Antisemitismo | Kolòt-Voci

Categoria: Antisemitismo

Instabilità come un’occasione per cambiare

Discorso del Presidente della Comunità Ebraica di Roma in occasione di Rosh Hashanà 1 tishrì 5776

Ruth Dureghello

Ruth DureghelloScrive Rav Sacks: “Il mondo che stiamo costruendo per domani nasce dalle preghiere che stiamo esprimendo oggi.” Con questa consapevolezza dovrebbe cominciare il nostro anno. Dalla speranza che le nostre preghiere vengano ascoltate ed esaudite, che siano i nostri sforzi a rappresentare il primo passo per costruire un futuro migliore per noi e per la nostra Comunità. Per questo ci siamo riuniti ieri sera durante il seder, ciascuno di noi con i propri cari, di fronte a tavole imbandite ed addobbate per la festa.
Per la prima volta, in qualità di Presidente, ho l’onore di potermi rivolgere all’intera Comunità nel giorno in cui le nostre famiglie si raccolgono nei Bet Haknesiot per festeggiare la festa di Rosh Hashana.

Come tutti sanno, a giugno, si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Consiglio, che hanno portato ad un governo comunitario unitario partecipato da tutte le liste che ha scelto di affidarmi questo delicato incarico. Una responsabilità immensa, quella di guidare una Comunità con oltre duemila anni di storia; ancora più importante per me, nel sapere di essere la prima donna a ricoprire questo incarico.

Con questo spirito mi rivolgo a voi oggi, come una donna e madre ebrea che promette di mettere tutto il suo impegno nell’adempire al compito che le avete affidato.

Ci attendono sfide impegnative, sotto il profilo sociale, economico e della politica internazionale non solo nel sostegno a Israele ma anche nell’affermazione del nostro essere ebrei cittadini liberi e rispettati in Europa e nel mondo, nelle Comunità della Diaspora in cui viviamo da millenni.
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Come Roma (e i suoi ebrei) fu consegnata ai nazisti l’8 settembre del 1943

Un episodio che stranamente non rientra mai nella retorica del “culto” della memoria e che gli ebrei italiani preferiscono allegramente dimenticare. È proprio l’8 settembre 1943 a essere la premessa del 16 ottobre 1943 e del successivo sterminio di migliaia di ebrei italiani.

Re, ministri e generali, lo Stato in fuga. La cronaca delle drammatiche ore di quell’8 settembre 1943 in cui l’Italia fu consegnata ai nazisti invece che agli alleati.

Silvio Bertoldi

Vittorio_Emanuele_III_Bianca_croce_di_SavoiaAlle cinque della sera, l’ora fatale in cui Ignacio Sanchez, il torero di García Lorca, affronta la morte nell’arena, Vittorio Emanuele III comincia a prepararsi a lasciare Roma. È l’8 settembre 1943, un sereno mercoledì che prelude a un dolcissimo autunno, e il re ha 74 anni. Il ministro della Real Casa, Acquarone, ha telefonato che il Quirinale è ritenuto più sicuro di Villa Ada, meglio trasferirvisi. Sarà il primo passo di un itinerario peraltro previsto e destinato, nell’ipotesi, a concludersi in Sardegna, per sfuggire a una eventuale cattura da parte dei tedeschi. Si è pensato a tutto nel caso d’un abbandono della capitale: due cacciatorpedinieri dovranno prendere a bordo i sovrani e portarli alla Maddalena, beni e oggetti preziosi sono già in Svizzera, sedici milioni, per affrontare le prime esigenze, diciassette valigie per il viaggio, carte e documenti in una borsa. Alle 18.15 precise la Fiat 2800 dell’autista Baraldi varca il portone della reggia. Vittorio Emanuele ed Elena si ritirano nei loro appartamenti. Il preludio della fuga di Pescara è questo.

Ma gli avvenimenti precipitano ed è difficile dar conto in breve d’ognuno di essi. La cronaca segnala l’improvviso ritorno del sovrano a Villa Ada, come per un cessato allarme, e subito dopo l’altrettanto improvviso ritorno al Quirinale per un improvvisatissimo Consiglio della Corona. È ormai certo che Eisenhower annuncerà alla radio in serata la firma dell’armistizio da parte dell’Italia e coglierà di sorpresa governo e militari, impreparati all’evento e chissà perché convinti che l’annuncio sarebbe stato dato il giorno 12.

