cristiano. Se in qualche posto viene trovato un cadavere, gli ebrei sono perfidamente accusati di omicidio e con questo pretesto vengono perseguitati, spogliati dei loro beni e torturati. Le parole qui sunteggiate non sono di un apologeta ebreo, si trovano in una bolla di papa Innocenzo IV del 1247. Eppure si presentano come una specie di cronaca di quanto sarebbe avvenuto a Trento nel 1475.

L’accusa antiebraica di usare il sangue cristiano per scopi magico-rituali è attestata in Europa a partire dalla metà del XII secolo; proseguì per centinaia di anni. Le reiterate smentite da parte del magistero pontificio rientrano nella sfera delle «grida manzoniane». Specie in area tedesca e alpina, l’accusa di omicidio rituale restò fortemente radicata. Una dozzina di anni fa il libro di Ariel Toaff “Pasque di sangue” (il Mulino) non ne escluse, in alcuni casi, la fondatezza. Le polemiche furono accesissime.

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Nasce la Federazione Sefardita Italiana

Il 29 gennaio 2020 è una data storica per gli Ebrei sefarditi italiani: segna, infatti, la nascita della Federazione Sefardita Italiana (Fesei), federazione che raccoglie le associazioni “I Love Libia” e l’ “Associazione Sefardita Italiana”. Il percorso che ha portato alla creazione di una federazione di Ebrei sefarditi è partito poco meno di due anni fa, dall’incontro di David Gerbi, ebreo originario della Libia, cittadino italiano e dal 2018 anche cittadino spagnolo, da sempre molto attivo nel proteggere e conservare l’eredità del mondo sefardita, e la Federazione Sefardita Mondiale, che ha sede a Gerusalemme.

Nella serata inaugurale della Federazione Sefardita Italiana, tutti i partecipanti hanno potuto presentarsi e raccontare le loro storie personali. Ne è nato un racconto corale, che ha idealmente ripercorso le grandi tragedie degli Ebrei nel secolo scorso: la Shoà, la cacciata dai Paesi arabi a seguito delle guerre dopo la costituzione dello Stato di Israele, fino all’attentato di terroristi palestinesi alla Sinagoga di Roma.

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La virtù del nazionalismo

Un libro eterodosso che, sin dal titolo, sa di ispirare sospetto e finanche avversione. Le virtù del nazionalismo, tra i libri più discussi dell’anno negli Stati Uniti, è una riflessione scomoda, meditata e attualissima sulle radici storiche e religiose del nazionalismo.

E se il nazionalismo non fosse la piaga che in molti oggi credono, ma piuttosto la migliore speranza per l’umanità? Un libro eterodosso che, sin dal titolo, sa di ispirare sospetto e finanche avversione. Le virtù del nazionalismo, tra i libri più discussi dell’anno negli Stati Uniti, è una riflessione scomoda, meditata e attualissima sulle radici storiche e religiose del nazionalismo. La tesi di Yoram Hazony, insieme audace e controcorrente, è che lo stato-nazione sia la migliore forma di governo che l’uomo abbia sinora mai inventato. E, forse, l’unica opzione davvero percorribile se vogliamo difendere la nostra libertà.

«Dovremo fare una scelta: o un mondo di stati indipendenti, o un rinnovamento dell’ideale dell’impero universale – il che significa, inevitabilmente, l’impero americano. Le virtù del nazionalismo mette a confronto le opzioni che abbiamo di fronte e suggerisce che, se vogliamo la libertà, dovremmo lottare per preservare un mondo di nazioni indipendenti.»

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I nuovi dèi: gli israeliti neri

Panoramica sui Black Hebrew Israelites, la prima tappa di un lungo viaggio alla scoperta delle sette che si nascondono dietro la nostra quotidianità.

Emanuel Pietrobon

New York, sera del 28 dicembre. Un afroamericano fa irruzione nella casa di un rabbino in cui si sta celebrando la fine dell’Hanukkah, la festività durante la quale si commemora la consacrazione del Secondo Tempio. Aggredisce cinque persone con un machete, fugge e si dirige nella vicina sinagoga, ma i fedeli sbarrano le porte. L’interrogatorio è ancora in corso, ma crescenti indiscrezioni vorrebbero sia un membro o un simpatizzante dei cosiddetti ebrei neri israeliti.

Jersey City, pochi giorni prima, 10 dicembre. Due afroamericani entrano in un supermercato ebraico e uccidono tre persone, il co-direttore, un dipendente ed un cliente. Le forze dell’ordine vengono messe in allerta, raggiungono il posto, dove scaturisce una violenta sparatoria che termina con la morte dei due assassini. Il fatto che l’assalto sia avvenuto contro un obiettivo ebraico spinge i media ad avanzare la prematura ipotesi che possa esserci dietro l’ombra delterrorismo islamista, o del suprematismo bianco, ma presto si scopre che i due erano afroamericani di fede ebraica. Ebrei che uccidono altri ebrei, un po’ come i terroristi islamisti appartenenti al fondamentalismo sunnita che uccidono gli sciiti, accusati di miscredenza.

