Un figlio non può venire al mondo che contro la sua volontà | Kolòt-Voci

Un figlio non può venire al mondo che contro la sua volontà

Rav Scialom Bahbout – L’attualità letta ebraicamente

Mettere al mondo un figlio: un crimine?

Il problema del decremento demografico sta allarmando i paesi occidentali e l’Italia in particolare. Qualcuno ha fatto notare che, con l’andamento attuale delle nascite, la popolazione italiana decrescerà a tal punto che tra cento anni, la popolazione dell’Italia sarà dimezzata e tornerà ad essere pari a quella di cento anni fa. La diminuzione e l’invecchiamento della popolazione avrà come conseguenza immediata la mancanza di forza lavoro per garantire i servizi cui la società si è abituata e la mancanza di versamenti contributivi creerà dei problemi al pagamento delle pensioni: due aspetti non indifferenti per l’equilibrio della società.

Nel contempo però qualcuno protesta per il solo fatto di essere stato messo al mondo E’ il caso Raphael Samuel, un antinatalista impegnato, ha 27 anni ed è di Mumbai: lui ritiene  che i genitori abbiano sbagliato a metterlo al mondo senza chiedere il suo consenso e pertanto ha deciso di denunciarli in Tribunale.

L’anti-natalismo è un sistema di credenze che sostiene che procreare è moralmente sbagliato, perché molta parte della miseria umana potrebbe essere evitata semplicemente perché ci sarebbero meno persone al mondo. C’è anche una scuola filosofica, un movimento in crescita con aderenti in tutto il mondo. “In tutto il mondo” significa su Facebook e sugli altri social. L’antinatalismo ha un pedigree rispettabile con forme che affiorano nelle sette religiose, fino a sostenere che il risultato ottimale per l’umanità sarebbe l’estinzione.

Qual è il pensiero di Raphael Samuel? “Amo i miei genitori – scrive su Facebook – “e abbiamo un ottimo rapporto, ma mi hanno avuto per la loro gioia e il loro piacere”. Bastardi egoisti!”. A quanto pare, Samuel crede che i suoi genitori abbiano sbagliato a concepirlo e a crearlo senza il suo consenso. Loro non erano in grado di chiederglielo e lui non era in grado di darlo. Non potevano chiedergli una sorta di permesso retroattivo di pianificazione? Non sembra che Samuel sia incline al compromesso, e continua: “Costringere un bambino a entrare in questo mondo e poi costringerlo a fare carriera non è una forma di rapimento e una schiavitù?” Scrive anche: “L’unico motivo per cui i tuoi figli hanno problemi è perché li avevi tu genitore”. Scrive ancora: “Cari mamma e papà, tutto ciò che sono e tutto ciò che sarò mai è “grazie” a voi”.

Quale dovrebbe essere la risposta da un punto di vista ebraico alla decisione del figlio di chiamare in giudizio i genitori?

Intanto notiamo che secondo l’ebraismo nel concepimento di un figlio vi sono tre partner: i due genitori e la presenza divina. Samuel quindi dovrebbe chiamare in causa Dio stesso e la sua decisione di farlo venire al mondo e alla sua decisione di volere creare l’uomo. In effetti in questo caso non sarebbe stato il primo a porre il problema. Cosa dice il Talmud in proposito?

Hanno insegnato i maestri: la scuola di Shammai e la scuola di Hillel discussero per due anni e mezzo: gli uni dicevano “sarebbe stato opportuno (esattamente: comodo) se l’uomo che l’uomo non fosse stato creato, piuttosto che essere creato. Gli altri dicevano che sarebbe stato opportuno che l’uomo venisse creato, piuttosto che non essere creato. (alla fine della discussione) si contarono e conclusero: sarebbe stato opportuno che non fosse creato, ma ora che è stato creato indaghi  sulle proprie azioni. (Eruvin 13b)

Su cosa verteva la discussione?

Per Shammai, considerato che la creazione dell’uomo è consistita nell’immissione del soffio dell’anima nel corpo umano, se questo soffio fosse rimasto nell’empireo sarebbe stato meglio, perché l’anima non si sarebbe contaminata e non avrebbe avuto tutti i problemi che l’uomo incontra nella vita. Per Hillel, invece, se l’uomo  non fosse stato creato, non avrebbe avuto l’opportunità di fare anche del bene verso gli altri uomini e perfino verso gli animali. Non avrebbe potuto migliorare il Mondo che Dio stesso aveva creato. Hillel riconosce però che in questo processo può commettere errori e allora sarà costretto a pentirsi di ciò che ha fatto: quindi la conclusione cui arrivano è che sarebbe stato meglio che non fosse stato creato, ma visto che ciò è accaduto è bene che indaghi sulle proprie azioni e  ponga rimedio agli errori compiuti.

L’altro aspetto che rileva il Talmud è che la nascita di persone tra loro diverse porterà un arricchimento all’umanità per ogni persona che nasce (Berakhot 58a): Chi vede una moltitudine di persone (cioè 600.000 persone) deve dire la benedizione “Barukh hachàm harazìm”, Benedetto colui che è sapiente (e conosce) i segreti (che ci sono nelle menti di) una moltitudine”: le migliaia di persone tra loro diverse, che nascono ogni giorno, sono un fattore che è riconosciuto come opera della Sapienza divina, usata per la creazione. Ogni uomo, proprio per la sua diversità, ha il compito di fare un Tikun, un atto di riparazione nel mondo creato che solo lui può fare in quanto diverso da ogni altro uomo.

Si rimane perplessi di fronte a questa decisione, perché la Torà stessa afferma “Dio vide ciò che aveva fato ed ecco era molto buono”. Dato che l’uomo era comunque l’obiettivo fondamentale della creazione che lui doveva completare: se non fosse stato creato tutta la creazione non avrebbe avuto senso.

Beth Shammai e Beth Hillel non si riferiscono ovviamente all’ebreo, ma all’uomo in quanto uomo e la domanda che si pongono è se tutte le traversie che l’uomo deve affrontare, i dolori e le amarezze che deve sopportare, valgano veramente la pena. La conclusione “pragmatica” è che ciò che veramente conta sono le azioni che l’uomo fa nella sua vita e che le conferiscono significato.  Per questo l’uomo deve indagare e verificare se le sue azioni hanno raggiunto gli obiettivi proposti: un vita non per la sola vita, ma per le azioni che possono dare un significato alla vita.

Al korchakhà atta hai”: l’uomo è venuto al mondo contro la sua volontà, ma ha poi il dovere di dare un senso e una direzione alla sua vita per trasformarsi da oggetto a soggetto del proprio destino.

Scialom Bahbout