È veramente grande chi cade e si rialza | Kolòt-Voci

È veramente grande chi cade e si rialza

Parashà di Sheminì

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – Milano

Nel Talmud Yerushalmi, in Yevamot, è raccontato il seguente episodio: “Rav, ti preghiamo”, chiesero i cittadini di Simonia a Rabbi Yehuda HaNassi. “Rav, mandaci qualcuno che ci guidi, ci insegni la Torà e si prenda cura dei nostri bisogni. Mandaci qualcuno come te”. A questa richiesta, Rabbi Yehuda HaNassi “ha mandato loro Levi bar Sisi”. La gente di Simonia fu elettrizzata dalla notizia che il loro capo spirituale sarebbe presto stato tra loro. Costruirono un grande palco, con una sedia simile a un trono su cui si sarebbe seduto Levi bar Sisi. Quando giunse, lo posero su quella sedia e lo lodarono grandemente. Presto iniziarono ad avvicinarsi a lui con le loro domande. Domande sulle Parshiyot, sull’halachà, sui matrimoni. Uno dopo l’altro, i cittadini si avvicinarono a lui e posero le loro domande ma non ricevettero alcuna risposta, perché nonostante tutte le domande, Levi bar Sisi rimase in silenzio. “Rabbi Yehuda!” gridarono: “È così che soddisfi la nostra richiesta?” Rabbi Yehuda era confuso. «Portarelo qui» suggerì. Rabbi Yehuda si sedette con Levi bar Sisi e gli fece una domanda dopo l’altra e Levi bar Sisi rispose a ciascuna domanda in modo preciso, accademico e pio. “Perché non hai risposto quando ti sono state poste le domande dai cittadini?” chiese Rabbi Yehuda Hanassi, stupito che la sua esperienza potesse essere così diversa da quella della gente di Simonia. “Mi hanno fatto questo enorme palco e mi hanno fatto sedere su una sedia sopra il palco”, disse tristemente Levi bar Sisi. “Sono stato così affascinato dall’importanza che mi hanno dato che non riuscivo a funzionare correttamente.”

Così è stato anche con Aharon Hakohen. Alla consacrazione del Mishkan, Moshè proclamò pubblicamente che Aharon era stato nominato da D-o Kohen Gadol. Allo stesso tempo, furono date istruzioni specifiche al Kohen Gadol e a nessun altro. Come spiega Rashi, sebbene gli anziani fossero presenti, erano presenti solo per servire come testimoni che fu D-o stesso a nominare Aharon. Questo per evitare che qualcuno sospettasse che la nomina fosse motivata e fosse stata guidada e favorita politicamente o personalmente da Moshè. Nonostante tutto ciò, come Levi bar Sisi, Aharon rimase reticente quando venne il momento di svolgere i suoi doveri di Kohen Gadol. “Avvicinati all’altare”, gli suggerì Moshè, “e prepara le offerte per l’espiazione dei peccati e gli olocausti”.

Certamente, Aharon non era confuso riguardo ai suoi compiti. Erano stati assegnati da HaShem stesso. Piuttosto, Aharon era spaventato dai fantastici compiti davanti a lui.

Ma è possibile che Moshè non capisse la paura e il tremore di Aharon? Dopotutto, lo stesso Moshè ha cercato di voltare le spalle alla sua chiamata al roveto ardente. “Non sono un oratore adatto per questo compito!” aveva protestato. Perché avrebbe dovuto spingere suo fratello quando conosceva esattamente i sentimenti nel suo cuore?

In verità Moshè lo fece proprio perché capiva così bene e per questo sollecitava suo fratello. «Avvicinati all’Altare, perché sei stato prescelto. Prendi coraggio e vieni a svolgere le tue attività sacerdotali. Chi è dotato di vera umiltà è più adatto a servire D-o”.

Il Baal Shem Tov scrive che il consiglio di Moshè era essenziale per il ruolo di Aharon. “Perché sei chiuso, remissivo e senza pretese? È proprio perché possiedi queste qualità che sei stato scelto per assumere la posizione religiosa più elevata. “L’umiltà è il prerequisito per una vera spiritualità”.

Il Baal Shem Tov insegnava che la modestia, la sottomissione a D-o e la mansuetudine sono vere vie verso la divinità. Queste caratteristiche ci portano a riconoscere perché abbiamo sempre bisogno di Lui. L’umiltà acuisce la nostra attenzione sulla nostra fragile esistenzae e, allo stesso tempo, stimola la nostra intimità con D-o. In effetti, quella stessa umiltà che ha lasciato Aharon inibito e insicuro è la stessa qualità che lo ha spinto a eseguire l’Avodah con tanto zelo. Questo è quello che motiva Aharon nel versetto, “e Aharon salì all’altare”.

Il Talmud insegna che l’umiltà si traduce nella paura del peccato. Per i veri devoti, il timore del peccato è il preludio di tutto ciò che è D-o. L’umiltà non ci viene naturale. La vera umiltà non è l’assenza di arroganza o superbia ma, piuttosto, è una piena consapevoleza del modo corretto di comportarsi, del fare del bene e da un vero timore del peccato. L’umiltà non è un singolo atto ma una presa di posizione, un approccio alla vita che abbraccia ogni aspetto del pensiero e del comportamento umano. Qualunque cosa facciamo dobbiamo cercare di non cadere nel peccato, nell’errore. Aharon era il Kohen Gadol e tuttavia si sarebbe sempre sentito umiliato dal suo schiacciante fallimento del vitello d’oro. Moshè ha risposto alla reticenza di Aharon. Proprio il ricordo del suo terribile peccato lo rendeva il più degno di essere al servizio di D-o, perché quel ricordo ispirò l’umiltà che lo rese grande e grazie a quello poteva aiutare il prossimo ad espiare i propri peccati.

Da Aharon e Moshe impariamo una lezione importante. Può succedere di cadere, ma niente è precluso. Nessuno è perfetto, nessuno è scevro dal peccato, ma ognuno di noi ha la possibilità di seguire la retta via, di fare del bene, di fare emergere le proprie capacità, per il nostro bene e per il bene di tutti