Tzedakà e Reddito di Cittadinanza | Kolòt-Voci

Tzedakà e Reddito di Cittadinanza

Rav Scialom Bahbout – L’attualità letta ebraicamente

Uno dei temi che è stato oggetto delle critiche da parte di molti, sia nel mondo della politica che in quello civile, è stato il Reddito di cittadinanza, che ha sostituito il precedente Reddito di inclusione.  Non c’è dubbio che durante la crisi pandemica il RdC ha svolto una funzione fondamentale. Tuttavia ricordo che all’approvazione della legge, chi aveva istituito il RdC dichiarò che era stata così eliminata la povertà.  Di fronte a una dichiarazione così “presuntuosa” basterebbe ricordare quanto più prudentemente e modestamente dice la Torà:  “poiché non cesserà il povero in mezzo alla terra, perciò io ti comando “apri bene la tua mano per il tuo fratello per i tuoi poveri e per il povero nella tua terra” (Deut. 15: 11).  La presunzione di essere una specie di Deus ex machina che può eliminare la povertà promulgando semplicemente una legge fa parte della visione illuminista della vita e della società. La realtà è molto diversa: nessuna legge, anche la più perfetta, è in grado di cambiare le persone: è necessario invece impegnarsi a educare l’uomo alla solidarietà e all’idea che tutto ciò che produciamo non ci appartiene, ma ci viene dato come opportunità da  condividere in parte con i meno fortunati. L’uomo e la società non si possono cambiare per decreto: soprattutto non si deve sottrare al singolo la sfera della solidarietà, per trasferirla in pratica alla burocrazia.

Nell’Ebraismo tutto ciò rientra nella concezione ebraica della Zedakà. Quali sono le norme che la regolano, come si realizza e in cosa differisce dal concetto di carità e dal RDC?   

Maimonide, riferendosi alla Comunità ebraica, scrive quali sono le norme che devono  essere adottate da tutti (Mattenot ‘Aniyim 10):

1. In ogni città dove ci siano ebrei c’è l’obbligo di nominare tra loro dei gabbaìm (esattori) di Zedaqà, persone conosciute e di fiducia che corrano dietro al popolo da una vigilia del Sabato all’altra e prendano da ognuno quanto spetta ed è stabilito. E loro distribuiscono i denari ogni vigilia di Sabato e danno ad ogni povero alimenti sufficienti per una settimana. Questa è chiamata kuppà (cassa).

2. E inoltre si nominano degli esattori che prendono di giorno in giorno da ogni cortile pane e altri cibi o frutta o denaro dalle persone pronte ad offrire, e alla sera dividono la raccolta tra i poveri e danno ad ogni povero gli alimenti giornalieri: questo è chiamato tamchùi (sostentamento).

3. Mai e poi mai abbiamo visto o sentito di una comunità di Israele che non abbia una kuppà di Zedakà. Però per quanto riguarda il tamchùi (la mensa gratuita per i poveri) ci sono posti in cui si usa e posti in cui non si usa. Ed oggi l’uso comune è che gli esattori della kuppà raccolgano ogni giorno gli alimenti e li dividano alla vigilia del Sabato. ….

7. Ci sono otto livelli successivi di Zedakà. Il più alto di tutti è quello di chi prende per mano un ebreo povero e gli dà un dono o un prestito, o fa una società con lui, o gli trova un lavoro, in modo che lo rafforza, fino a che non abbia più bisogno di chiedere agli altri. E a proposito di questo èdetto: “Manterrai il forestiero, il residente e colui che vive con te” (Lev. 25: 35), cioè mantieniloaffinché non cada più né abbia più bisogno: quindi questa norma va applicata a tutti sia ai residenti che ai forestieri.

Quindi proporre un lavoro o una compartecipazione a un’attività è il modo migliore per fare Zedakà. Nel progetto RdC la proposta di lavoro si trova alla fine del processo: il singolo e la collettività dovrebbero prima di tutto “creare” dei lavori utili a tutti i livelli, a partire da quelli che rivestono utilità sociale, e proporli come vera Zedakà.  

