Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Ebrei italiani: il mito dell’integrazione

Cinque famiglie, dai Ghetti a Mussolini. Un memoir letterario, una storia di alta borghesia, Risorgimento e nobiltà. 

Marina Gersony 

Noblesse oblige? È la casata che fa il destino o è il destino che decide del lignaggio? Dimmi come nasci e ti dirò come vivrai la tua vita? E che succede se incappi in due terribili guerre mondiali? Non fuorvierà. Una storia di famiglia, a cura di Claudia De Benedetti, è il titolo di un prezioso saggio-memoir che raccoglie le storie di cinque famiglie ebraiche, speciali e aristocratiche dell’Italia settentrionale; sei generazioni vissute tra l’apertura dei ghetti e le Leggi razziali del 1938. Si alternano così storie ordinarie e straordinarie che testimoniano come gli ebrei italiani si siano integrati senza rinunciare a fede, appartenenza e fierezza delle proprie origini: appunto quel “Non fuorvierà”, come sta scritto in un versetto del Deuteronomio, in cui viene chiesto al popolo ebraico di non fuorviare dalle regole della Legge. Fra le pagine scorrono i nomi di un’élite ebraica illuminata e vitale, piena di speranze, di orgoglio e di entusiasmo: sono i grandi mercanti e armatori come i Treves de Bonfili di Venezia e i banchieri come i Wollemborg di Padova; o come i Pavia di Casale Monferrato e i Corinaldi di origini toscane che ricevettero da Vittorio Emanuele II il titolo di conti per il contributo al processo unitario del Risorgimento.

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Netflix: “Altro che caffè”. Una strana famiglia ebraica parigina

Il nuovo show di Netflix Altro che caffè – ‘Family Business’ è una versione allegerita di ‘Breaking Bad’ Uno sfortunato imprenditore scopre che in Francia la cannabis diventerà legale e con la famiglia decide di trasformare la loro macelleria in un caffè che vende marijuana.La recente descrizione di un fan su Twitter della nuova serie di Netflix “Family Business” non è troppo lontana: un “French Breaking Bad but with weed”.

La serie francese, che ha debuttato la scorsa settimana, è una commedia stravagante su una famiglia ebrea parigina, gli Hazans, che trasforma il suo fallito negozio di carne kosher in una fabbrica di marijuana. 

Dotato di un solido punteggio di 7.3 su IMDB , la serie ha un ampio appeal, probabilmente in gran parte a come mescola le relazioni di razza e familiari con le barzellette e le scene surrealiste. 

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Ciascuno è pazzo a modo suo, gli ebrei lo sono in modo “eletto”

Quella dell’ebreo folle è un’immagine ricorrente del pregiudizio antigiudaico. Uno scrittore brasiliano si confronta con questo topos, raccontando le vite di 16 ebrei eccentrici, da Ron Jeremy, star del cinema porno, al filosofo Otto Weininger, allo scacchista Bobby Fischer.

Elena Loewenthal

Che cos’è, infondo, la follia? Su un piano strettamente clinico è una patologia, anzi un universo di patologie che esigono cure, sorveglianza, a volte disperazione. Ma c’è anche un altro tipo di follia cui tutti, in qualche magari infinitesima misura, apparteniamo. Ce l’abbiamo tutti, un pizzico di follia, un momento nella vita in cui usciamo dai binari, sentiamo di dovere e potere essere altro.

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La vera storia dei soldati con la stella di Davide. A fumetti.

Historica: La Brigata Ebraica, recensione

Luca Tomassini

La Storia, intesa come resoconto degli avvenimenti che hanno segnato l’umanità, è fatta anche di percorsi laterali, di fatti ignoti ai più che tuttavia hanno avuto la loro importanza fondamentale nel costruire il mondo come oggi lo conosciamo. Limitando il campo all’ultimo conflitto mondiale, è stato a lungo sottovalutato l’apporto decisivo fornito dalla cosiddetta “Brigata Ebraica” alla vittoria finale degli Alleati sui Nazifascisti. Questa milizia, fortemente voluta da Winston Churchill, rispose a due necessità: da una parte, l’urgenza di coinvolgere quanti più attori possibili sullo scenario della guerra mondiale in grado di dare filo da torcere ai nazisti; dall’altra, una volta che le notizie circa l’esistenza dei campi di concentramento avevano iniziato a fare il giro del mondo, il bisogno da parte del popolo ebraico di uscire dall’immagine generalmente attribuitogli di “vittime” e di recitare un ruolo proattivo nel conflitto. E il ruolo giocato dalla brigata sarà addirittura decisivo, soprattutto sul fronte italiano.

