Antisemitismo | Kolòt-Voci

Categoria: Antisemitismo

Parte Limmud Italia 2016

Un video promozionale e un appello per coloro che abbiano voglia di condividere storie e saperi

Firenze, 9 marzo 2016

 

LimmudMarchioIl 30 marzo si chiuderà la prima trance di iscrizioni, per avere la possibilità di iscrizione agevolata all’evento educativo più innovativo nel panorama ebraico mondiale, il Limmud Italia Day, che si terrà per la terza edizione a Firenze il 2 e 3 giugno 2016.

Il programma sta iniziando a prender forma ma fino a 3 settimane prima dell’evento non sarà definito perché cambia di giorno in giorno e a seconda dei partecipanti. La formula collaudata in oltre 40 paesi del mondo, prevede infatti che ciascun partecipante possa tenere una lezione, promuovere un dibattito, proporre un workshop di musica, danza o teatro. Così il programma si delinea con una serie di sessioni concomitanti e ogni partecipante può scegliere cosa preferisce.

Sono già in programma una lezione che lega la Torà e la letteratura americana contemporanea, una sessione dedicata a Esther prima scriba ebrea. Ci sarà un approfondimento di uno noto giornalista sulle possibili risposte alla propaganda palestinese. Approfondimenti più tradizionali saranno dedicati alla storiografia ebraica e ad un approccio biblico-filosofiche (filosofico) sul Mabbul (Diluvio). Anche quest’anno non mancherà la proiezione di un film poco presente nei circuiti tradizionali che è Pecore in erba, un finto documentario sull’antisemitismo di Alberto Caviglia. Ci sarà spazio anche per l’attualità con alcuni interventi dedicati alla politica israeliana e ai movimenti pacifisti in Israele.

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A Roma rinascono gli ebrei di Tripoli

In tremila scapparono dalla Libia in fiamme. In fuga dai pogrom del dopoguerra, si stabilirono nel Quartiere Africano. Oggi sono una comunità unita, che ricorda l’esodo e la propria seconda vita.

Ariela Piattelli

Shalom Tesciuba

Shalom Tesciuba

A Roma è rinata la Tripoli ebraica. Una cultura sommersa ha ricominciato a vivere nella zona che oggi ospita gli ebrei fuggiti dalla Libia. Si trova al nord del centro, il Quartiere Africano, che comprende vie intitolate alle ex-colonie italiane, come viale Somalia, viale Etiopia, viale Eritrea e, ironia della sorte, viale Libia: una zona tranquilla, residenziale, abitata prevalentemente da famiglie italiane, con strutture, parchi e servizi.

Nell’estate del ’67 piazza Bologna, incastonata nel Quartiere Africano, era affollatissima, una rete di comunicazione per ritrovarsi e connettersi. Trovare un familiare, un contatto, un indirizzo. Intanto a Fiumicino atterravano i voli partiti da Tripoli, carichi di profughi ebrei libici, fuggiti, scampati alla morte e alle rivolte arabe che chiedevano la loro testa. In Libia dopo i sanguinosi pogrom e un periodo di relativa calma, lo scoppio della Guerra dei Sei Giorni diventò il pretesto per una nuova caccia all’ebreo. A Roma sbarcarono in seimila, un gruppo proseguirà il viaggio per Israele, gli altri, circa tremila, resteranno nella Città Eterna. E piazza Bologna diventerà per molti anni terra di confronto, in cui come in una terapia psicanalitica a cielo aperto, ognuno affrontava il trauma della fuga, mentre i figli si rimboccavano le maniche e diventavano nuovi italiani.
Oggi questa zona è epicentro, insieme al Vecchio Ghetto, di vita ebraica. Quattro sinagoghe di rito tripolino, ristoranti caratteristici, negozi, macellerie kasher, vivono in armonia con la città. La prima sinagoga di rito tripolino fu organizzata all’indomani dell’arrivo in via Garfagnana, e visto che gli ebrei libici sono religiosi, si è sentita l’esigenza di aprirne altre. Un vecchio cinema rimesso a nuovo diventò la sinagoga Beth El, che adesso ospita fino a settecento fedeli a funzione. II leader è Shalom Tesciuba, nato a Tripoli nel ’34. Tesciuba, insieme ad altri “padri”, ha guidato gli ebrei tripolini di Roma fino ad oggi. «In questa zona viveva già qualche nostra famiglia – spiega Tesciuba-, così è stato naturale stabilirci qui». Alcuni passarono per campi profughi e altri alloggi, prima di arrivare nel Quartiere Africano: una residenza temporanea fu una piccola pensione a Trastevere, la Locanda Carmel gestita da Miriam Zard, una signora ebrea tripolina, che fece la crocerossina durante il pogrom del ’46. Miriam era l’unica ad assicurare ai profughi un servizio kasher.