La Zedakà ebraica è più della carità: Zedakà e carità sono molto diversi, non solo dal punto di vista psicologico, ma anche da quello filosofico. La parola carità viene dalla parola latina caritas, che vuol dire amore, benevolenza; la parola filantropia vuol dire amore per l’uomo (anthropos). Quindi filantropia vuol dire l’amore per l’uomo. In questo modo scopriamo che la base della carità è l’amore: solo quando sento amore e compassione per l’altro faccio la carità.

Diverso è il messaggio che trasmette la parola Zedakà: viene dalla parola ebraica zedek, che vuol dire giustizia oppure la cosa giusta da fare. L’ebreo allora è obbligato a dare Zedakà perché è la cosa giusta da fare, non perché ha un sentimento particolare per il destinatario.  Si ha l’obbligo di dare Zedakà anche a un mendicante imprecante e offensivo che esige la carità, anche se non si prova amore e compassione. Abarbanel (Deuteronomio 15:7-8.) dice che dobbiamo considerare il nostro ruolo come quello di un intermediario che gestisce i soldi altrui. Quando il nostro lavoro consiste nell’usare i fondi di un altro, dobbiamo stare molto attenti ogni volta che decidiamo come investire e spendere i soldi. Questo vale per il singolo e tanto più per chi è Gabbai (esattore) di Zedakà o chi svolge una funzione politica.

L’educazione alla Zedakà inizia in casa, continua nella scuola, nella sinagoga e poi nella Comunità: tutti i momenti della vita, tutte le istituzioni devono mettere la Zedakà al centro dei propri interessi. Tutti devo dare Zedakà: perfino un povero che vive di Zedakà deve darla a un altro (Maimonide Mattenoth ‘aniyim 7, 5). 

Uno dei vantaggi del modo in cui viene organizzata la Zedakà è che previene le truffe. Quando la Commissione degli esattori è formata da persone della stessa Comunità, è difficile possano essere fate delle truffe (come accaduto proprio con il RdC). Tuttavia, se un povero che non si conosce viene a chiedere da mangiare, non si controlla se è un truffatore, ma gli si dà immediatamente del cibo. E’ interessante che in generale la donna ha la precedenza sull’uomo per quanto riguarda vari aspetti della zedakà

Perché questa mizvà è così importante da essere parte fondamentale del carattere dell’ebreo? Per quale motivo una persona qualsiasi, e particolarmente quelli che appartengono alla generazione caratterizzata da una forte spinta egoistica, dovrebbero dare ad altri una parte del proprio denaro, guadagnato con il sudore della fronte?.

L’importanza della Zedakà

Gli ebrei hanno sempre dato un significato particolare a questa mizvà, cosa che si vede chiaramente con un’analisi delle fonti.

a)     La Zedakà è la forza più grande nel mondo, capace di prevalere su tutte le altre (Bavà Batrà 10 a)

b)    Maimonide sostiene che questa mizvà è più importante di tutte le altre mizvot (positive) e aggiunge che dovremmo stare molto attenti a metterla in pratica in modo corretto. Spiega poi che la Zedakà è il simbolo del primo ebreo, Abramo, ed è stata tramandata da allora a tutte le generazioni (Hilchot Matanot Aniyim 10:1 e  3)

c)     Chiunque non adempia a questa mizvà viene chiamato peccatore e persona malvagia.

d)    E’ meglio dare Zedakà che portare tutti i sacrifici del Tempio (Sukkah 49b),.

e)     Zedakà è una delle tre azioni dell’uomo che possono rovesciare un decreto sfavorevole, come affermato nella preghiera Untanè tokef, perché può salvare una persona anche dalla morte.

f)      La Zedakà è pari a tutte le altre mizvot messe insieme (Bavà Batrà 9 a)

g)      La Zedakà aiuta a portare la redenzione e ogni volta che una persona la osserva, è come se avesse ricevuto personalmente la Presenza Divina (Bava Batra 10 a).

h)     L’esattore di Zedakà, incaricato a gestirla nella comunità, viene paragonato alle stelle (Bava Batra 8b).

Il Maharshà nel suo commento a Bavà Batrà spiega il paragone dicendo che come le stelle hanno un’influenza sul mondo, anche se non le si vedono sempre, così pure colui che distribuisce Zedakà è come un insegnante che ha un impatto sul mondo, anche se raramente si riesce a rendersene conto. Chi dona  cambia il mondo in meglio e la sua donazione ha un’influenza che dura per molto tempo, ben oltre l’atto iniziale. 

