Antisemitismo | Kolòt-Voci

Categoria: Antisemitismo

Sanders, il kibbutz, l’educazione ebraica e la questione palestinese

Scovato, grazie a un’intervista uscita 25 anni fa su Haaretz, il nome del kibbutz in cui il candidato democratico alle presidenziali Usa passò diversi mesi agli inizi degli Anni 60

Bernie SandersÈ stato scovato, grazie a un articolo uscito 25 anni fa su Haaretz, il nome del kibbutz in cui il candidato democratico alle presidenziali Usa Bernie Sanders, passò diversi mesi agli inizi degli Anni 60.  Ai tempi dell’articolo, nel 1990, Sanders stava per essere eletto tra le fila dei socialisti alla Camera. E al giornalista di «Haaretz» disse che era Shaar HaEmekim il kibbutz nel quale aveva lavorato come volontario. Sinora, nonostante le ricerche, nessun giornale, neanche quelli israeliani ed ebrei, era riuscito a rintracciarne il nome.

Nell’intervista Sanders racconta che andò in Israele nel 1963 come ospite del movimento sionista di sinistra Hashomer Hatzair e poi rimase nel suo kibbutz a Nordest di Haifa. Shaar HaEmekim era stato fondato nel 1935 da immigrati romeni e iugoslavi specializzati in tecniche agricole. Il kibbutz ha ancora oggi terreni agricoli, un mulino e un caseificio, ma il suo reddito principale viene prevalentemente dalla fabbricazione di pannelli solari.

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Non credere ma capire. La missione degli ebrei

Un estratto dal nuovo libro del filosofo francese Bernard-Henri Lévy «L’Esprit du Judaïsme» in uscita giovedì 4 febbraio per l’editore Grasset

Bernard-Henri-Levy-Bernar-006Uno dei miei figli, cui faccio leggere qualche pagina di questo libro e che si meraviglia del mio modo di evocare, evitare, senza però invocarlo mai veramente, il nome del divino, mi pone la domanda che forse si porranno altri lettori: credi in Dio? A una domanda così diretta, rispondo altrettanto direttamente che non è lì il problema e che, in ogni caso, non si pone in quei termini.

Infatti, se tutto quello che ho scritto finora è, se non vero, almeno sensato, se il genio di Rashi, di Maimonide o di Giona somiglia a ciò che asserisco, se il Talmud è proprio quel getto di scintille che continuano a sfavillare fra coloro che hanno mantenuto il gusto di accostarsi alla parola di Mosè accantonata e riattivata a colpi di enigmi, di paradossi, di parole limpide o ingannevoli, di sensi costruiti o decostruiti, di enunciati ben articolati o bruscamente aberranti, allora tutto questo significa che gli Ebrei sono venuti al mondo meno per credere che per studiare; non per adorare, ma per comprendere; e significa che il più alto compito al quale li convocano i libri santi non è di ardere d’amore, né di estasiarsi davanti all’infinito, ma di sapere e di insegnare.

Ricordo i testi di Levinas che accompagnarono i miei primi passi e che insistevano sulla grande ostilità del pensiero ebraico al mistero, al sacro, alla mistica della presenza, alla religiosità. Ricordo i suoi ammonimenti, ripresi da Blanchot, contro il grande errore che sarebbe dare ai nostri doveri verso Dio la precedenza sugli obblighi verso gli altri, al punto di vista sull’etica, all’indiscrezione nei confronti del divino la precedenza sulla sollecitudine verso il prossimo. (…)

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La fuga dei nazisti e la complicità della Chiesa

Capito perché non aprono ancora gli archivi?

