Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

“Di chi è la colpa”? Piperno indaga

Fabrizio Ottaviani

Alla ricerca del tempo perduto di Proust faticò ad essere pubblicato perché a qualcuno sembrò eccessivo impiegare venti pagine per descrivere le riflessioni di un uomo che non riesce a prendere sonno. Anche Alessandro Piperno, che a Proust ha dedicato più di un saggio, apre il suo ultimo romanzo (Di chi è la colpa, Mondadori, pagg. 434, euro 20 ) con una veglia, quella di un ragazzo che esita a disturbare il padre già addormentato per confessargli che è un pavido: nel liceo pubblico che frequenta un bullo ha deciso di pestarlo. Il quadro familiare nel quale la scena si svolge è eloquente: la madre, professoressa di matematica, insegna in un istituto del centro di Roma, niente di meno e niente di più. Il padre – toglierà il figlio dai guai concedendogli una gita al mare fuori stagione – è un eterno adolescente che colleziona chitarre, fissato con il rock and roll degli anni Cinquanta. Biondo e possente come un californiano cresciuto a bicchieroni di latte, per racimolare qualche soldo vende lavatrici che si rompono subito, pagato poco e male da un industriale che ha edificato la sua villa palladiana lesinando quattrini ai dipendenti. È chiaro che stavolta, a differenza di quel che accade nei romanzi precedenti (uno di essi, Inseparabili, ha vinto nel 2012 il premio Strega), Piperno non catapulta il lettore nel ricco e influente mondo degli ebrei romani: superate le colonne d’Ercole del portico d’Ottavia, l’autore si avventura nei quartieri abitati da una piccola borghesia impoverita, oppressa dai debiti.

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La salvezza che solo il canto polifonico può assicurare

Parashà di Haazìnu

Rav Scialom Bahbout

Mosè ha terminato i suoi discorsi: dopo gli ammonimenti, resta la Benedizione che Mosè impartirà al popolo ebraico e alle 12 tribù. Dopo aver ricordato al popolo le norme principali che finalmente dovranno essere applicate nella Terra promessa e che riguarderanno non più solo il singolo, ma la società intera, Mosè dovrebbe scrivere o dettare il suo testamento per dire cosa vuole lasciare al Popolo d’Israele. In un testamento ci aspetteremmo parole affettuose e una sintesi di quella che egli ritiene sia la sua eredità. E questa dovrebbe essere espressa in maniera chiara, senza parabole. Mosè sceglie invece un’altra strada: scrive un testamento che potremmo definire un avvertimento per il futuro e come forma di scrittura usa la poesia, una Shirà, una Cantica. Questa Shirà rappresenterà la presenza continuativa di Mosè nel corso della Storia del popolo e per questo il popolo dovrà impararla  a memoria:  Ora scrivete per voi questa cantica e insegnatela ai figli d’Israele; mettetela loro in bocca, perché questa cantica mi sia di testimone contro i figli d’ Israele (31, 19): cioè una testimonianza che l’avvertimento è stato dato anzi tempo. 

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L’Ucei sospende Gariwo

La Giunta dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane ha diramato una nota relativa ai rapporti tra l’ente e la Fondazione Gariwo. La nota è stata inviata anche al sindaco di Milano Beppe Sala.

“Riteniamo – vi si legge – che sulle relazioni fra l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e la Fondazione Gariwo siano necessarie alcune precisazioni alla luce di diverse iniziative promosse e posizioni espresse negli ultimi tempi. In una sua recente esternazione, il presidente di Gariwo, Gabriele Nissim, ha rappresentato che alcuni “integralisti” vorrebbero boicottare il Giardino dei Giusti e che si sarebbe parlato di Giusti solo con riferimento agli ebrei e non con riferimento a tutta l’umanità.