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Le conversioni sono solo un pretesto

Con la scusa di “lanciare un dibattito” (guarda un po’, sempre e solo sui rabbini), viene scritto un articolo che attacca su più argomenti e indiscriminatamente tutto il rabbinato italiano. Questa la risposta di rav Somekh che avanza un’ipotesi su che cosa ci sia dietro questi “dibattiti” [MODIFICATO]

Alberto Moshe Somekh

Il recente intervento di rav Pinhas Punturello, direttore degli studi ebraici alla Scuola della Comunità di Madrid, richiede qualche attenzione e riflessione. Tre mi sembrano i punti qualificanti della sua critica al Rabbinato italiano.

Kashrut senza Hekhsher. Rav Punturello lamenta una presunta decisa preferenza dei Rabbini italiani per la kashrut commerciale a scapito dell’attenzione che dovrebbero piuttosto recare alle reali necessità alimentari del pubblico ebraico italiano. Per anni mi sono dedicato a questo secondo settore. Mi sono fatto ricevere a mie spese in vari stabilimenti sollecitando i controlli nell’intento di garantire prodotti base facilmente reperibili in tutta Italia. Ultimamente questo genere di contatti è entrato in crisi: non per indisponibilità del Rabbinato, ma delle ditte stesse. Non essendo interessate alla certificazione ufficiale, ci vogliono probabilmente far capire che non sono neppure disposte a sobbarcarsi il lavoro di verifica da parte nostra senza un tornaconto. Dovremmo a questo punto accontentarci della sola lista degli ingredienti sulle confezioni, rinunciando a controllare linee di produzione e recipienti? No. Se così ci limitassimo a fare finiremmo per incoraggiare il kosherstyle anziché una vera kashrut, degna del suo nome.

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Ritorno a Leopoli

La piccola Parigi dell’Est: prima austroungarica poi polacca, sovietica e oggi ucraina. Negli anni ho visto guerre e tragedie, i paesaggi cambiare. Ma le comunità possono sopravvivere al loro destino

Anne Applebaum

Fu alla fine della calda estate del 1985, durante l’epoca chiamata in seguito “gli anni della stagnazione” sovietica, che vidi per la prima volta la città di Leopoli. Per un giorno e mezzo il mio treno si era diretto verso Leningrado, fermandosi di tanto in tanto in piccole città, ognuna con una triste stazione ferroviaria, un sudicio binario, un chiosco dove si potevano comprare biscotti secchi. Ricordo di aver avvertito quel senso di frustrazione che sempre accompagnava i viaggi in Unione Sovietica. A quell’epoca, gli stranieri venivano relegati in determinate città, su strade speciali e treni riservati. Mentre sorseggiavo il tè, guardavo fuori dal finestrino e desideravo sapere di più di quella piatta e incolta campagna che si estendeva appena oltre i binari. Per me era un territorio proibito, inaccessibile quanto la luna. E poi, piuttosto inaspettatamente, il mio desiderio venne esaudito. Il treno si fermò. Eravamo arrivati nella città di Leopoli, nell’Ucraina sud-occidentale. Un annuncio fu trasmesso a sorpresa. Il treno necessitava di riparazioni e si sarebbe fermato per qualche ora, i passeggeri avevano il permesso di scendere.

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Storia esemplare ed avvincente di una grande famiglia ebraica tedesca

Dal 1875 creò ricchezza e posti di lavoro in Sicilia 

Domenico Cacopardo 

Il fascino delle storie delle famiglie antiche, si è ripresentato di recente con due opere ambientate a Palermo e riguardanti le vicende di due grandi famiglie palermitane, fondate da non palermitani. Mi riesce difficile credere alle coincidenze (diceva il saggio «Le coincidenze sono l’alibi dei bugiardi») e, in particolare in questo caso infatti, diventa impossibile: a distanza di poche settimane, Stefania Auci dà alle stampe «I leoni di Sicilia», prima parte della saga della famiglia Florio, e poco dopo, in maggio, Agata Bazzi pubblica (Mondadori editore, euro 19 ,00) La luce è là, traduzione dal tedesco Lik dör, storia della famiglia Ahrens, il cui capostipite, Albert, si trasferì a Palermo nel 1875, quando i Florio s’erano già ampiamente affermati, Tanto che una delle sue prime visite è dedicata a Ignazio, in quel momento capo della casata calabro-sicula.

C’è tuttavia una profonda differenza tra le due narrazioni e le due narratrici. La prima è ontologica e spinge il lettore a riflettere sulle tragiche giravolte della storia, quelle che si sono riviste nel ‘900 e rispetto alle quali, Bertha, una delle figlie di Albert, dopo la fine della seconda guerra mondiale dice: «Ora sappiamo cosa ci si può aspettare dal futuro», intendendo che una tragedia come quella del 1939-1945, con le sue stragi, può ancora ripetersi. E lo Schicksal, il destino che lo vorrà, se lo vorrà. Manca solo un elemento per capire il senso di queste affermazioni: Albert Ahrens e sua moglie Johanna sono ebrei tedeschi che si naturalizzano italiani e che generano figli italiani, che sposano gentili (cattolici), spesso convertendosi.

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