Simona Maggiorelli

SegretiQuartoReichIl responsabile dei più atroci esperimenti nazisti, Menghele, fu protetto da una rete di rapporti internazionali, in Argentina e Paraguay.  Ma si calcola anche che attraverso la ratline «la più grande via di contrabbando per i criminali di guerra nazisti» siano arrivati in Argentina circa 60mila colpevoli di crimini nazisti. Intanto Priebke ha vissuto fino alla morte in Italia fiero del proprio nazismo. Capò e «nazisti della porta accanto», ovvero gregari e complici della Shoah, dopo la fine della guerra, hanno fatto carriera negli Usa e in altri Paesi. Gerarchi ed ex ufficiali delle SS, colpevoli di atroci crimini contro l’umanità, celati sotto nuove identità, hanno giocato un ruolo di primo piano nella rete internazionale dello spionaggio e dell’estremismo nero nell’ultimo mezzo secolo. Complice  la Chiesa. Perché «molti esponenti della gerarchia cattolica, quando non il Vaticano stesso- scrive Guido Caldiron ne I segreti del Quarto Reich –avevano sostenuto più o meno apertamente durante il conflitto regimi e movimenti fascisti, che facevano riferimento al cattolicesimo una delle proprie principali armi propagandistiche, in particolare nei Paesi dell’Europa dell’Est alleati con Hitler e Mussolini».

Ricostruisce tutte queste trame, denunciando le responsabilità anche di alleati e del Vaticano, il giornalista Caldiron in questo nuovo libro appena uscito- come il suo precedente che indagava le destre estreme- per l’editore Newton Compton. Da queste cinquecento pagine di ricostruzioni minuziose e documentate sulla fuga dei criminali nazisti e la rete che li ha protetti emergono vicende che mettono alla sbarra non solo Pio XII, di cui si conoscevano le pesantissime responsabilità, ma  anche una diffusa rete di prelati collaborazionisti.

Nel libro Caldiron riporta, fra molti documenti e testimonianze, anche quella di Simon Wiesenthal: «In molti casi la Chiesa si spinse ben oltre il tollerare la costruzione di comitati di aiuto e prese l’aspetto di un autentico favoreggiamento dei criminali» scrisse il noto cacciatore di nazisti. Sottolineando che «principale via di fuga per i nazisti si rivelò essere il cosiddetto itinerario dei conventi, tra l’Austria e l’Italia. Sacerdoti della Chiesa cattolica romana, soprattutto frati francescani dettero il loro aiuto all’Odessa nello spostare clandestinamente i fuggiaschi da un convento all’altro, sinché essi non venivano accolti a Roma, in luoghi come il convento di via Sicilia che apparteneva all’ordine francescano e che divenne un regolare centro di transito di criminali nazisti». Il fenomeno, riporta Caldiron, «si sviluppò progressivamente a partire dal 1946 e raggiunse l’apice tra il ’48 e il ’49, per assottigliarsi a partire dal 1951».  Ma interessante – fra molto altro perché questo libro è zeppo di notizie cadute in un comodo oblio per molti – sono anche i capitoli dedicati all’amnesia italiana rispetto al passato fascista, complici le mancate epurazioni in seguito all’amnistia togliattiana.

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“Si è sconfitto il nazismo per tacitamente accordarsi con chi vuole distruggere in vario modo Israele?”

“La lotta all’antisemitismo come strategia della civiltà”

Giuseppe Laras

Alain+Elkann+Book+Launch+MmwukGP8ouXlCaro direttore, l’importanza del ricordo come antidoto all’antisemitismo è ribadita in ogni commemorazione del Giorno della Memoria. Molto viene fatto. Con mezzi scientifici, tecnici e didattici si cerca di mostrare ciò che di infame ed efferato fu perpetrato dal nazifascismo in Europa — e non solo — dagli anni 30 del ‘900. Si è parlato. Si sono mostrate immagini agghiaccianti dei campi di sterminio, in cui strame fu fatto dei corpi di milioni di esseri umani. Si è ricorso ai superstiti vittime di tali brutture (ai quali va commossa gratitudine per lo sforzo, specie psichico, a cui si sottopongono) per rendere testimonianza dell’annientamento dell’essere umano e dello sterminio del Popolo Ebraico.

Le scuole accompagnano scolaresche ad Auschwitz perché «vedano» e «tocchino con mano» quello che, lungi dall’essere favola triste, è verità storica profanante e contraddicente i valori etici e spirituali dell’umanità e, specialmente, delle culture da secoli promananti dalla scaturigine biblica. Presso il grande pubblico si è purtroppo ridotto l’ebraismo alla Shoah. L’ebraismo è ben altro: Bibbia, Talmùd, persone, volti, lingue, Israele, Oriente e Occidente insieme. In Italia, poi, si tratta di un cammino di popolo e di cultura — in primis religiosa, ma non solo — , in dinamica osmosi con la cultura italiana non ebraica, perdurato 22 secoli, nonostante sofferenze ed emarginazioni.

