Antisemitismo | Kolòt-Voci

Categoria: Antisemitismo

Rav Laras: “Vogliono rabbini addomesticati e ricattabili”

In occasione del digiuno del 10 tevèt rav Giuseppe Laras ha diffuso un lungo e doloroso testo sulla situazione dell’ebraismo italiano del quale pubblichiamo un estratto.

Proprio in questi giorni infatti al Consiglio dell’Unione delle Comunità si sta consumando un dramma che nessuno si è degnato finora di raccontarci: l’imposizione di contratti a progetto che minerebbero l’autorevolezza dei rabbini comunitari. Ogni tentativo di mediazione dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia è caduto purtroppo fino a oggi nel vuoto.

Giuseppe Laras

Alain+Elkann+Book+Launch+MmwukGP8ouXl… Proprio in relazione all’ebraismo italiano, mi permetto, spinto da tormenti, silenzi e riflessioni, di inviarVi queste mie considerazioni, chiedendoVi di leggerle e meditarle, riprendendo e sviluppando quanto scrissi a Rosh ha-Shanah.

Come già feci presente, la nostra Golah italiana, dopo un cammino glorioso e faticoso, sembra destinata rapidamente a ridimensionarsi, prendendo un assetto per lo più inedito. Molte nostre piccole e medie Comunità nei prossimi decenni, ma in alcuni casi anche ben prima, andranno cioè dissolvendosi.

Che ci piaccia o no, sappiamo tutti che la natalità è tristemente bassa; che il rovinoso dramma dei matrimoni misti, assieme a tutto ciò che ne consegue, ha decimato le nostre Comunità; che l’età media è sempre più alta. Purtroppo non si tratta di cupi spettri, ma di solide realtà. In molte ns. kehilloth, c’è sì un presente ebraico -talora solo “formalmente” ebraico-, ove osservanza, studio della Torah e identità ebraica sono labili, ma è spesso difficile scorgere un futuro concreto, in alcuni casi comunitari anche abbastanza prossimo.

Tutto questo esiste e troppo raramente ci riflettiamo, lo portiamo a parola, lo affrontiamo. Questo assordante silenzio sul reale, la cui sola “lettura” spesso ci rifiutiamo di fare e di assumere proprio noi che abbiamo avuto o abbiamo responsabilità per gli ebrei di Italia e per il futuro dell’ebraismo italiano, ha reso sempre più macroscopico il problema, fugando, oltre all’analisi, molte possibilità di cura o, se non altro, di efficace manovra.

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I molti punti deboli della risposta del Sindaco Nogarin alla Comunità Ebraica di Livorno

Sono diversi i punti deboli della risposta che il Sindaco Nogarin ha dato alla Comunità Ebraica di Livorno, in replica alla lettera critica inviata a firma del Presidente Mosseri. Vediamoli

Gadi Polacco

Gadi Polacco– circa la questione relativa al Consigliere Valiani è troppo semplice, quasi da furbesco apparato burocratico, dire che spetterebbe al Presidente del Consiglio Comunale intervenire. Siamo al famoso “non è di mia competenza” : ma in politica, salvo pagarne lo scotto almeno in termini di credibilità, non ci si può sottrarre dal prendere posizione, specialmente quando si rivesta carica primaria. Ciò vale però anche per il pesante silenzio,al riguardo, delle altre forze politiche (con l’eccezione dei Liberali)e ovviamente del Presidente del Consiglio Comunale;

– non mi pare che,nella lettera della Comunità,si esprimesse “fastidio” per le dichiarazioni del Cons. Valiani “dove accosta l’ebraismo al mondo massonico”. Spero che questa sia una frettolosa lettura da parte del Sindaco e non il tentativo di “arruolare” la Comunità Ebraica nella battaglia antimassonica che sembra,talvolta con contorni maniacali,caratterizzare gran parte del mondo M5S. Comunità Ebraica e Massoneria sono,ovviamente,cose diverse,autonome e distinte ma il rilievo, grave non coglierlo o non volerlo cogliere, riguardava la riproposizione dello stereotipo del complotto “demo-pluto-giudaico-massonico” caro anche al regime (razzista) fascista;

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Livorno: La Comunità Ebraica attacca il sindaco

Dura lettera di Mosseri a Nogarin: frattura con la Comunità ebraica. Il presidente della Comunità ebraica ha scritto al sindaco chiedendo “rispetto” ed “equilibrio” dopo alcune parole dette in consiglio comunale da un consigliere e l’organizzazione della Giornata per la Palestina.

