Abusi e molestie sessuali nella Halakhà | Kolòt-Voci

Abusi e molestie sessuali nella Halakhà

Rav Scialom Bahbout – L’attualità letta ebraicamente

Le molestie e gli abusi sessuali – che hanno raggiunto l’apice con il movimento #me too negli Stati Uniti e poi in altri paesi – hanno incontrato una vasta opposizione e una forte una reazione in tutto il Mondo. Naturalmente anche i Maestri della Halakhah hanno dovuto affrontare molte domande e tra queste: 

  • Quali mezzi possono essere impiegati per prevenire gli abusi sessuali? 
  • Chi possiede l’autorità per esercitarli? 
  • Quale linea di condotta viene consigliata quando l’imputato nega le sue presunte azioni?

Ognuna di queste domande richiede una discussione e un’analisi specifica e non potremo affrontarle in tutti i dettagli:  tuttavia c’è una domanda fondamentale che deve essere affrontata: la Torah come considera un atto di abuso sessuale? Si tratta di un’infrazione civile minore, oppure lo stupro  può essere equiparato all’omicidio?

L’approccio che la Torah usa nei confronti del crimine di stupro – specie nel modo sperimentato oggi – è estremamente duro. La Halakhà inoltre affronta anche le manifestazioni “meno gravi” di abuso sessuale: imposizione di contatti intimi, violazione della privacy e molestie verbali. Bisogna quindi analizzare specificamente ogni caso e definire i divieti halakhici che questi atti comportano, così come bisogna esaminare gli strumenti che l’Halakhà concede ai tribunali rabbinici per contrastare questi atti.

La Torà divide i casi di violenza sessuale (ònes) dell’uomo nei confronti della donna in due situazioni diverse: 

  • la ragazza è Arusà (promessa sposa): se la violenza è avvenuto in un luogo pubblico la donna e il violentatore saranno entrambi responsabili (la donna poteva gridare e reagire e non lo ha fatto e quindi nessuno è intervenuto per aiutarla); se la violenza è avvenuta in un luogo aperto (in un campo), la responsabilità è solo dell’uomo che che sarà condannato a morte.
  • Se la ragazza è Penuià (libera), l’aggressore dovrà pagare una penale, sposarla e non potrà mai divorziare da lei per tutta la sua vita. 

Se un uomo seduce (mefattè) una donna, dovrà sposarla e pagare la sua dote e non potrà mai divorziare da lei; qualora lei rifiutasse di sposarsi, il violentatore dovrà comunque pagare la dote stabilita dal padre. 

E’ importante notare che chi interviene per difendere una donna che sta per essere abusata, se è costretto a uccidere l’aggressore, allora il suo atto può essere giustificato come legittima difesa. 

Nella Bibbia

La Bibbia narra dei seguenti casi di violenza e di molestia sessuale:

  • Shechem violenta Dinà figlia di Giacobbe (Genesi 35);
  • Amnon figlio del Re David violenta la sorella (II Samuele 13,  11-14)
  • Pilèghesh baghiv’à (Giudici 19 – 21): è il caso più drammatico di abuso sessuale ed è narrato nel libro dei Giudici (19 – 21), noto come “Pilèghesh Baghiv’à”, cioè la donna “concubina” che viene ospitata e poi abusata dagli uomini della Tribù di Beniamino che ne causano la morte. Questo caso indusse le altre tribù a non avere rapporti di alcun genere con la tribù di Beniamino, una sorta di “scomunica”, che fu annullata molti anni  dopo in occasione di un 15 di Av (Tu  Beav)
  • Il caso di molestie sessuali più noto è quello della moglie di Potifàr che cerca di sedurre Giuseppe fino a costringerlo a fuggire e a lasciare  che la donna gli strappi il vestito di dosso.

E’ chiaro che il contesto in cui vengono descritti questi casi è assai diverso da quello odierno: in ogni caso secondo la Torà è soprattutto l’aggressore che deve pagare una penale o essere condannato a morte. 

La Torà contempla i casi di violenza fatta a una donna sposata o a una donna libera: la Halakhà approfondisce anche gli altri casi che non sono di abuso fisico, ma sono forme di molestia o di intromissione nella privacy, mostrando fotografie e video. La Halakhà contempla anche il comportamento della persona abusata e anche il caso di molestie di natura verbale. Analizzare tutti i casi in dettaglio sarebbe troppo laborioso: mi limiterò qui solo ad alcune conclusioni che si evincono dal dibattito dei Maestri odierni di Halakhà.

