Tra il dire e il fare | Kolòt-Voci

Tra il dire e il fare

Parashà di Terumà

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – MIlano

Le Parashot che leggeremo nei prossimi due Shabbatot – Terumà e Tetzavé – descrivono le istruzioni date da D-o per la costruzione del Mishkan, il Tabernacolo – il Tempio temporaneo che accompagnò gli ebrei nel loro peregrinare fino alla costruzione del Tempio costruito a Gerusalemme. Queste istruzioni sono molto dettagliate. Le istruzioni per ogni pezzo del Mishkan e dei suoi utensili sono fornite con grande precisione. Tra poche settimane leggeremo le Parashot di Vayakhel e Pekude che descrivono la costruzione vera e propria del Mishkan e dei suoi utensili, sempre con grande dettaglio e precisione. La descrizione della costruzione del Mishkan e dei suoi utensili è distribuita su circa 400 versi, oltre dieci volte la descrizione della Creazione. Nel Talmud si dice che la prima descrizione tratta del “Primo Mishkan” e la seconda del “Secondo Mishkan”. Ma questo non sembra avere senso dato che c’è stato un solo Mishkan.

Il Rebbe di Lubavitch spiega che si tratta del divario tra il piano e l’attuazione. Il “Primo Mishkan” è quello che era stato pianificato, come lo era nella fase del progetto, il “Secondo Mishkan” è quello che è stato realizzato. Ci sarà sempre un divario tra un piano e la sua attuazione, e come riconoscimento di questo divario, la Torà ci ripete le indicazioni esatte per costruire il Mishkan. Questa lacuna spiega anche le parole della Mishnà nei Pirke Avot: Rabbi Shimon, figlio di Gamliel, disse: Da tre cose è sostenuto il mondo: legge, verità e pace. (Pirke Avot 1, 18).

A prima vista, queste sembrano posizioni contrastanti. Legge e verità richiedono precisione, mentre la pace può essere realizzata solo attraverso il compromesso e la concessione. Come si può sostenere sia la verità che la pace, e poi arrivare al punto di affermare che il mondo si regge solo quando esistono sia la verità che la pace? L’intenzione di Rabban Gamliel riguardava il divario che stiamo discutendo tra un’idea e la sua attuazione. L’idea deve essere pura e veritiera; l’attuazione dovrà sempre comportare compromessi e concessioni. Se è così, D-o è deluso dall’implementazione? Forse le azioni umane che sono imperfette non sono degne ai Suoi occhi?

Nella descrizione dell’effettiva costruzione del Mishkan, c’è la costante ripetizione della frase “come D-o comandò a Moshè”. Le cose sono state effettivamente fatte con precisione? Non c’era divario tra il comandamento e il suo adempimento? I Chachamim ne discutono nel Talmud (Bechorot, 17) e si chiedono: Come è stato possibile essere completamente precisi con le misurazioni del Mishkan se la precisione assoluta è impossibile? La risposta a questa domanda è che D-o non esige l’impossibile dall’uomo. Se D-o comanda che si faccia qualcosa, tiene conto dell’imperfezione umana. D-o vuole le azioni imperfette degli umani. Se D-o avesse voluto azioni perfette, ci avrebbe creati con capacità diverse. Le descrizioni sulla costruzione del Mishkan ci insegnano ad apprezzare anche i successi parziali, e questo è importante in tutte le sfere, anche per quanto riguarda le relazioni interpersonali. Se riusciamo a essere migliori con gli altri, siamo degni di ammirazione, anche se questo successo è parziale e temporaneo.

Una vita spiritualmente completa non deve essere priva di gioia. D-o ha creato l’esperienza della gioia come mezzo per attirare l’uomo verso la saggezza e la condotta etica. Come si raggiunge questa gioia? Contemplando la maestà e la bellezza della creazione di D-o. David HaMelekh esprime questo punto in due Salmi proclamando “[Mi hai] rallegrato con la tua opera” e “Sei vestito con maestà e bellezza”. Ne consegue che non solo ci è permesso usare la bellezza nel nostro servizio religioso, ma ci è comandato di farlo. Per questo il Tempio, luogo da cui emanano la luce divina e la pura saggezza, è stato progettato con una profonda sensibilità alla bellezza estetica. Nonostante il suo grande valore spirituale però, la bellezza non è un bene assoluto. Molte persone rimangono intrappolate nell’esterno e lasciano che la bellezza comprometta la loro saggezza e senso etico con il pericolo che la superficie levigata della raffinatezza estetica nasconda la brama di piacere e gratificazione materiale. Molte nazioni si sono inebriate di estetica e poi sono cadute nella corruzione morale ed etica. Questo pericolo è il motivo per cui la Torà proibisce di fare immagini di forme umane. Il Radak scrive che lo Shabbat è un’opportunità per apprezzare la bellezza del mondo naturale basandosi sul Salmo 92, Mizmor shir leyom haShabbat, dove è scritto “Mi hai rallegrato con l’opera delle Tue mani”. Il Radak spiega che il verso intende dire: “A Shabbat, quando sono liberato dai pesi della settimana lavorativa, ho l’opportunità di contemplare il mondo naturale e la sua pienezza, e questo mi porta gioia e la possibilità di lodare D-o”.

L’imperfezione e l’incompletezza ci accompagnano in ogni aspetto della vita. Il progresso si raggiunge quando impariamo a valutare positivamente anche risultati parziali e, attraverso questi, ad andare avanti verso il prossimo risultato. Sta a noi lo sforzo di raggiungere un risultato più perfetto possibile, vedere la bellezza intorno a noi, lodare D-o con gioia per i risultati raggiunti e per le sfide che ci pone davanti, essere migliori, aiutare il prossimo con le nostre capacità uniche contribuendo a costruire un’atmosfera migliore intorno a noi e una società migliore