Comunità Ebraiche | Kolòt-Voci

Categoria: Comunità Ebraiche

«Il sentirci fragili alla fine ci aiuterà a riscoprire gli altri»

Rav Benedetto Carucci Viterbi intervistato da Walter Veltroni sul Corriere della Sera.

Il rabbino e il senso di spaesamento nella pandemia: «Ne usciremo soltanto con uno sforzo collettivo» Stringere mani e abbracciare esprimono richiesta e dono di affetto, ma sono anche gesti che ci danno la forza di cui abbiamo bisogno. Ho conosciuto il rabbino Benedetto Carucci Viterbi durante il lungo lavoro sulla memoria che per anni abbiamo condotto con la Comunità ebraica di Roma.

Carucci è Preside del liceo ebraico Renzo Levi di Roma, coordinatore del collegio rabbinico italiano, docente di pensiero ebraico presso il diploma universitario triennale in studi ebraici dell’Ucei. Al di là dei suoi titoli è un uomo aperto e profondo, che sa scegliere le parole, che non frequenta la banalità, che ha coscienza del cammino umano. Le sue parole, da tempo, per me hanno un valore particolare.

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Fermati, colpisci, scappa. La sequenza che insegna alle donne abusate come ritrovare l’autostima

Diritto alla difesa: a lezione, anche di autostima, con Lady Krav Maga e la sua nuova “palestra virtuale”

Marta Saladino

Avete presente l’Uomo Vitruviano? Ecco, allargate le braccia, fate una lenta piroetta su voi stesse: quello è il vostro spazio (vi ricordate l’indimenticabile Patrick Swayze in Dirty dancing? Beh, non è proprio uguale, ma non fosse altro che per la sua avvenenza vi resterà più impresso). Insomma, è l’area vitale. Un evanescente confine territoriale tra il vostro universo privato e il resto del mondo. Quella soglia è la prima cortina, da proteggere e tutelare. E va rispettata con tutte le forze. Già, perché il krav maga è un’arte marziale che si basa innanzitutto sul rispetto, kida, come quasi si urla a inizio e fine di ogni lezione, inchinandosi con riverenza verso l’avversario, congiungendo i pugni a cerchio, in un rituale quasi religioso.

La sacerdotessa di questa disciplina che si rifà alle tecniche di difesa dell’esercito israeliano è Gabrielle Fellus (nella foto sopra; gabriellefellus.it), istruttrice di sicurezza e Ikmf (International krav maga federation), prima e unica donna in Italia con il livello di Expert. Una guerriera di luce, con occhi dardeggianti e una mente in perenne fermento, proprio quanto la sua massa scarmigliata di riccioli ramati. Il suo palmarès di lavori e riconoscimenti (collabora con il Centro ascolto e soccorso donna dell’Ospedale San Carlo di Milano e con la Casa pediatrica del Fatebenefratelli) le ha permesso negli anni di convertire i singoli strumenti di autodifesa in un metodo a misura di ogni persona, con esercizi per raddrizzare i bulli, fortificare i bullizzati e aiutare le donne vittime di abusi a ritrovare la forza interiore. “Tutto partendo dalla testa, in una sorta di palestra di autodifesa e autostima”, spiega Gabrielle. “Se non trasformo il cervello, non trovo la forza necessaria per reagire”.

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Gli ebrei italiani in Israele, componente vitale

Giulia Ceccutti

Si sentono al 100 per cento israeliani e in ugual misura italiani. Geograficamente si concentrano soprattutto a Tel Aviv, poi a Gerusalemme e nelle altre città. Le varie ondate del movimento migratorio ebraico dall’Italia. «Sono nato a Tripoli, in Libia, nel 1962. Con la mia famiglia ci siamo rifugiati in Italia nel 1967, quando scoppiò la Guerra dei sei giorni. L’Italia mi ha adottato e io mi sento visceralmente italiano. In Italia mi sono laureato, ho svolto il servizio militare. Poi a un certo punto mi sono detto che era arrivato il momento di tirare fuori dal cassetto un sogno. Mi sono chiesto: “Ma qual è casa mia?”. Così mi sono trasferito in Israele. Sono italiano al 100 per cento, ma sono anche israeliano».

Si definisce così, a metà della nostra telefonata, Raphael Barki, presidente del Comitato italiani all’estero (Com.It.Es) di Tel Aviv, spiegando che la ragione della sua scelta – che definisce «ideologica» – è comune a moltissimi ebrei italiani che hanno deciso di andare a vivere in Israele. E aggiunge: «Qui nessuno per strada ti apostrofa “sporco ebreo” o cose del genere. Gli ebrei in Israele si sentono a casa».

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Il primo operaio ebreo

Parashà di Vayetzè

Rav Scialom Bahbout

Come spiega Erich Auerbach in Mimesis, la Bibbia è parca nel descrivere stati d’animo dei personaggi e i dialoghi sono spesso ridotti al minimo. Il lettore deve cercare di capire cosa passa nella mente dei protagonisti e naturalmente non è facile capire quali sono le intenzioni del narratore. Giacobbe arriva dalla terra di Canaan a Haran dopo un lungo viaggio e al pozzo incontra dei pastori.