Sicché non hanno fatto nulla di quanto era previsto dagli accordi sottoscritti per fornire i mezzi richiesti dagli Alleati in vista del lancio su Roma di una divisione paracadutisti: e quando, la sera del 7, due ufficiali americani si erano presentati segretamente nella capitale per concordare le comuni iniziative, tutti sono caduti dalle nuvole. Il generale Carboni, comandante della difesa di Roma e delegato a riceverli, era a una festa; il capo di stato maggiore generale Ambrosio proprio quel giorno era a Torino per un trasloco; Badoglio era a letto dalle nove, Roatta cenava in famiglia e per quei due ospiti annunciatissimi era a disposizione soltanto un colonnello che non parlava inglese e un principesco banchetto con cui si sperava di addolcire la loro irritazione.

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“Pecore in erba” dell’esordiente Caviglia affronta un tema importante in modo nuovo

L’antisemitismo incontra la satira. E alla Mostra finalmente si ride

Alberto Mattioli

Pecore in erbaE al settimo giorno, Venezia rise. Dopo una settimana di ibernati sull’Everest, tragedie, lutti, preti pedofili, bambini soldato, operazioni che vanno male, soprani stonati e altre calamità, finalmente un po’ di divertimento. Doppio merito perché il film è italiano, triplo perché non lo sembra, quadruplo perché, ridendo e scherzando (ma si sa che nulla è più serio dello scherzo) affronta un tema importante e doloroso come l’antisemitismo. S’intitola Pecore in erba e lo firma un debuttante, Alberto Caviglia. Se andrete a vederlo, state attenti alla mascella: potreste slogarvela.

La formula è quella, non nuova, del «mockumentary», il falso documentario che sembra più vero di quelli veri. Siamo nell’estate del 2006. Da sei mesi è scomparso nel nulla Leonardo Zuliani, attivista per i diritti civili, genio della comunicazione, fumettista di successo, scrittore, stilista, imprenditore, insomma un’icona nazionale. Un imponente corteo lo ricorda a Roma, in diretta su Sky, con Mentana smitragliante in studio, i manifestanti con il cartelli «Je suis Leonard», le bandiere, gli slogan, la mamma e la sorella acclamate dalla folla, insomma tutto il solito impegno prêt-à-porter e la consueta commozione a favor di telecamera. Uno speciale tivù ricostruisce vita e opere del caro forse estinto, di certo sparito.   Continua a leggere »

Il sopravvissuto ad Auschwitz che critica l’Europa sull’Islam

Nel Kolòt di ieri per un imperdonabile errore è stato attribuito a un “anonimo non-ebreo” un articolo scritto invece da Ugo Volli per Informazione Corretta. Ci scusiamo con l’autore e con i lettori

Il Nobel Imre Kertész contro “la civiltà che non è in grado di difendersi e adora il nemico”. Libro-scandalo del Nobel Imre Kertész, sopravvissuto ad Auschwitz

Giulio Meotti

Imre Kertész

Imre Kertész

A quindici anni, nel 1944, Imre Kertész fu deportato nei campi di sterminio nazisti di Auschwitz e Buchenwald. Ne usci per miracolo, per essere sepolto sotto la dittatura comunista del partito unico a Budapest e licenziato come giornalista perché rifiutava di “normalizzarsi” al vassallaggio di Mosca. Così divenne operaio di giorno e scrittore di notte, mentre traduceva dal tedesco autori come Nietzsche, Hofmannsthal, Schnitzler, Freud, Roth, Wittgenstein e Canetti. Il suo primo romanzo esce nel 1975, dopo dieci anni di ostracismi. Si tratta del capolavoro “Essere senza destino”, in Italia disponibile da Feltrinelli. Kertész sarebbe di nuovo resuscitato, dopo il crollo del Muro di Berlino, come una delle voci più alte e nobili dell’umanesimo mitteleuropeo e del suo parnaso letterario. Come una delle voci maggiori della letteratura dell’Europa centrorientale, rimasta a lungo ai margini del grande pubblico per via di una lingua strana e stupenda, fino alla celebrazione da parte dell’Accademia reale di Svezia che ne12002 gli ha comminato il premio Nobel per la Letteratura.