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Per servire e custodire. Per una sostenibilità ebraica

La pubblicazione della nuova edizione de Il Seder Tubishvàt, ci dà l’opportunità di riflettere su come l’ebraismo ha elaborato il rapporto tra uomo e natura fin dai tempi della Torà, del Talmud e della Halakhà successiva. Il Capodanno degli alberi è soltanto un particolare in una rete di mitzvòt molto più ampia che in genere non è studiata in modo approfondito.

Scialom Bahbout

Generalmente nel dibattito sull’atteggiamento da assumere su come preservare l’ambiente si confrontano  due scuole: la antropocentrica, che pone l’uomo al centro del creato, e la biocentrica o  naturocentrica, che pone la natura al centro del proprio interesse. La prima basa i suoi interventi sul presupposto filosofico che l’uomo è la corona della creazione: lo scopo della difesa della natura sarebbe solo strumentale e cioè servirebbe solo a garantire all’uomo migliori condizioni di vita e quindi l’ambiente va preservato in quanto serve ad assicurare l’esistenza dell’uomo: la distruzione dell’ambiente finirebbe per danneggiarne l’esistenza. Il pericolo di questa impostazione sta nel disinteresse per tutto ciò che non contribuisce a migliorare le condizioni di vita dell’uomo e potrebbe portare prima o poi alla distruzione del genere umano. Questa impostazione viene generalmente attribuita alla cultura “giudeo – cristiana” e quindi occidentale, accusata di volere attribuire all’uomo il diritto di dominare l’ambiente senza alcun limite.

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Diamanti grezzi, Adam Sandler danza come poche altre volte

Antonio M. Abate

C’ha messo mesi Howard (Adam Sandler) a farsi spedire dall’Etiopia un’opale grezza, ancora incastonata nella pietra. Gemma dal fascino estremo, i fratelli Safdie ci si perdono e ci fanno perdere al suo interno, con quell’inquadratura che ricorrere all’inizio e alla fine, e che ci fa letteralmente entrare dentro a quel minerale incomprensibile. Quei colori irresistibili che prendono forma gassosa, quasi ci stessero conducendo altrove; in questo caso nello strambo mondo del gioielliere Howard Ratner.

Un Sandler chiamato di nuovo ad integrare la sua verve in un contesto drammatico, rendere verosimile un personaggio che comico forse lo è, benché suo malgrado. Un cartoon a cui non gliene va bene una, incapace di fare la cosa giusta eppure ostinato a volerci riuscire, il classico loser che più si strugge più appare bislacco, fuori posto. Come evidenziato in apertura, Howard ha tra le mani l’affare di una vita, quello che dovrebbe farlo svoltare. Il processo attraverso il quale viene in possesso di questa gemma viene a più riprese evocato ma mai del tutto chiarito, il che ci sta; in fondo, impacciato quanto si vuole, il protagonista di Diamanti grezzi non è un outcast coeniano, la qual cosa, se si vuole, lo rende ancora più mediocre, visto che nella vita alcuni risultati li ha ottenuti, ma di nessuna di queste cose sembra essere in grado di goderne davvero – che si tratti del suo lavoro, la rete di conoscenze, l’amante o la famiglia.

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I rapporti tra fascismo e sionismo

Simonetta Della Seta

Come è sempre stato convinto il mio maestro, lo studioso Renzo De Felice, sionismo italiano e sionismo internazionale hanno costituito per Mussolini due questioni distinte: la prima di politica interna e la seconda, in quanto legata alla cosiddetta «questione palestinese», di politica estera. Un terzo filone, potremmo dire, è stato per Mussolini quello del rapporto con l’ebraismo e, più in particolare, con gli ebrei italiani, ma questo meriterebbe un intervento separato.1 L’atteggiamento del regime fascista nei confronti del sionismo è stato dunque diverso a seconda che si trattasse dei rapporti con il movimento sionistico mondiale inerenti agli affari palestinesi e agli equilibri di politica estera o se riguardasse piuttosto l’affiliazione di cittadini italiani al movimento sionista. Ciononostante, non sono mancate occasioni in cui i sionisti italiani siano stati loro stessi coinvolti dal regime al fine di passare ai sionisti generali o a organismi ebraici europei e mondiali messaggi strategici che riguardavano le aspirazioni internazionali dell’Italia.

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