Livorno“Rispetto”, “equidistanza” ed “equilibrio”. A chiederli è la Comunità ebraica di Livorno, in una lettera inviata dal presidente Vittorio Mosseri al sindaco Cinquestelle Filippo Nogarin. Come si legge sul portale dell’ebraismo italiano (Moked), nella lettera si fa riferimento “ad alcuni episodi delle scorse settimane tra cui un delirante intervento del consigliere comunale Marco Valiani, che ha parlato in pubblico di “giudeomassoneria italica” senza ottenere né censure né condanne da parte del primo cittadino”. Accanto a questo “l’organizzazione di una Giornata per la Palestina (in un primo tempo prevista nella sala più prestigiosa del Comune) segnata da prese di posizione apertamente anti-israeliane”. “Non è la prima volta – si legge su Moked – che si registrano forti tensioni tra Nogarin e la Comunità ebraica. I rapporti si erano fatti particolarmente tesi nell’estate del 2014, dopo l’affissione di uno striscione con scritto “Fermare il genocidio a Gaza. Israele vero terrorista” su un palazzo di proprietà comunale”. “Adesso il rischio concreto, senza inversione di tendenza – conclude la nota – è di una clamorosa rottura”.

“Sono molto amareggiato, volevo che la questione restasse tra la Comunità e il sindaco”, ha detto Vittorio Mosseri contattato dal Tirreno: “Se avessi voluto scrivere ai giornali, lo avrei fatto, come accadde un anno e mezzo fa, quando ci fu la storia dello striscione appeso durante Effetto Venezia. Nella lettera faccio riferimento a quello che è accaduto lunedì, durante la Giornata per la Palestina organizzata a Livorno, che ho trovato squilibrata: doveva esserci un chiarimento tra noi e il sindaco. Ma non voglio aggiungere altro: sono molto dispiaciuto per quello che sta accadendo, non ho intenzione di creare alcuna tensione, i momenti sono già molto difficili”. Di seguito la lettera che sta circolando in città.

Pregiatissimo sig. Sindaco

a che gioco giochiamo? I suoi concittadini ebrei meritano maggiore rispetto ed equilibrio nelle iniziative che il Comune da Lei gestito inserisce nella sua agenda e non solo. Solo per una questione temporale innanzitutto vorrei chiederLe ragione di un suo mancato chiarimento sulla posizione espressa dal consigliere comunale Valiani in merito alla questione Fasulo. E’ forse proibito, e da chi, partecipare ad una iniziativa pubblica della massoneria? Nel commentare la partecipazione di Fasulo alla riunione del Grande Oriente di Livorno il consigliere Valiani ha utilizzato slogan nazifascisti del tipo “giudeomassoneria italica”, che richiama il “complotto demoplutogiudaico massonico” tesi tanto cara durante il ventennio fascista. Da parte Sua non una presa di distanza, non un chiarimento. Ha pensato ai suoi concittadini ebrei, ha pensato a quali fantasmi potessero evocare in loro, li ha difesi come sarebbe stato giusto? Dove si nascondono gli antifascisti a cui dovrebbe ribollire il sangue solo a sentire certe cose?

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Chanukkà: quando è giusto battersi per restare ciò che si è

Forti e orgogliosi come alberi di cedro? O sottomessi e cedevoli come giunchi? Gli ebrei nel corso della storia sono stati l’uno e l’altro. Dipende dalla posta in gioco.