Gli ebrei italiani hanno, almeno in parte, la responsabilità di non aver loro stessi sufficiente cognizione e coscienza di ciò. E di non averlo spesso convenientemente saputo trasmettere ad altri, compresi persino gli ebrei non italiani. Sembrerebbe che la memoria della Shoah non sia servita a granché: l’antisemitismo, mutante anche in antisionismo, con il suo corredo di discredito, violenza e morte, è vivo e vegeto, più aggressivo che mai in Europa e in terra di Islam. I giornali riportano bollettini di opinioni e fatti antisemiti. Non accadeva nulla di simile, con tale intensità e frequenza, dalla caduta del nazismo, inclusa l’ignavia di troppa cultura e politica occidentale. Si è sconfitto il nazismo perché gli ebrei debbano abbandonare nuovamente l’Europa o per vedere accostati da alcuni, con falsità assordante e perversa immoralità, nazifascismo e sionismo? Si è sconfitto il nazismo per tacitamente accordarsi con chi vuole distruggere in vario modo Israele e inficiare così ogni costruttiva, ancorché talvolta severa, critica che tale Stato, come qualsiasi realtà statuale, necessita? Conservare e trasmettere la memoria serve allora poco o niente? Se così fosse, sarebbe disperante. Potrebbe invece essere che questa memoria, che ci sforziamo di conservare e di attualizzare, in realtà non sappiamo trasmetterla come occorrerebbe, nonostante la grande dedizione di molti.

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Italiani bravi delatori

L’altra faccia degli “italiani brava gente”: quasi la metà degli ebrei rastrellati nel nostro Paese dovettero la loro sorte alla delazione, al tradimento, agli inganni di vicini di casa, colleghi e conoscenti

Amedeo Osti Guerrazzi

Negozio ArianoL’occasione del 27 gennaio, il Giorno della Memoria, viene molto spesso utilizzata per ricordare non solo la tragedia degli ebrei d’Europa, ma anche e soprattutto per riaffermare uno dei tanti luoghi comuni così diffusi nell’opinione pubblica italiana, e cioè che dietro ogni ebreo strappato alla deportazione e alla morte vi era una rete di italiani non ebrei che misero in pericolo la propria vita per porre al riparo le vittime. Puntualmente, ogni 27 gennaio le televisioni ritrasmettono film e fiction che esaltano gli eroi italiani, personaggi che sfidando ogni sorta di pericolo hanno salvato decine, a volte centinaia di ebrei. Ogni 27 gennaio viene quindi riaffermato e ribadito il mito degli «italiani brava gente», una delle leggende più radicate nella memoria collettiva del nostro Paese. Eppure una analisi più approfondita dei fatti dimostra una storia molto più complessa e molto meno consolatoria di quella raccontata nei film.

Il primo periodo della persecuzione, dal settembre 1943 al dicembre successivo, fu caratterizzato dal tentativo di deportare gli ebrei tramite un commando speciale, composto da reparti della polizia tedesca agli ordini di uno «specialista», l’ufficiale delle SS Theodor Dannecker, il quale agì nell’Italia centro-settentrionale, razziando e deportando circa di 2000 ebrei. Nonostante l’impegno di Dannecker, queste azioni non si dimostrarono sufficientemente efficaci agli occhi dei nazisti. Nel frattempo però la Gestapo stava organizzando una serie di comandi locali, i cosiddetti Aussenkommandos, che avevano lo scopo di controllare l’ordine pubblico nelle grandi città e di reprimere ogni tentativo di resistere all’occupazione. Per quanto efficienti, i comandi della polizia tedesca avevano troppo poco personale e furono quindi costretti ad appoggiarsi agli italiani. Tra il 13 e il 30 novembre la Rsi, inoltre, proclamò tutti gli ebrei «stranieri» e «nemici», e ne ordinò l’immediata incarcerazione in campi di concentramento costruiti ad hoc.  Continua a leggere »

Cambia il vento per gli ebrei in Europa. Come opporsi

L’antisemitismo montante e i rischi di un mutamento d’attitudine anche nella Spagna che soltanto un anno fa omaggiava i sefarditi cacciati e che oggi invece manda al governo Podemos ed esponenti politici più filo Hamas che filo Israele.

