Nelle mitzvòt, l’Uomo conta più di Dio | Kolòt-Voci

Nelle mitzvòt, l’Uomo conta più di Dio

Parashà di Emòr

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – Milano

Nella Parashà di Emor, questa settimana, leggiamo quella che è chiamata la Parashat HaMoadot, la sezione sulle festività. La Torà esamina in dettaglio tutte le festività ebraiche da Pesach a Sukkot. Una descrizione così lunga la si può trovare solo nella Parashà di questa settimana e nel libro di Bamidbar in Parashat Pinchas, che elenca le offerte di Musaf. Dopo che la Torà ci descrive le feste di Pesach e di Shavuot, leggiamo il seguente versetto: E quando mieterai la messe della tua terra, non libererai totalmente gli angoli del tuo campo, né raccoglierai la spigolatura della tua messe. Li lascerai ai poveri e allo straniero, Io sono Hashem il tuo D-o. La Torà ci comanda di non mietere l’intero campo, ma di lasciare un angolo dei raccolti, e di non raccogliere le spighe che cadono durante la mietitura, perché sono destinate ai poveri e agli stranieri. Perché la Torà elenca queste mitzvot nel mezzo della descrizione delle festività? Questi comandamenti li abbiamo già trovati nella Parashà della scorsa settimana.

Il Midrash Torat Kohanim pone questa stessa domanda, e Rashi lo inserisce nel suo commento: Perché la Torà inserisce queste mitzvot tra le feste di pellegrinaggio? Per insegnarti che chiunque pratichi il Leket [spigolatura], Shikhehà [dimenticamento], Peah [angolo] e Maasèr Ani [decima dei poveri] è considerato come colui che nei tempi in cui esisteva il Santuario vi avesse portato in sacrificio le sue offerte, mentre chi non le pratica è considerato come colui che nei tempi in cui il Santuario esisteva non avesse portato in sacrificio le sue offerte. Queste mitzvot compaiono dopo l’elenco delle offerte per la festa di Shavuot e ciò porta il Midrash a dire che sono equivalenti ai sacrifici. Perché il Midrash paragona le mitzvot dei doni ai poveri al fare offerte nel Santuario?

Il Nahmanide non cita il Midrash, ma risponde alla domanda sollevata sul motivo per cui la Torà integra queste mitzvot nella Parashat HaMoadot: Poiché la Torà parla dell’Omer e della doppia porzione di pane portata al Santuario come sacrificio prelevato dal raccolto del nuovo anno, il contadino potrebbe erroneamente pensare che le Mitzvot del raccolto associate ai sacrifici da portare al Santuario lo esentano dalle mitzvot di fare doni al povero, pertanto la Torà sottolinea l’assenza di tale esenzione. Si giunge quindi a una conclusione simile a quella insegnata dal Midrash: I doni ai poveri non sono meno importanti dei sacrifici offerti al Santuario.

Rav Meir Simcha Hacohen di Dvinsk, nel suo commento alla Torà intitolato Meshekh Chokhma lega queste mitzvot alla festa di Shavuot, la festa del Matan Torà – il ricevimento della Torà. Alcuni credono che la Torà riguarda essenzialmente i Chukim – comandamenti che regolano il rapporto tra l’uomo e il suo Creatore, che ci sono stati comandati di osservare sul monte Sinai, mentre i comandamenti che sono Mishpatim, o comandamenti “razionali”, non richiedono alcuna rivelazione divina, ma possono essere ricavati intuitivamente. E qui, la Torà sottolinea che le Mitzvot che regolano il rapporto tra l’uomo e il suo prossimo non sono meno importanti di quelle che regolano il rapporto tra l’uomo e D-o. Se manca la fede in D-o, l’uomo potrebbe diventare corrotto, fare torto agli altri e non compiere atti di gentilezza e giustizia verso il prossimo. Queste mitzvot ci vengono ad insegnare che dobbiamo essere consapevoli che la Torà non riguarda solo i Chukim [mitzvot che regolano il rapporto tra uomo e D-o], ma anche la gentilezza verso il prossimo, come la gentilezza verso i poveri e gli estranei, poiché in assenza di fede in D-o, la mente dell’uomo potrebbe diventare come quella di un animale selvatico, e non avrà pietà né rispetto per suo padre… ecco perché D-o ci dice che a Shavuot dobbiamo celebrare il ricevimento della Torà che è costituita da entrambi questi aspetti. Questo è il motivo per il quale nella Torà è scritto “E quando raccoglierai il raccolto della tua terra…” e per il quale il versetto termina con “Io sono Hashem tuo D-o”. Il Meshekh Chokhma approfondisce e ci insegna che la mitzva di fare doni ai poveri è inserita tra la descrizione della festa di Shavuot e quella di Rosh Hashana perchè durante l’inverno si osservano molte mitzvot poiché il campo non richiede lavoro. Durante la primavera e l’estate invece, quando c’è molto lavoro nei campi si è impegnati a guadagnarsi da vivere; Come possono quindi gli ebrei stare davanti a D-o a Rosh Hashana, che è il Giorno del Giudizio? Forse sarebbe stato meglio celebrare il Giorno del Giudizio a Pesach, subito dopo l’inverno? Il Meshekh Chokhma risponde: A Rosh Hashana l’uomo è giudicato per il modo in cui ha vissuto la sua vita e all’uomo viene data la vita se lui stesso ha dato parte della sua vita agli altri. Per quanto possa essere pio, l’uomo non merita un giudizio favorevole se non osserva questo tipo di mitzvot.

Fare giustizia è il merito con cui entriamo nel Giorno del Giudizio a Rosh Hashana. Se facendo offerte nel Tempio cerchiamo l’intimità con D-o, nella Parashà di questa settimana D-o stesso ci dice che praticando la giustizia sociale stiamo raggiungendo una tale intimità con Lui che ci ritiene come colui che abbia offerto sacrifici al Santuario. La Torà con i suoi insegnamenti non costituisce un’innovazione solo per l’epoca in cui ci è stata data, ma contituisce un’innovazione anche oggi. Attraverso le mitzvot date da D-o attraverso la Torà possiamo contribuire a migliorare e a costruire una società più giusta ed equilibrata per noi stessi e per il prossimo