Alfonso Arbib*

Alfonso ArbibChanukkà è l’unica ricorrenza ebraica in cui si festeggia una vittoria in guerra, la vittoria dei Maccabei sui Greci, la vittoria dei pochi sui molti. In realtà non è esattamente così, la tradizione ebraica mette l’accento soprattutto su un altro aspetto della festa: l’accensione dei lumi che ricorda il miracolo dell’olio. E anche il giorno in cui si festeggia Chanukkà non è il giorno della vittoria ma quello successivo, il giorno della tranquillità e della pace. Rimane però vero che la lotta dei Maccabei contro la dominazione greca è un elemento caratteristico di questa festa. Questo aspetto caratteristico rappresenta un’eccezione nella storia ebraica, la contrapposizione armata contro i nemici e i persecutori solo raramente si è verificata nella nostra storia. Non sempre il risultato è stato vittorioso. Si pensi per esempio alla rivolta di Bar Kokhbà contro la dominazione romana. In molte altre occasioni gli ebrei hanno convissuto con grande difficoltà con nemici e persecutori aspettando che passasse la tempesta.

La chiave per capire questo atteggiamento è in un Midràsh che sostiene che “migliore è la maledizione di Achià Hashilonì della benedizione di Bil’àm”. Il mago profeta Bil’àm paragonò il popolo ebraico a un cedro. Achià Hashilonì lo paragonò a un giunco. Il cedro è un albero forte, possente, che può resistere a quasi tutti i venti. C’è però un vento particolarmente potente che è in grado di sradicare il cedro. Il giunco è molto debole, si piega a ogni vento ma, una volta che il vento è passato, ritorna su ma non viene mai sradicato. Paradossalmente la debolezza del giunco è la sua forza. Nella loro storia gli ebrei sono stati spesso giunchi che si piegavano a ogni vento senza però essere mai sradicati. A Chanukkà invece si sceglie la via opposta: si combatte e si vince, ma si corre il rischio di essere sradicati.

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“Febbre all’alba”. Le lettere d’amore dopo l’orrore dei lager

Bompiani pubblica il romanzo che Péter Gárdos ha dedicato all’incontro dei suoi genitori, reduci di Bergen-Belsen. «In tempi di revival di antisemitismo e xenofobia, la loro è una storia d’amore e libertà»

Massimiliano Jattoni Dall’Asén

gardosNonostante una diagnosi di malattia polmonare e sei mesi di vita, l’ungherese Miklós Gárdos non si arrende. Ospite di un campo profughi in Svezia, nel 1945, dove è arrivato pelle e ossa reduce dal campo di concentramento di Bergen-Belsen, il giovane giornalista ebreo di Debrecen sceglie di vivere. Con determinazione, e l’ostinato rifiuto a seguire i consigli dei medici che gli chiedono di rinunciare a ogni progetto, compila una lista di 117 giovani donne ungheresi sopravvissute, come lui, alla Shoah e che ora si trovano in diversi campi profughi svedesi. A ciascuna di loro invia una lettera scritta con la sua mano elegante e con un solo obiettivo: trovare l’amore della sua vita e sposarsi. Tra la ventina di ragazze che decidono di rispondere a questo 25enne male in arnese c’è anche lei, Lili, giovanissima ragazza di Budapest salvata quasi per caso dal mucchio di cadaveri dove era stata gettata al momento della liberazione di Bergen-Belsen. A dividere Miklós e Lili ci sono chilometri di distanza e un destino che appare segnato. Ma la fame di vita e amore avranno la meglio.

Febbre all’alba di Péter Gárdos potrebbe sembrare la sceneggiatura di un film (e in effetti l’autore 67enne, che in Ungheria è un noto regista, da questa storia ha tratto anche una pellicola che a giorni uscirà nel suo Paese). In realtà, il romanzo pubblicato ora in Italia per i tipi di Bompiani è la fedele ricostruzione di come si conobbero i genitori di Gárdos, la cui storia lui ha ignorato fino alla morte del padre, avvenuta nel 1998, quando Lili, il cui vero nome è Ágnes e oggi ha 90 anni, si è decisa a consegnare al figlio le lettere che per oltre mezzo secolo ha conservato in segreto, legate con un nastro azzurro e uno scarlatto. Lettere da un passato lontano che ancora brucia, ma soprattutto lettere di un amore capace di trionfare su tutto: sulla condanna a morte di una malattia, sugli orrori indicibili dei campi di sterminio, sui mostruosi burocrati nazisti che progettarono la Endlösung der Judenfrage, la Soluzione finale del popolo ebraico. Scritto in poche settimane con l’urgenza della testimonianza («Ma questa è una storia d’amore, non una storia sull’Olocausto», ci tiene a precisare l’autore), in una lingua felice e divertita, Febbre all’alba è una delicata storia sulla speranza e sull’incredibile forza che ogni uomo, anche nei momenti più bui, sa trovare dentro di sé.