Stefano Basilico

Antisemitismo EuropaDeve essersi sentito fino a Gerusalemme lo stridore provocato dall’attrito tra l’attuazione della nuova legge sulla nazionalità spagnola agli ebrei sefarditi e il probabile insediamento del possibile nuovo governo che dovrebbe farla rispettare. Era esattamente un anno fa, nel gennaio 2015, quando la Camera dei Deputati di Madrid ha votato a favore di questa decisione storica, “che ripara  un’ingiustizia di 500 anni”. In base alla normativa, in breve, si hanno a disposizione tre anni dalla sua emanazione per fare richiesta di nazionalità alle ambasciate del Regno. Non ci sarà obbligo di residenza, né di rinuncia della propria nazionalità “d’origine”. Unica richiesta, un esame di lingua e cultura per chi non proviene da paesi latini. La decisione, seppure simbolica, mette una toppa su una diaspora  che dura dal 1942, quando Ferdinando ed Isabella di Aragona completarono la Reconquista scacciando l’ultimo Sultano di Granada, Boabdil. In seguito alla cacciata dei Mori, sotto il cui dominio agli ebrei era garantita una relativa libertà di culto, furono costretti a convertirsi o partire in 300.000, scacciati da Torquemada e dall’inquisitore Alfonso Suarez de la Fuente del Sauce. L’editto venne cancellato nel 1858, ma si trattava più di una formalità che di un programma coerente ed inclusivo di scuse.

E’ stato Avner Azulay, 80 anni, ex agente del Mossad, il primo cittadino sefardita a giurare alleanza a Re Felipe VI, in una cerimonia a Tel Aviv. La legge è “il simbolo di una nuova Spagna” secondo Azulay, inviato dall’allora direttore dell’agenzia Yitzhak Hofi nella penisola Iberica dopo la morte di Franco nel 1975. Sono 4.300 gli ebrei di origine spagnola ad avere ottenuto la doppia nazionalità, oltre 100.000 i richiedenti, le cui richieste verranno esaminate scrutinando cognomi, tombe di famiglia e alberi genealogici. Le richieste arrivano da paesi di consolidata emigrazione ebraica, come Israele e Stati Uniti e ovviamente da quei paesi sudamericani in cui si parla spagnolo e che sono stati rifugio sicuro per molti durante la seconda guerra mondiale, come Cile, Messico, Venezuela e Argentina.

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Wonder Ruth

L’intervista al Presidente della Comunità ebraica di Roma, vera protagonista della visita del papa in Sinagoga

Alain Elkann

Ruth DureghelloRuth Dureghello, lei è presidente della comunità ebraica di Roma: domenica scorsa, davanti a Papa Francesco, al rabbino capo Disegni e alla comunità ebraica di Roma riunita nel tempio maggiore per accogliere il Pontefice, lei ha detto: «Con questa visita ebrei e cattolici lanciano oggi un messaggio nuovo rispetto alle tragedie che hanno riempito recentemente le cronache. La fede non genera odio, non sparge sangue, richiama al dialogo».

«Sì, questo è uno dei passi fondamentali del mio discorso. Il messaggio delle religioni deve essere consapevole che il nome di Dio non si può invocare per uccidere o per sopraffare, come troppo spesso accade oggi, ma deve ispirare un percorso di conoscenza, di dialogo e di rispetto comune».

Lei si è presentata con molta eleganza e con un cappello ed è la prima donna nella storia ad essere presidente della comunità ebraica di Roma e a salire sulla «tevà», l’altare, per parlare alla comunità: come si è sentita in quella circostanza?

«Ero molto emozionata ma anche fiera di rappresentare la mia comunità. Quando si deve rappresentare una comunità come la nostra, bisogna fare al meglio e nel mio abbigliamento volevo mostrare un momento di orgoglio: era importante che venissero ribaditi certi tratti che caratterizzano la bimillenaria comunità di Roma».

Quanti ebrei fanno parte della comunità a Roma?  Continua a leggere »