La Torah ha preso molto sul serio l’offesa di stupro. Quando si tratta dello stupro di una donna “’Ervà” (cioè proibita per incesto), la persona deve essere salvata anche a costo della vita dello stupratore. Anche lo stupro di una persona “libera” va considerato un reato grave e al giorno d’oggi dovrebbe essere trattato come lo stupro di una ‘Ervà, in virtù delle conseguenze psicologiche e di immagine che comporta. È quindi imperativo adottare tutte le misure di sicurezza per prevenire qualsiasi tipo di stupro.

·      Un danno sessuale grave, come quello perpetrato sui minori, anche quando non comporta una relazione completa, è punibile similmente al caso di stupro, in quanto può danneggiare in maniera considerevole e definitiva la vittima.

·      Rimuovere i vestiti di una persona è vietato come qualsiasi altra lesione fisica e richiede un pagamento consistente.

·      E’ vietato imporre contatti non desiderati anche nell’intimità della coppia, sia per l’imbarazzo che per il dolore causato alla vittima. Le fonti di queste norme possono essere individuate nella norma applicata alla donna che afferra il membro sessuale di un uomo, nella critica a Ghechazi che ha  palpeggiato i seni della donna shunamita, nella punizione ricevuta da Avimèlekh per i danni procurati a Sara.

·      Hezek reiyà è il danno dovuto all’essere esposti alla vista del pubblico. Questo è un diritto fondamentale e si applica anche al rapporto tra i coniugi. Ogni persona ha diritto alla propria privacy, che non deve essere violata sbirciando in uno spazio privato dove la persona si veste (o si comporta) in modo tale da non essere esposta alla visione pubblica.  Anche il solo sguardo prolungato da parte di una persona può provocare disagio ed è anche considerato come un’invasione della privacy.

·      Nibbul pè – usare un linguaggio volgare verso un membro del sesso opposto è proibito. Questo divieto esiste anche quando il discorso viene fatto con il consenso dell’altra parte, perché induce a pensieri e ad azioni contrari alla morale. La volgarità del linguaggio è percepita (nelle parole di Ramchal e Maimonide) come un incitamento alla prostituzione. Inoltre, il linguaggio volgare di natura sessuale, è proibito anche nei rapporti tra coniugi perché si propone di svalutare la donna e lo stesso rapporto sessuale.  Le molestie verbali – sia in discorsi di natura sessuale, sia in ripetute offerte che mettono in difficoltà l’altra parte – sono vietate perché generano imbarazzo e vergogna.

·      Ogni generazione, per rispondere all’esigenza dell’ora,  ha il diritto e il dovere di modificare i regolamenti per impedire lo sviluppo di comportamenti che sono contrari alla Torà.

·      Anche quando una persona si comporta in un modo che lede la propria modestia,  ciò non consente a un’altra persona di aumentare il danno morale alla persona. Spesso si attribuisce alla mancanza di modestia nel vestiario la responsabilità delle molestie e delle aggressioni sessuali. Qualsiasi comportamento della parte lesa non elimina completamente la responsabilità dell’aggressore.

·      Ogni persona ha il dovere di avere cura di non ferire un’altra persona inavvertitamente: quindi deve stare attento ai sentimenti dei membri dell’altro sesso in qualsiasi situazione che possa essere percepita, anche se non da tutti, come offensiva. L’autore del reato non dovrebbe essere punito prima che la questione gli sia stata chiarita.

La Torà si propone di proteggere la privacy di ogni individuo e della donna in particolare e le molestie di natura sessuale danneggiano lo status delle donne in generale.  Per salvaguardare la privacy non è sufficiente stabilire delle norme anche molto rigorose:  è necessario un processo educativo che investa ogni comportamento della persona.  La migliore delle leggi non può sostituire l’investimento nell’ educazione del giorno per giorno: questa è la sfida che l’Ebraismo ha cercato di mettere in campo nel corso della storia.

Scialom Bahbout

Per approfondire l’argomento suggerisco di consultare:

Nahum Rakover, Haaganà ‘al zin’at haprat, Gerusalemme 2006Rav David Stav e rav Avraham Stav: Pegi’à minit veatradà minit bahalkhà, in Tzohar , ktav e’toranì, 43, 2018