Scrive rav Moshe Haim Grilak (Parashà veliqchà pag. 81); Nel momento in cui si mette a fare una predica ai pastori che incontra alle porte della città, Giacobbe mette in pericolo la propria persona. La predica può danneggiare i rapporti sociali con le persone del luogo, delle quali egli avrà bisogno nella sua nuova residenza, Ma Giacobbe non può rimanere in silenzio: la visione di persone che perdono pigramente il tempo per il quale sono pagate, in attività futili, lo irrita: Giacobbe è una persona giusta e, in quanto è giusto, non può sopportare chi si comporta male, e questo perché lui stesso sta bene attento a non sottrarre  perfino un solo centesimo al proprio datore di lavoro Lavan ( לבן che si scrive con le stesse lettere di נבל Naval, malvagio)

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Il rinascimento permanente del Maharàl di Praga

Gavriel Levi

Il Rinascimento è un momento di grande fondazione della civiltà europea e della sua cultura. Sono stati cento o duecento anni in cui veniva steso un bilancio consuntivo, un riesame ed un rilancio di prospettiva per l’eredità greca, per l’eredità latina ed anche per l’eredità biblica. Questa grande avventura si è sviluppata, in contemporanea, con grandi mutamenti storici e politici: la scoperta delle Americhe, l’invenzione della stampa, le guerre di religione tra cattolici e protestanti, l’ invenzione moderna dei ghetti.

Sono coincidenze problematiche, che non possono essere sottovalutate. Il mondo si ingrandiva e i diversi venivano considerati come nemici nuovi (i nativi americani) e antichi (ebrei e marrani). Si raddoppiava il campo di espansione della civiltà europea ed i cristiani si uccidevano fra di loro. Il mondo della Qabbalàh veniva accolto seriamente come un nuovo inaspettato messaggio del popolo ebraico, ma il talmud tornava ad essere bruciato. Il primo colonialismo trasferiva nell’intero pianeta la pretesa di superiorità dell’Occidente e si riaccendevano i conflitti storici tra le grandi monarchie ed i piccoli potentati dell’Europa. 

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Nadia Cohen: «Piango ogni giorno pensando a lui. Eli è l’unico uomo che abbia amato»

Eli Cohen, l’eroe immortalato dalla serie Netflix The Spy, che ha consentito a Israele di anticipare le mosse del nemico siriano in un momento cruciale della storia, ha lasciato figli che non lo hanno conosciuto e una giovane moglie che, in cinquantacinque anni, non lo ha mai dimenticato. Un’intervista esclusiva

David Zebuloni – Bet Magazine Mosaico

A gettar luce su una storia a molti sconosciuta, è stata la serie tv The Spy, punta di diamante del colosso Netflix. Una storia che ha dell’incredibile: narra le vicende di Eli Cohen, una spia israeliana in Siria che è riuscita a stravolgere le sorti del Medioriente. Dopo essere stato scoperto e giustiziato, la moglie di Eli, Nadia Cohen, comincia la sua battaglia infinita contro le forze segrete israeliane e contro il nemico siriano, i primi accusati di negligenza e i secondi di crudeltà. Entrambi dunque ritenuti da lei responsabili di averle sottratto l’unico uomo che abbia mai amato.

La incontro nella sua casa ad Herzliya. Nadia mi aspetta seduta in salotto. La luce è spenta. Le domando se non desideri accenderla, lei mi risponde che preferisce il buio. Parla con una lucidità impressionante, ricordando eventi remoti che le provocano dolore come se li stesse vivendo per la prima volta. Quando racconta l’ultima missione di Eli in Siria, la voce si accende di rabbia. Una rabbia che non le dà pace, che la tormenta, così come la tormenta l’immagine di suo marito seduto su una panchina, gli occhi vuoti, pronto per essere impiccato. Ecco, la storia di Nadia è la storia di chi non ce l’ha fatta. Di chi non ha saputo superare il lutto e il dolore. Di chi ha preferito vivere tutta la sua vita nel buio.

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Rav Jonathan Sacks, la forza delle parole

Rav Michael Ascoli

“La scienza isola le cose per vedere come funzionano. La religione mette assieme le cose per vedere cosa significano […] La scienza spiega, la religione interpreta. La scienza analizza, la religione integra. La scienza scompone le cose in parti, la religione lega le persone insieme in un rapporto di fiducia. La scienza ci dice cosa è, la religione ci dice cosa dovrebbe essere”.

Così rav Jonathan Sacks si accinge ad affrontare uno dei temi che gli sono cari, il rapporto fra scienza e religione. A una prima lettura queste belle parole possono suonare retoriche, con una venatura apologetica, dette o scritte da chi è ormai affermato. Però man mano che si prosegue nella lettura delle sue opere, in questo campo o in uno dei molteplici altri che ha affrontato nella sua vita, ci si rende conto che questa impostazione segue invece con estrema coerenza la sua concezione del mondo e dell’ebraismo.

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