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Ebrei in Iran costretti a votare in sinagoga e di shabbàt

Ovvero: come l’Ansa si beve la propaganda iraniana senza capire quello che scrivono

Elisa Pinna e Mojgan Ahmadvand

iran_jewish_1Nella sala della preghiera della sinagoga di Yusifad a Teheran, davanti al grande candelabro azzurro a sette braccia dipinto sulla parete di fondo, è stato allestito un seggio elettorale. Gli scrutatori sono musulmani, ma i votanti sono solo ed esclusivamente ebrei. La comunità ebraica iraniana, la più numerosa di tutto il Medio Oriente (ovviamente dopo Israele) con circa 20mila persone, ha diritto ad un proprio rappresentante nel nuovo Parlamento iraniano, o Majlis, così come gli armeni, i cattolici siriaci e gli zoroastriani, tutte minoranze ‘protette’ dalla costituzione islamica. A Teheran oggi si è votato anche nelle chiese e nei templi del fuoco.

Nella Sinagoga, il dovere elettorale è preso molto sul serio. Dati i numeri relativamente piccoli, stupisce il continuo via–vai di votanti, molti uomini con la kippah, donne velate, famiglie con bambini. All’ora di pranzo qualcuno porta grandi ceste di frutta e le appoggia sugli stessi tavoli dove si compilano le schede, prima di metterle nell’urna e di sigillare il voto timbrando l’indice della mano destra nell’inchiostro. I candidati in corsa sono due, Homayoun Samiha e Siamak Morsedes. “Noi ci sentiamo iraniani a tutti gli effetti. Stiamo bene qui. Non abbiamo problemi”, spiega all’ANSA Elyas Abbian, proprietario di una gioielleria nel grande bazar di Teheran.

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Il carteggio del rabbino capo che diventò prete

Da una parte Israel Zoller (poi Italo Zolli, quindi Eugenio Zolli), nato nel 1881 a Brody, cittadino austroungarico, poi italiano, apolide e – conclusa la seconda guerra mondiale – ancora italiano; erudito rabbino di Trieste e poi di Roma approdato nel 1945 al cattolicesimo senza rinnegare il suo credo, essendo ebraismo e cristianesimo ai suoi occhi «sì profondamente diversi, ma non diametralmente opposti».

Marco Roncalli

Eugenio ZolliDall’altra parte Raffaele Pettazzoni, bolognese di Persiceto, classe 1883, padre della storia delle religioni («quelle inferiori e superiori, le morte e le viventi, le primitive e le attuali…»), disciplina da lui introdotta nel mondo accademico italiano applicando il cosiddetto metodo storico comparativo; nonché fondatore nel 1925 della rivista scientifica Smsr. Studi e materiali di storia delle religioni, dopo esser salito in cattedra all’Università di Roma un paio d’anni prima. Insomma due protagonisti un po’ dimenticati e, disseminate tra 1925 e 1941, una sessantina di lettere inviate dal primo al secondo (più poche altre nel decennio successivo), oltre a tre di Pettazzoni a Zolli. Missive che affrontano temi complessi: l’origine dell’alfabeto protosinaitico, l’istituto della confessione dei peccati in Israele, lo sviluppo storico di Kippur e il suo nesso con Pesach, la funzione del capro in rituali sacerdotali particolari, la questione litolatria, le pitture catacombali, il banchetto pasquale ebraico e cristiano, le origini dell’eucaristia, l’onniscienza divina… Missive a senso unico che rievocano vicende e traversie accademiche, narrano successi e delusioni, alludono a dettagli solo apparentemente marginali, registrano punti di convergenza e riserve, affrontano nodi metodologici e di contenuto. Insomma una corrispondenza che aiuta a capire il contesto generale in cui si afferma la storia delle religioni, si compie la parabola del modernismo, si affacciano la psicologia e la psicoanalisi.