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Ecco perché il papa ha torto sul “terrorismo dei disperati”

No, non è per disperazione e povertà. L’analisi quantitativa applicata al terrorismo

Rosamaria Bitetti

Rosamaria-Bitetti-SAESGli attentati di Parigi hanno dato un po’ a tutti l’occasione di esprimere il proprio giudizio, non sempre ragionato, sul terrorismo, e talvolta la scusa per spiegare questo problema secondo la propria chiave di lettura del mondo: la religione, la globalizzazione, la povertà. Piketty su Le Monde spiega il terrorismo, ad esempio, con il suo cavallo di battaglia, la disuguaglianza. Il Papa a Nairobi dichiara che “la violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione”.

Siccome Econopoly nasce con l’idea di spiegare i problemi con i fatti e un’analisi rigorosa dei dati, è il caso di riprendere in mano un piccolo classico con cui si cerca, forse per la prima volta, di applicare l’analisi quantitativa al problema del terrorismo. Nel 2007 Alan Krueger pubblica What Makes a Terrorist (edito in Italia da Laterza) cercando di smontare la spiegazione secondo la quale il terrorismo dipenda da povertà, mancanza di accesso all’istruzione e “odio per il nostro modo di vivere”, una spiegazione che è tanto diffusa quanto “accettata quasi interamente per fede, e non per prove scientifiche”.

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L’ebreo che tradì gli ebrei nella Trieste sotto i nazisti

L’ebreo che tradì gli ebrei nella Trieste sotto i nazisti

Pietro Spirito

SanNicolo30«È per caso la Risiera il nostro passato che non passa?». Se lo chiedeva, amaramente, il grande storico Elio Apih in una sua riflessione pubblicata sulla rivista Qualestoria nel 1989. E se lo chiede oggi, amaramente, Roberto Curci alla fine del suo libro su “Traditori e traditi nella Trieste nazista”, sottotitolo di “Via San Nicolò 30” (pagg. 170, euro 15,00), in uscita giovedì per Il Mulino. È un saggio-inchiesta su uno dei capitoli più oscuri e drammatici della storia di Trieste, l’intreccio di relazioni e delazioni che portò alla cattura, alla deportazione e alla morte di quasi settecento ebrei triestini (solo in venti tornarono vivi dai lager). In realtà il racconto di Curci è molto altro, perché porta il lettore fin dentro l’anima scura di una città che non ha mai saputo fare pace con se stessa, l’altra faccia di una Trieste che nei momenti di più alto dramma «si assopisce, com’è nel suo Dna novecentesco», una Trieste che «dimentica o finge di dimenticare, rimuove, volge gli occhi altrove».

Per raccontare questo «film dell’orrore», che si concluderà con una «straziante dissolvenza», Curci sceglie due luoghi simbolo della città, due poli, due estremi lungo i quali si consuma il destino di tanta gente: il numero 30 di via San Nicolò – che dà il titolo al saggio – e la Risiera di San Sabba. Lì, in via San Nicolò, inizia l’inchiesta dello scrittore e giornalista, lì dove c’è la libreria di Umberto Saba, lì dove dopo la guerra aprirà la sua sartoria Samuele Grini, padre di quel Mauro Grini ebreo traditore di ebrei, il più spietato collaborazionista al servizio delle SS. Mauro Grini, ancora, fratello di quel Carlo Grini che sposerà Lidia Frankel, ex internata alla Risiera nonché terza sorella di Margherita e Malvina, le due giovani commesse della libreria di Saba entrambe morte suicide nel 1922 a poche settimane l’una dall’altra.  Continua a leggere »