Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

Religione, scienza e religione della scienza

Le comunità haredi di New York sembrano essere gli ultimi americani in grado di mantenere un sano equilibrio tra scienza e fede

Liel Leibovitz

La scorsa settimana, ho letto circa 407 articoli, alcuni sulla stampa ebraica e altri su pubblicazioni nazionali, che esprimevano orrore assoluto per le immagini di ebrei haredi che protestavano contro le nuove restrizioni collegate al COVID. Le storie sono tutte simili: ecco di nuovo gli uomini barbuti vestiti di nero, che feticizzano il loro modo di vivere arretrato e non riescono, nella loro medievale cattiva comprensione dei principi scientifici, a comprendere le minacce rappresentate dal virus. In tal modo, sono uno shonda[1] e non sono per niente come noi, sofisticati ebrei moderni, esperti, intelligenti e responsabili. Vergogna su di loro.

In questo spirito, permettetemi di offrire una replica: nel senso più completo, vero e letterale di queste parole, gli haredim si sono dimostrati questa settimana i veri Ebrei Americani, mostrando dedizione non solo ai fondamenti della fede ma anche ai valori concreti americani come la libertà o l’equità o, per quel che conta, la scienza.

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Romanzo. La Bestia dei lager uccide ancora?

Riccardo Michelucci

È possibile confrontarsi con l’orrore senza rimanerne annichiliti soverchiati, schiacciati? Oppure la Shoah è un fardello che alla lunga può divenire insostenibile, fino a condurre alla perdita della ragione persino chi non l’ha vissuta in prima persona? In un prossimo futuro potrebbe persino essere diagnosticato un disturbo che colpisce chi è costretto a fare i conti con la dimensione umana dell’irrazionalità, a misurarsi con l’inimmaginabile fino a provarne un fastidio fisico e un terribile senso di colpa. Nei suoi libri indimenticabili, Primo Levi analizzò il rimorso e la depressione dei sopravvissuti, la condizione psicologica che in molti casi compromise gravemente l’adattamento sociale e lavorativo dei superstiti dell’Olocausto. 

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Sono osservante, ma il comportamento di alcuni charedim crea problemi

Samy Legziel*

Premettendo che sono un ebreo osservante vorrei fare delle considerazioni inerenti alla lettera della Signora Cohenca su ‘Kolot’. Riguardo la polemica sui  haredim non penso che possiamo limitarci al fatto di chi metta la mascherina sull’aereo e chi no. In questo momento in Israele questo problema sta creando una divisione nella popolazione per dei motivi concreti e non per dei preconcetti. Da quando è iniziata la pandemia molti haredim sono andati contro le disposizioni dello Stato creando ‘uno stato nello Stato’.

Diversi Rabbanim di Bnei Brak (tra cui Rav Kanievsky) e di Gerusalemme hanno detto  agli appartenenti alle loro sette di non fare i tamponi e di non chiudere le Sinagoghe e le Yeshivot  e hanno creato così grandi focolai di contagio. Sono stati, nonostante  la proibizione, celebrati matrimoni con centinaia di partecipanti e funerali con migliaia di persone accalcate. Anche in America hanno creato problemi e hanno contestato le Autorità rischiando di incoraggiare l’antisemitismo.

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Basta parlare di charedìm facendo di tutta l’erba un fascio

Un chiarimento doveroso sul “modello charedì” nei confronti della pandemia

Deborah Cohenca

Vorrei approfittare delle pagine di Kolòt, sul quale è apparso recentemente un articolo di Rav Somekh, per fare un po’ di luce sul mondo ebraico ortodosso e sulla posizione degli ebrei definiti “charedìm” riguardo alla pandemia da Covid-19.Anzitutto, la definizione di ebreo “charedì” (o ortodosso, oppure ultra-ortodosso a seconda dei punti di vista), dipende, appunto, dal punto di vista. Per qualcuno, una donna sposata che si copre il capo quando va al Tempio è una manifestazione di ultra-ortodossia; per altri, una forma di rispetto o di adesione minima ai principi normativi ebraici del codice Shulchàn Arùkh, per altri, ancora meno. E la stessa cosa vale per l’aderenza ad altre norme sull’abbigliamento e sull’osservanza di molti precetti. Io sono osservante per scelta, considerata più o meno ortodossa a seconda di chi mi guarda.