Difficile immaginare che le case editrici italiane adesso vogliano acquistare i diritti della sua ultima fatica, “Den sista tillflykten”, l’ultimo rifugio. Le poche anticipazioni disponibili, fatte uscire dal noto blogger letterario Thomas Nydahls e confermate dall’editore Weyler, lasciano intendere un libro “islamofobo”, come lo hanno già definito certi pigri critici culturali. A pagina 177, Kertész, che vive a Charlottenburg, l’elegante quartiere di Berlino e storica mèta degli intellettuali ebrei (il Nobel ha affidato alla Germania il suo archivio letterario), attacca “l’Europa che ha prodotto Hitler” e che oggi “spalanca le porte all’islam”, che “non osa più parlare di razza e religione, mentre l’islam conosce solo il linguaggio dell’odio contro religioni aliene”‘. E ancora: “Vorrei parlare di come i musulmani stanno inondando, occupando, distruggendo l’Europa”, complice “il liberalismo suicida, infantile e schivo” e la “democrazia stupida”, vittime della “menzogna” e del “totale abbandono di sé”. Continua a leggere »

I “Ponti” di Pax Christi e la Sindrome di Oslo dell’Ebraismo italiano

Ancora sul tema della Giornata della Cultura Ebraica 2015. Un estratto di un lungo articolo che andrebbe letto nella sua interezza (MODIFICATO)

Ugo Volli

Ponte sul fiume Kwai

Ponte sul fiume Kwai

… Ma c’è un’azione più generale e più insidiosa, che si esercita sul complesso del popolo ebraico e a cui bisogna fare attenzione. Un popolo sottomesso per due millenni a una diffamazione continua, a una pressione generale per distruggersi, a un odio quotidiano, praticato da molti e teorizzato a tutti i livelli, non può che portarne le cicatrici, anche se è riuscito a sopravvivere alla persecuzione fisica, mentale e culturale. Sono quelle tracce che un bel libro di qualche anno fa purtroppo non tradotto in italiano ha chiamato “The Oslo syndrome” (http://www.amazon.com/The-Oslo-Syndrome-Delusions-People/dp/157525557X, http://www.oslosyndrome.com/ ) , sul modello della famosa “sindrome di Stoccolma” che si è riscontrata in molte persone rapite e sequestrate, che dopo un po’ hanno dimostrato dipendenza psicologica, complicità, perfino affetto nei confronti dei loro aguzzini.

Per fare qualche esempio di queste cicatrici, nel corso dell’Ottocento e prima della fondazione dello Stato di Israele c’è stata una forte tendenza degli ebrei a farsi accettare come italiani (o tedeschi, francesi, americani ecc.) “di religione mosaica”, senza nessuna dimensione di popolo o rapporto con la terra di Israele (questa è la base di molto antisionismo sia nei movimenti di destra come la fascista “Nostra Bandiera”, si in quelli di sinistra). Più in generale, c’è stata e c’è ancora una forte spinta a mostrarsi “buoni”, cioè pacifisti, progressisti”l’esercito più morale del mondo” ecc.

Questa è ancora oggi una delle vie d’uscita principali quando si presenta la – diciamo così – scelta di Matisyahu: proprio perché sono ebreo, cioè molto buono, altamente morale, pacifico eccetera eccetera, io mi distanzio dalle pratiche non abbastanza angeliche del governo israeliano, del suo esercito, delle loro alleanze, del loro trattamento dei nemici ecc. Io sono il vero erede della morale dei Profeti, il popolo ebraico reale, quello che votando decide i governi e combatte per difendersi, è irrimediabilmente corrotto – proprio come dicono gli antisemiti. Questo è l’atteggiamento comune agli ultraortodossi antisionisti tipo Satmar e Naturei Karta e agli utopisti di sinistra, quelli che si raccolgono intorno a Haaretz e magari aiutano i palestinisti nelle loro provocazioni, dalle flottiglie e al terrorismo.