Possiamo interpretare il fatto che la Zedakà salva l’uomo dalla morte in varie modi: chi la riceve, in quanto rimane in vita per l’influenza che ha avuto su di lui, può veramente diventare “immortale”, poiché  l’effetto della sua azione perdura dopo la fine della sua vita. Una società in cui non viene messa in pratica questa mizvà è destinata a scomparire: esercitando la zedakà si contribuisce a darle vitalità.

Ci sono solo tre modi per ottenere i soldi con mezzi legali: il denaro proviene: 1) dal duro lavoro; 2)  dalla fortuna (da una lotteria); 3)  da un’eredità o da un regalo.

Se una persona lavora sodo per il suo denaro, è facile dire che sia stato ottenuto per il duro lavoro, ma tutti noi conosciamo persone che lavorano tanto o più degli altri e guadagnano comunque molto poco. Perché una persona laboriosa può accumulare grande ricchezza, mentre un’altra non ci riesce? Allora non è solo il lavoro stesso, la fatica, che fa guadagnare grandi quantità di soldi. L’individuo divenuto ricco è stato dotato di più talento, un fiuto più acuto per gli affari, l’abilità di correre più veloce con un pallone o un’intelligenza più grande, dandogli un vantaggio che gli fa guadagnare di più. Secondo l’ebraismo, questi talenti vengono dal Signore, e mentre è vero che senza il duro lavoro, gli uomini non avrebbero potuto sviluppare questi talenti, il lavoro da solo sarebbe inutile per accumulare soldi. Così, secondo l’ebraismo anche i soldi ottenuti in questo modo appartengono a Dio.

Generalmente la persona che vince una lotteria si ritiene sia stata toccata dal caso, perché si trova “nel posto giusto al momento giusto”; per l’ebraismo invece il caso non esiste. Secondo l’ebraismo Dio, per qualche ragione sconosciuta, voleva che questa persona avesse dei soldi, quindi, ancora una volta, il denaro risale alla volontà di Dio. Infine, un’eredità o un regalo differiscono poco dalle situazioni precedenti perché o è stato guadagnato attraverso il talento (e il duro lavoro) o era dovuto alla “fortuna”. Così tutto il denaro accumulato in questo modo è dovuto, in qualche modo, a Dio. Quando Egli ci chiede, dunque, di restituire il 10 o il 20 per cento dei soldi, abbiamo qualcosa di più di un obbligo morale: abbiamo un obbligo legale, perché in pratica Gli appartengono.

In sintesi, perché l’antico sistema della Zedakà è da preferirsi a quello del RdC? Ecco alcuni spunti.

Il RdC scarica sul governo centrale il dovere di aiutare i bisognosi e, anche se questa è un’operazione lodevole, non riesce ad avere la funzione di cambiare veramente la società: un decreto non fa primavera. I governi cambiano mentre un’azione educativa svolta nel tempo e su larga scala lascia dei segni durevoli.  

Il potere centrale svolge un’azione “burocratica” non un’azione di vicinanza verso chi ha bisogno. Il governo centrale non riesce a “vedere” veramente quali e quanti sono i bisogni di una persona che vive nella periferia e da questo fatto purtroppo nascono abusi e truffe.  Gli operatori della zedakà vivono nelle vicinanze dei bisognosi e si possono relazionare con loro. La zedakà crea una relazione tra persone, il RdC no.

Attraverso la Zedakà viene svolta un’azione permanente che deve coinvolgere tutta la società e non solo gli addetti  ai lavori. L’ebraismo ha impostato il suo messaggio sull’idea di educazione permanente che coinvolga tutta la società dai più grandi ai più piccoli: è questa una sfida che nel corso dei secoli ha dato i suoi risultati perché tutti riconoscono che questa impostazione ha permesso al popolo ebraico di attraversare i secoli e di stupire grandi filosofi come Giambattista Vico e JJ Rousseau.

Una società più giusta è anche una società in cui la qualità della vita è superiore, dove le persone anziché essere “homo homini lupus” (Hobbes) sono persone che desiderano  non solo il proprio successo, ma anche il bene e il successo del prossimo.

Scialom Bahbout