Mattarella, oneri e onori | Kolòt-Voci

Mattarella, oneri e onori

Rav Scialom Bahbout – L’attualità letta ebraicamente

Gli eventi piccoli e grandi sono un’occasione per riflettere sulla condizione ebraica. Tra quelli minori accaduti in questi giorni, possiamo considerare i sei minuti di applausi dedicati al presidente Mattarella durante l’inaugurazione della stagione musicale alla Scala di Milano. Una platea di persone, non legate a una precisa corrente politica, esprime il proprio consenso “unitario” e spontaneo alla figura di un leader: questo in una società profondamente divisa in tante correnti è un tema che deve farci riflettere proprio in quanto ebrei.

La tradizione ebraica, caratterizzata dall’idea di quanto sia importante il confronto tra le diverse opinioni, ha trasmesso molti messaggi sull’importanza e sull’efficacia dell’unità del popolo ebraico, ovunque egli si trovi: sia in terra d’Israele che nella Diaspora.  Il passo più noto è il verso che precede la promulgazione del Decalogo, in cui il testo afferma che i figli d’Israele giunsero nel deserto del Sinai e “lì Israele si accampò di fronte al monte”. Il passaggio dal plurale al singolare del testo viene così commentato da Rashì: “Come un sol uomo, con un solo cuore”: il momento della rivelazione richiedeva l’unità di coloro che lo avrebbero ricevuto, per diffonderlo poi al mondo intero. Vi sono momenti in cui l’unità è doverosa: chi non ricorda gli eventi che precedettero la “guerra dei sei giorni”  in cui tutto il popolo ebraico (dentro e fuori della Terra d’Israele) rinserrò le fila di fronte all’ennesimo pericolo di distruzione.

Tuttavia unità non significa che non possa esserci una differenza di opinioni.

Per quanto riguarda sia la Halakhà che le scelte dei leader, le decisioni devono ispirarsi al principio che la discussione si svolga leshèm shamàim, cioè per uno scopo superiore e non per motivi di parte. Il caso classico è quello delle discussioni tra Beth Shammài e Beth Hillèl: anche se nella maggior parte dei casi la norma segue l’opinione di Beth Hillel, la tradizione registra anche l’idea di Beth shammai e questo perché il confronto si svolgeva leshem shamaim e quindi entrambe le opinioni erano parole del Dio vivente.  

Ora, tornando agli applausi riservati a Mattarella, è chiaro che la richiesta di continuare a svolgere il proprio ruolo di guida era dovuta sia alla situazione di emergenza sia soprattutto al ruolo di equilibrio mostrato in questi ultimi anni e alla sua decisione di non ricandidarsi: il ruolo di leader deve essere concepito come servizio da mettere a disposizione della Comunità, servizio da svolgere a vantaggio di tutti e non di una sola parte della società. La tentazione di occupare il potere per motivi personali e di prestigio è sempre molto forte, quale che sia il ruolo che si va ad occupare, sia che si tratti di una posizione religiosa che politica.

Un primo esempio ci viene dalla reazione di Mosè quando il Signore gli propone di guidare il popolo d’Israele. egli cerca di opporre vari argomenti alla proposta e non avendone altri, dice: Shlàch na beyad tishlàch:  manda chi vuoi (ma non mandare me); oppure la sua reazione a Giosuè che protesta perché Eldad e Medad profetizzano in mezzo all’accampamento: Mosè apostrofa Giosuè con le parole: “Magari tutto il popolo del Signore fosse composto da profeti!”.   

Su chi insegue gli onori (e quindi ruoli che danno onore), i Maestri insegnano che chi vuole rendere grande il proprio nome, il suo nome sarà cancellato (Avot 1, 13) in altre parole “chi insegue gli onori, gli onori fuggono da lui”. Il Talmud (Eruvin 13b) cita in particolare i casi di Geroboamo e di Korach., Geroboamo, dopo la morte di Salomone, nell’impossibilità di divenire Re di tutto Israele, decide di dividere il Regno tra Nord e Sud: 10 tribù accettano Geroboamo come re, le due tribù di Giuda e Beniamino rimarranno sotto la famiglia di Davide. Quando il Signore dice a Geroboamo: Andiamo Io, tu e il discendente di Davide (cioè Roboamo, figlio di Salomone), Geroboamo chiede “Ma chi andrà per primo”, Dio risponde: il discendete di Davide. Geroboamo risponde che lui non è interessato.  I discendenti di Geroboamo – quindi il suo nome – sono scomparsi dalla storia di Israele, mentre “il figlio di David” è ancora vivo (David Mèlekh Israel hai vekayàm).

Un altro esempio di ricerca di onori è quello di Kòrakh: lui avrebbe voluto diventare Gran sacerdote (al posto di Aronne), perché non gli bastava il ruolo di levita. Fece una brutta fine, ingoiato dalla terra.

Chi pensa di eternare il proprio nome assumendo incarichi importanti senza averne i meriti e i titoli verrà dimenticato dalla Storia. L’umiltà di Mosè nostro maestro e di David re d’Israele ha fatto sì che il loro nome sia ancora vivo in mezzo al popolo d’Israele.

Scialom Bahbout