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La triste retorica di ponti e muri

AttraversaMenti, CondizionaMenti, SpegniMenti, CambiaMenti, FalliMenti, FramMenti, LaMenti, PaviMenti, StruMenti e TorMenti

Riccardo Di Segni 

Ebrei:Alfano visita comunit‡ Roma,forte sostegnoDomenica 6 settembre sarà la Giornata europea della cultura ebraica. Fin qui benissimo. Ogni anno la manifestazione ha un titolo, che viene deciso dall’organismo europeo di coordinamento, e che quest’anno è: “Ponti & AttraversaMenti”.

Credo che qui ci sia un problema, di simboli, di lingue e di culture. E prima che si sollevi un’ondata di protesta per quanto scriverò qui di seguito, venendo accusato di ottusità e di chiusura, preciso che auguro tutto il successo alla giornata alla quale parteciperò (e spero parli poco di ponti) e che ho rispetto per l’idea dell’attraversamento (ma da dove e verso dove?); ma questa, quella dei ‘ponti’, non è la nostra lingua.

Non è un caso che la parola ebraica per ponte, ghèsher, non compaia mai nella Bibbia. Forse perché in Terra d’Israele non ci sono fiumi importanti se non ai confini. Ma anche perché dai tempi di Abramo l’ebreo, Avrahàm ha‘ivrì, è tale perché sta ‘ever, dall’altra parte [del fiume] o “perché tutto il mondo è da una parte e lui sta dall’altra” (Bereshit Rabbà 42). I ponti non sono mai diventati nell’ebraismo un simbolo positivo, anzi sono qualcosa di rischioso. Così come per la donna il momento di rischio è quello del parto, per gli uomini il momento rischioso è quello dell’attraversamento del ponte (TB Shabbàt 32 a; un paragone, questo tra parto e ponte, che evoca simboli molto suggestivi, ma che comunque si basa sulla percezione di pericolo).

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Gli ebrei che tutti gli ebrei odiano

Neturei Karta, i “Guardiani della città” di Gerusalemme. Quando il pensiero ebraico diverso è ancora un crimine.

Elena Lattes

Neturei-Karta-Proseguendo il percorso iniziato nel precedente articolo fra le minoranze oltranziste e talvolta anche violente, troviamo in Israele, all’estremità politica opposta dei Tag Mehir, o Giovani delle Colline, alcuni gruppi di haredim, o, come vengono definiti in Italia, ultra-ortodossi. Vestiti per lo più di nero, con pesanti cappotti e cappelli anche quando fa molto caldo, vivono in gran parte in quartieri specifici (il più emblematico è sicuramente Mea Shearim a Gerusalemme) e non vedono di buon occhio tutto ciò che è considerato non conforme alla Bibbia.

Anche se dall’esterno possono sembrare tutti uguali, in realtà sono suddivisi in varie correnti, spesso perfino in aperto conflitto tra loro, soprattutto per questioni di differenze interpretative dei Testi sacri. Alcuni, tra i quali i più famosi sono i Neturei Karta e i Satmar, sono contro lo Stato di Israele che, ai loro occhi, è una sorta di blasfemia poiché è stato ricostituito dal sionismo socialista ed è laico e pluralista.

Secondo la loro ideologia, infatti, soltanto con l’arrivo del Messia e con la ricostruzione del Terzo Tempio, gli ebrei potranno autogovernarsi. Fra i due sopracitati il più estremista è quello dei Neture’ Karta, il cui nome significa in aramaico “Guardiani della città”. Fondato a Gerusalemme negli anni ’30 in opposizione al movimento sionista, sono attualmente circa cinquemila in tutto il mondo. Vivono principalmente nella capitale israeliana, ma alcuni di loro, a causa dell’ostilità e dell’insofferenza verso l’ebraismo laico, l’hanno lasciata per trasferirsi in Europa e negli Stati Uniti. Auspicano la distruzione dello Stato “eretico” e alcuni non mancano occasione di dimostrarlo (la maggioranza è comunque silenziosa e conduce sostanzialmente una vita appartata e lontana dai riflettori) arrivando perfino a bruciarne le bandiere nelle pubbliche piazze durante il giorno dell’Indipendenza. Continua a leggere »