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Bereshìt – L’uomo, corona del creato?

Scialom Bahbout

Perché un uomo del 2020, non necessariamente credente, dovrebbe leggere il libro della Genesi e in particolare la descrizione della creazione? Possiamo dare risposte diverse a questa domanda e tutte accettabili. L’ignoto autore greco del libro “Sul Sublime” – il primo testo di filosofia dell’estetica – risponderebbe che un buon motivo per leggere la Genesi è la bellezza eccezionale del suo primo capitolo: infatti per spiegare cosa sia il “sublime”, l’eccellente per natura, egli sceglie l’inizio della Genesi: “E Dio disse: Sia la luce. E la luce fu”. E’ in effetti un attacco che sconcerta, per la fusione fra estrema semplicità e grandiosità del contenuto: la creazione di tutto dal nulla, in sei parole. Ma non è di questo che voglio parlare, ma piuttosto di quella che è considerata la “Corona della creazione”, cioè della creazione di Adamo.

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Deborah Feldman, perdere l’innocenza

Una donna che con difficoltà ha abbandonato la comunità chassidica di Brooklyn dove è nata e cresciuta (UNORTHODOX, bestseller in italiano grazie alla ticinese Abendstern)

Deborah Feldman

Anch’io ho dei segreti. Forse Bubby li conosce, ma non dice niente dei miei fintanto che io non parlo dei suoi. O forse la sua complicità me la sono solo immaginata; è possibile che questo accordo sia unilaterale. Chissà se Bubby spiffererebbe i miei segreti. Io nascondo i miei libri sotto il letto, lei nasconde i suoi tra la biancheria, e una volta all’anno, quando prima della Pesach Zeidy ispeziona la casa frugando tra le nostre cose, ci aggiriamo in preda al panico, nel terrore di essere scoperte.

Zeidy fruga addirittura nel mio cassetto della biancheria. Desiste solamente quando gli dico che quelle sono cose private femminili, infatti non vuole violare la privacy di una donna e dunque passa all’armadio di mia nonna. Quando fruga fra la sua biancheria, anche lei si mette sulla difensiva. Sappiamo entrambe che la nostra minuscola pila di libri secolari scandalizzerebbe mio nonno ancor più di una catasta di chametz, i cibi lievitati che a Pasqua sono proibiti. Bubby probabilmente se la caverebbe con un rimprovero, ma a me il nonno non risparmierebbe tutta la sua ira. Quando il mio zeide si arrabbia, la sua lunga barba sembra sollevarsi ed espandersi su tutta la faccia come una fiamma ardente. Nel calore del suo sdegno mi raggelo all’istante.
«Der tumeneh shprach!» tuona verso di me, quando sente che parlo ai miei cugini in inglese. Zeidy dice che una lingua impura agisce sull’anima come un veleno. Leggere un libro in inglese è ancora peggio, rende la mia anima vulnerabile, è come invitare il diavolo a entrare.

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La pandemia che sta spaccando il mondo ebraico ortodosso

Rav Alberto Moshe Somekh

Il Talmud (Sukkah 27b) riporta un’interessante controversia a proposito della festa di Sukkot appena trascorsa. È lecito durante la ricorrenza trasferirsi da una Sukkah all’altra? In altri termini, sono autorizzato ad accogliere l’invito di un parente o di un amico e recarmi a pranzo nella sua Sukkah, sebbene così facendo trascuri la mia? R. Eli’ezer proibisce, mentre la maggioranza dei Maestri lo permette. Secondo una lettura la discussione verte su due interpretazioni contrapposte dello stesso versetto: “Farai la festa di Sukkot per sette giorni” (Devarim 16,13). R. Eli’ezer legge il versetto in relazione alla Sukkah e ne deduce che la stessa Sukkah deve essere adoperata per l’intera settimana, mentre i Chakhamim lo intendono diversamente (cfr. ‘Arokh ha-Shulchan O.Ch. 637,1). È possibile che la discussione non sia solo esegetica, ma anche concettuale: per R. Eli’ezer conterebbe nella Sukkah il valore della continuità (prospettiva diacronica), mentre per i Maestri sarebbe invece più importante il fattore della condivisione (prospettiva sincronica). In ogni caso la Halakhah è stabilita secondo l’opinione della maggioranza: abbiamo cioè il permesso di passare da una Sukkah all’altra.

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