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11 settembre, le teorie del complotto

Da attacco USA ad ebrei salvi perché avvisati

Dario D’Angelo

Era forse inevitabile che attorno ad un evento spartiacque come quello degli attacchi dell’11 settembre 2001 sorgessero molteplici teorie del complotto. Per comprendere la proporzione del fenomeno basta dire che oggi, alle voce “teorie del complotto 11 settembre” sono collegati su Google oltre 8 milioni di link. A dire il vero già dalle ore immediatamente successive al World Trade Center un ingegnere informatico americano seminò su un forum il dubbio che i grattacieli fossero crollati non, come stabilito dagli esperti, per effetto dell’incendio scoppiato all’interno degli edifici, bensì come risultato di una detonazione controllata. Ad alimentare questa versione, il fatto che in molti video si potessero osservare dalle Torri “sbuffi” di fumo simili agli “squibs” visibili durante le demolizioni controllate. Quella dell’esplosione controllata non è stata ovviamente l’unica teoria del complotto circolata rispetto agli attacchi di vent’anni fa. Molti cospirazionisti si concentrarono infatti sui mandanti degli attentati, negando che fossero opera di Al Qaida e di Osama bin Laden. Molto più probabile, a dir loro, che gli attacchi fossero stati orchestrati dal “deep State” americano, lo Stato profondo USA, all’epoca alle direttive di George W. Bush.

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L’eredità di Mosè: un’eredità in cammino

Parashà di Vayelekh

Rav Scialom Bahbout

Il momento del congedo è sempre molto triste sia per il leader che per la Comunità che lo ha scelto o accettato come tale. All’inizio della parashà di Vayelekh troviamo scritto: Mosè andò e rivolse ancora queste parole a tutto Israele. Disse loro: «Io oggi ho centovent’anni; non posso più andare e venire; inoltre il Signore mi ha detto: Tu non passerai questo Giordano. (Deuter 31: 1 – 2). Tutto il libro del Deuteronomio contiene i discorsi che Mosè fece al popolo nell’ultimo mese della sua vita: oramai ha detto tutto ciò che aveva da dire e gli mancavano poche ore al momento della morte: ancora un paio di istruzioni, una riflessione sul futuro, l’insegnamento della Cantica che lascerà in eredità al popolo e sarebbe salito sul Monte Nevo: da lì avrebbe finalmente potuto ammirare dall’alto la Terra d’Israele, dove non gli era concesso entrare.

Già in questo incipit troviamo diverse affermazioni che possono farci capire come Mosè aveva cercato di interpretare la sua leadership, non una leadership al di sopra, ma all’interno del popolo:

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1943: Ebrei combattono a Porta San Paolo

Liliana Picciotto

Alle 18,30 dell’8 settembre 1943, il generale Eisenhower, superando i tentennamenti italiani che temevano violente reazioni tedesche, annunciò da Radio Algeri la strabiliante notizia che l’Italia aveva cambiato di campo e aveva firmato con gli ex nemici, già da 5 giorni, un armistizio. Il re Vittorio Emanuele II, preso alla sprovvista, dovette recarsi negli studi dell’EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche, antesignano della RAI) e alle ore 19,42 ripetere, in forma ambigua e incomprensibile ai più, che l’Italia cambiava posizione nel teatro bellico. Nei giorni successivi, si verificò il tragico disfacimento dell’esercito italiano, privo di disposizioni sul comportamento da tenere verso le truppe tedesche che, fino a qualche giorno prima, erano stati alleate e che ora erano diventate nemiche.

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Il peso e la gioia di un patto

Parashà di Ki Tavò

Rav Scialom Bahbout

Il rapporto tra Israele e Dio è stato stabilito con tre patti: il primo stipulato in Egitto, il secondo ai piedi del Monte Sinai e il terzo nella terra di Moav (Yalkut Simon’oni, Nizavim):  Rav J. B. Soloveitchik (in Kol Dodì Dofek) definisce il primo patto come “patto destino”, cioè il patto di solidarietà di una comunità perseguitata e schiavizzata; il secondo come  “patto missione”  di una comunità che accetta le mizvoth della Torà, come strumento per divenire un popolo santo; il terzo stipulato nella terra di Moav, identico nei contenuti al secondo, salvo l’aggiunta di una “Alà”, un giuramento per cui,  qualora avesse trasgredito il patto, Israele sarebbe andato incontro a gravi sciagure: questo patto si rese necessario in quanto l’adorazione del vitello d’oro aveva annullato il patto del Sinai: bisognava quindi rinnovarlo precisando anche gli impegni che Israele si assumeva, cioè la Alà di cui sopra.

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