E in realtà è pure quanto basta a ricostruire i contatti degli ambienti rabbinici italiani con la cattedra di Storia delle religioni istituita sotto il ministero di Giovanni Gentile e ad aprire ampi squarci sul lavoro di Zolli e di Pettazzoni, sulla loro collaborazione scientifica. Non senza attriti. «La tesi di Zolli di un passaggio dall’ebraismo al cristianesimo per evoluzione – di uno sviluppo storico dall’istituto del Kippur, alla figura espiatrice di Cristo – incontrò delle riserve, espresse da Pettazzoni anche in merito alle origini ebraiche dell’eucarestia», scrive ad esempio Valerio Salvatore Severino introducendo la monografia di Alberto Latorre Il carteggio Zolli–Pettazzoni (Morcelliana, pp. 394, euro 35) . Severino si premura di ricordare che la presenza di ricerche zolliane sulla rivista Religio, allora diretta da Ernesto Buonaiuti (il sacerdote modernista che morirà «scomunicato vitando») in contrasto con gli ambienti gentiliani storicisti, indica la presa di distanza di Pettazzoni davanti al convergere di due modernismi, quello ebraico e quello cristiano, di lì a poco colpiti nei loro esponenti. Continua a leggere »

Una vita qualunque – Yigal Leykin

Yigal Leykin, medico anestesista ormai italiano che lavora a Pordenone, pubblica per Giuntina un libro che è un grande romanzo storico, capace di ricostruire attraverso le vicende della sua famiglia un pezzo non troppo noto nei particolari della vicenda che distrusse quasi completamente le comunità ebraiche che vivevano da secoli tra Polonia e Ucraina.

Elisabetta Bolondi

Una vita qualunqueNato a Leopoli, allora una delle repubbliche dell’Unione Sovietica, successivamente si spostò con la famiglia in Polonia e poi definitivamente in Israele, dove ha vissuto fino a oltre novanta anni suo padre, il vero narratore della incredibile vicenda.

Il pretesto narrativo che ha trovato il dottor Leykin per Una vita qualunque infatti è proprio quello di aver messo nelle mani di suo padre, la cui foto è riprodotta in copertina, in uniforme da militare russo, la possibilità di scriverne. Il vecchio signore, da poco vedovo della amata moglie Bussia, ospite di una casa di riposo a Tel Aviv, due settimane prima del suo novantesimo compleanno riceve una strana telefonata: un antico conoscente spuntato dal passato vorrebbe parlargli di sua sorella Telinka, una ragazza diciassettenne sparita insieme a tutta la sua famiglia della cittadina di Kovel, dove i nazisti avevano compiuto stragi inimmaginabili, ma del cui ricordo il fratello maggiore Mitia non era mai riuscito a liberarsi, convinto che l’amatissima sorella fosse riuscita a sfuggire alle mani dei carnefici, secondo un racconto mai verificato.
Nel prepararsi al difficile incontro con il suo drammatico passato, Mitia Leykin decide finalmente di raccontare la sua storia, sepolta per decenni nel fondo della sua memoria e di lasciarla in eredità a suo figlio, che presto giungerà dall’Italia per festeggiarlo.

Il libro passa dal presente, seguendo il testimone nella sua difficile opera di ricostruzione, affidata ad un quaderno a righe dove con una biro ogni giorno del marzo 2009 comincia a scrivere di sé fin dai suoi primi ricordi, al lontano passato. Viveva in una grande casa con i suoi genitori, Noe e Tania, e la sorellina Telinka, ricevendo spesso la visita del nonno materno, Naum, e della vasta parentela, una ricca famiglia di produttori di tessuti, molto rispettati nella comunità ebraica polacca dove la cultura era di casa, dove si studiava, si lavorava, e la vita scorreva felice per i ragazzi. Mitia era il preferito del nonno, un ebreo praticante severo ma convinto dell’importanza dei libri profani per la costruzione della personalità:

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“Io sono Shylock”, dice Jacobson, scrittore ebreo che non censura il Bardo

