Il “vaccino” Torà | Kolòt-Voci

Il “vaccino” Torà

Rav Scialom Bahbout

In questo periodo di pandemia in cui ci avviciniamo alla fine del 2021 voglio ricordare due Maestri che sono stati punti di riferimento nella Comunità di Roma: il Morè Israel Cesare Eliseo z.l. e il rav Chaim Vittorio Della Rocca z.l., due importanti figure diverse per carattere ed esperienze. Ricordo due insegnamenti che confluiscono nella stessa direzione in questo momento. 

Rav Della Rocca in questo periodo dell’anno, quando entrava in classe, scriveva sulla lavagna. “Lo telekhù bechukot hagoi”  (non seguite le leggi dei gentili) riferendosi all’uso di costruire l’albero di Natale o festeggiare il Capodanno ecc; il Morè Eliseo z.l., allora direttore per l’insegnamento delle materie ebraiche nelle scuole di Roma, nel corso di una riunione sul ruolo dell’insegnamento dell’ebraismo nella scuola, affermò che, secondo lui, lo scopo dell’insegnamento era quello di “vaccinare” i ragazzi e fornire loro le difese necessarie per combattere l’assimilazione.  

Alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni, il progressivo decadimento di molte comunità e le molte “varianti” in cui si presenta l’assimilazione si impone una riflessione. Per rimanere nella metafora del vaccino, l’assimilazione si manifesta in varianti diverse, bisogna riconoscerle  e studiare  come variare il “vaccino Torà”  per renderlo efficace ai progressivi cambiamenti che avvengono nella società.

In passato il pericolo veniva dalle tentazioni di carattere “religioso” che avevano il pregio di essere chiare: in una società che si identificava completamente con la religione imperante (quella cattolica) era quasi naturale assumere comportamenti e usi assorbiti da una società esterna, che per la sua stessa essenza si poneva in chiara alternativa all’ebraismo, ritenuto “superato”,  e dal quale bisognava liberarsi e convertirsi: il messaggio era quindi molto chiaro e per certi versi facile da trasmettere e recepire.

Oggi l’assimilazione si presenta con “varianti” che sono subdole e non sempre facili da  individuare.  La cultura laica che oggi ha quasi del tutto sostituito quella religiosa, trasmette messaggi che si presentano in maniera neutra e quindi non contrastante immediatamente e chiaramente con la cultura ebraica: fare un albero di Natale, quando lo fanno anche i laici, che controindicazioni potrebbe avere? Perché non festeggiare e brindare a Capodanno che da festa religiosa (collegata alla figura di Gesù) è stata in parte trasformata in “civile” e viene festeggiato da tutti  ecc. Si possono certamente trovare delle giustificazioni a ogni imitazione dell’altro, ma il nostro scopo è di avere la capacità di capire quali saranno le conseguenze future di una nostro atteggiamento permissivo. La lista può continuare con le feste come Halloween e carnevale; o ancora per un evento sportivo importante che cade di shabbat e che vorremmo poter seguire alla televisione (tanto ho organizzato l’accensione e lo spegnimento con un timer…)  ecc. 

Al tempo dei Maccabei la tentazione era quella di mettere la bellezza – e non la morale – al centro dell’interesse e dell’azione umana, di considerare come modello da seguire la cultura greca e non quella degli altri popoli considerati tutti come “barbari”. Imitare gli altri assumendone i nomi è uno dei modi più semplici e immediati per assumere una identità non propria: uno degli elementi che ha salvato gli ebrei in Egitto è stata la lingua. La domanda è quali sono i limiti tra la perdita della propria  identità e l’affermazione di una identità rispettosa di quella altrui. Uno degli aspetti della festa di Chanukkà è trovare l’equilibrio con la cultura della società circostante ed accoglierne solo ciò che non collide con i valori ebraici.

Chanukkà – educazione ebraica – è destinare una persona a svolgere la sua funzione per sviluppare la Torà e i suoi valori. Se la Torà è il “vaccino” – non  basta il Bar mizvà per fare un buon ebreo. Di fronte alle “varianti” sono necessarie nuove strategie e sempre nuovi richiami. Questo il senso di ciò che si chiama educazione permanente e che permette a un ebreo di non farsi sorprendere dalle varianti.

Scialom Bahbout