Visto da fuori, tutto è diverso | Kolòt-Voci

Visto da fuori, tutto è diverso

Parashà di Yitrò

Ishai Richetti – Tempio di via Eupili – MIlano

Dopo aver saputo dell’esodo dall’Egitto, Yitro prende sua figlia (la moglie di Moshè), i due nipoti e li porta da Moshè, viene accolto nella sua tenda, si siedono e chiacchierano. Si può solo immaginare il divario che probabilmente esisteva tra le voci e la storia incredibile ma vera che descriveva quello che era accaduto; Yitro reagisce in modo più potente quando sente la storia direttamente da Moshè: “E Yitro si rallegrò per tutto il bene che Hashem aveva fatto a Israele, salvandolo dall’Egitto. E Yitro disse: ‘Benedetto Hashem, che ti ha salvato… Ora so che Hashem è più grande di tutti gli dei… E Yitro, il suocero di Moshè, portò un Olà e Zevachim a D-o, e Aharon venne, con tutti gli anziani, a mangiare il pane con il suocero di Moshè davanti a D-o”. (Shemot 18:9-12).

Questo versetto è in contrasto con una dichiarazione simile fatta da un individuo molto diverso. Quando due spie ebree si presentano a casa di Rachav a Yericho (Yehoshua capitolo 2), lei usa alcune delle stesse frasi usate da Yitro per riconoscere D-o, ma non c’è gioia nè benedizione associata alla sua dichiarazione. L’unica emozione che Rachav esprime è la paura. A differenza di Rachav, Yitro reagisce emotivamente e positivamente alla notizia di ciò che il D-o ha fatto. Ma cosa sta provando esattamente, e perché?

I commentatori danno risposte diverse, sebbene tutti concordano sul fatto che “vayichad” significhi “e si rallegrò”, ma perchè il testo non usa la parola vayismach? Nella Ghemara (Sanhedrin 94a) è scritto che Yitro provava pura gioia, sentimento che motivò la sua conversione immediata (“vayichad” in relazione alla parola “affilato”, indicando che prese uno strumento affilato e si circoncise), mentre secondo altri Yitrò esprime un senso di gioia unito al dolore per quanto subìto dagli egiziani. L’Or Hachaim offre un’interpretazione di “vayichad” simile alla Ghemara – solo lui la descrive come una gioia molto travolgente.

Perché Yitro era così felice? Era sollevato e rassicurato del fatto che la nazione in cui si trovava sua figlia fosse ben protetta? Era felice di avere prove che avrebbero finalmente posto fine al suo interrogatorio religioso (vedi Rashi al v. 11, dal Mechilta)?

Il Malbim scrive che “vayichad Yitro” allude al fatto che Yitro sia arrivato alla convinzione che D-o sia Echad, Uno. Mentre Rachav riconosce D-o ma si interessa al modo in cui avrebbe potuto aiutare la sua famiglia, il riconoscimento di D-o da parte di Yitro è legato alla gioia ed è proprio lì nella parola, Echad, che è descritto in che modo Yitro si rallegrò.

Nella Ghemarà è scritto che qui Yitro mette in cattiva luce l’intero popolo ebraico: “Fu insegnato nel nome di Rav Pappeyas, Era una disgrazia per Moshè e per i 600.000 che non dicevano “benedetto”, baruch, fino a quando Yitro venne e disse: ‘Benedetto Hashem!'”

Perché a volte abbiamo bisogno di estranei per notare ciò che abbiamo?

Spesso capita che non ebrei abbiano rispetto e apprezzamento, più di quanto molti di noi tendano a pensare. È così facile, per coloro che si sono assuefatti alle abitudini della vita ebraica dare per scontato il proprio ebraismo e, a volte, non ci muovono neanche le cose più grandi. Il popolo ebraico che ha lasciato l’Egitto ha visto D-o riversare la sua ira sugli oppressori attraverso miracoli, ha attraversato il mare, è sopravvissuto ad un attacco di Amalek che ha richiesto un aiuto da parte di D-o, ma non ha mai pensato di benedirlo come ha fatto Yitro. Vero, hanno cantato la Shirat Hayam, ma forse perchè trasportati dal momento. Forse poiché Yitro non era presente per nessuno dei miracoli, la sua benedizione significava di più, mentre gli ebrei che li avevano sperimentati personalmente avrebbero dovuto avere una reazione più forte. Probabilmente Rav Papeyus ritiene che ci sia qualcosa di particolare nella parola “baruch”, parola usata da Yitro ma non dagli ebrei. Yitrò ha espresso benedizioni verbali; iniziò attivamente a portare sacrifici; e il giorno successivo, si guardò intorno per vedere cosa poteva offrire per migliorare la comunità, il tutto motivato dal riconoscimento che c’era Qualcuno in cui credere, per cui agire e per cui festeggiare.

Forse ci vuole un outsider come Yitro – indipendentemente dal fatto che non sia mai diventato formalmente parte del popolo ebraico – per ricordarci che c’è gioia in quello che già abbiamo.

Il comportamento di Yitro ci insegna qualcosa di molto importante. Una di queste cose è l’Hakarat HaTov, la gratitudine. Significa letteralmente “riconoscere il bene”, composta dalla parola lehakir, “riconoscere” e dalla parola tov, “bene”. La parola ebreo deriva dal nome dato a Yehuda, figlio di Yaakov e Lea, il cui nome deriva dalla parola “Io loderò” (Bereshit 29:35). La radice di questo nome è il ringraziamento. L’Hakarat HaTov è un atteggiamento e una parte molto importante dello stile di vita ebraico. È un atteggiamento interno, mentre HoDaa, ringraziare, è un’azione. Yitro con le sue parole e i suoi gesti ci insegna l’attegiamento giusto da adottare. Ringraziare per il bene ricevuto e fare azioni e gesti di bontà (chesed) per aiutare il prossimo con le nostre capacità uniche. Non faremo solo una mitzvà, ma contribuiremo ad una società più equilibrata, sana e giusta.