Le accuse di antisemitismo a Shakespeare e la statua di Rhodes

Antonio Gurrado

Howard JacobsonVolete Shylock, vero?”. Quando la Hogarth Press lo aveva scritturato per un progetto editoriale di riscrittura di classici shakespeariani da parte di affermati romanzieri, Howard Jacobson aveva scelto “Amleto”, ma la tragedia del principe era finita in mani altrui; e “Macbeth” a Jo Nesbo, “Otello” a Tracy Chevalier, “La tempesta” a Margaret Atwood, “Il racconto d’inverno” a Jeanette Winterson. Da lui, il più affermato romanziere ebreo britannico, volevano proprio “Il mercante di Venezia”. Adesso che il libro sta per uscire in Inghilterra, la conclamata intelligenza di Jacobson fa sì che il titolo “Shylock is my name” non implichi un’appropriazione indebita alla #jesuishylock, né un’identificazione confusa e piatta né una rivendicazione di ebraicità da parte di un ebreo chiamato a riscrivere un classico dell’antisemitismo che, francamente, ai tempi della scuola non sopportava affatto. Al Telegraph ha dichiarato che quando era uno dei venti alunni ebrei di un liceo non confessionale non detestava “Il mercante” per le contumelie antiebraiche ma perché glielo propinavano come issue drama, uno spettacolo a tema su cui imbastire ricerche sull’antisemitismo.

Scrivendo “Shylock is my name” Jacobson ha soprattutto voluto evitare di farne un romanzo a tema, persuaso che “una lettura grossolana di qualsiasi opera letteraria sia prerogativa degli ignoranti”. Sa che secondo alcuni Shakespeare meglio avrebbe fatto a non scrivere “Il mercante”, visto che poi sarebbe diventato un caposaldo della propaganda antisemita e addirittura nazista; su Radio Times però ha ribadito che “l’unica ragione di auspicare che un testo non sia mai stato scritto è che è stato scritto male. Non possiamo criticare un’opera perché la riteniamo offensiva, in quanto l’offesa è soggettiva e ogni lettore differisce quanto a suscettibilità.

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Modiano e la misteriosa autrice ebrea

Confidenze da una voce ignota. Il testo qui pubblicato è una sintesi della prefazione scritta da Patrick Modiano per il volume di Françoise Frenkel Niente su cui posare il capo, che esce in libreria giovedì 11 febbraio per le edizioni Guanda (traduzione di Sergio Levi, Simona Lari, Claudine Turla, pag. 299, €18)

Patrick Modiano

frenkelLa copia di Niente su cui posare il capo che, a quanto mi è stato riferito, è riemersa di recente a Nizza da un mercatino di beneficenza della Comunità di Emmaus mi ha provocato una strana impressione. Forse perché fu stampata in Svizzera nel settembre 1945 da Jeheber, la stessa casa editrice ginevrina, oggi non più attiva, che nel 1942 aveva pubblicato L’aventure vient de la mer, traduzione francese del romanzo Donna a bordo di Daphne du Maurier. Apparso a Londra un anno prima, era uno dei tanti romanzi inglesi o americani messi al bando dalla censura nazista, che nella Parigi dell’occupazione venivano venduti sottobanco o perfino al mercato nero.

Non si sa cosa ne sia stato di Françoise Frenkel dopo la pubblicazione di Niente su cui posare il capo. Nelle ultime pagine del libro l’autrice ci racconta come dall’Alta Savoia abbia attraversato illegalmente il confine svizzero nel 1943. Stando alla nota che appare in basso nella quarta di copertina, avrebbe scritto Niente su cui posare il capo in Svizzera, «in riva al lago dei Quattro Cantoni, fra il 1943 e il 1944».

Che fine ha fatto Françoise Frenkel dopo la guerra? Finora, le poche informazioni che sono riuscito a raccogliere su di lei sono le seguenti: l’autrice rievoca nel suo racconto la libreria francese che ha fondato a Berlino all’inizio degli anni Venti — l’unica libreria francese presente in città — e che avrebbe gestito fino al 1939. Nel luglio di quell’anno, lascia Berlino in fretta e furia per Parigi. Ma da uno studio di Corine Defrance si apprende che la Frenkel gestiva la libreria insieme al marito, un certo Simon Raichenstein, di cui però nel libro non si dice nulla. Questo marito fantasma avrebbe lasciato Berlino alla fine del 1933 per andare in Francia con un passaporto Nansen. Le autorità francesi gli avrebbero negato una carta d’identità e inviato un avviso di espulsione. Ma lui rimase a Parigi. E partì per Auschwitz da Drancy nel convoglio del 24 luglio 1942. (…)

E’ davvero necessario saperne di più? Non credo. A rendere speciale Niente su cui posare il capo è l’impossibilità di identificare la sua autrice in modo preciso. Questa testimonianza della vita di una donna braccata nel Sud della Francia e in Alta Savoia durante il periodo dell’occupazione è ancora più sorprendente in quanto sembra la testimonianza di un’anonima, come lo è stato Una donna a Berlino, anch’esso pubblicato in Svizzera, negli anni Cinquanta.

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