Gli ebrei italiani: un panda da proteggere? | Kolòt-Voci

Gli ebrei italiani: un panda da proteggere?

Rva Scialom Bahbout

L’attuale situazione demografica dell’Ebraismo italiano e la progressiva diminuzione del numero degli iscritti e la scomparsa di alcune comunità, al di là della loro presenza “ufficiale” sulle pagine dei lunari odierni, è un dato che fa riflettere. Le comunità italiane hanno accolto nel dopoguerra molti immigrati soprattutto ma non solo dai paesi orientali, cosa che ha permesso di mantenere un certo equilibrio demografico e “religioso”.

Comunque c’è una naturale tendenza a non voler vedere in faccia la verità: con questo trend varie comunità saranno destinate a scomparire, e anche le due comunità maggiori nel giro di pochi anni saranno progressivamente ridimensionate. In genere la responsabilità della situazione viene addossata ai rabbini “incapaci” di avvicinare gli ebrei alla tradizione e insensibili alle richieste di conversione provenienti da varie persone e alla richiesta di facilitazioni nell’osservanza delle mizvoth, alla mancanza di lezioni ecc.

E’ facile scaricare tutto sulle poche persone che svolgono un’opera molto difficile, spesso in assoluto isolamento, mentre sarebbe  necessario disporre di molte più persone: rabbini, educatori, madrikhim …. Tra coloro che si allontanano dall’ebraismo troviamo i figli di madre ebrea, che ha contratto matrimonio misto, e sono considerati sic et simpliciter come ebrei, ma che spesso vengono dimenticati e non vengono seguiti con la stessa attenzione con cui avviene per le persone che chiedono di convertirsi. Dai dati a disposizione, risulterebbe che spesso i figli di sola madre ebrea vengono dimenticati e finiscono per assimilarsi più facilmente dei figli di padre ebreo (anche quando questi passano attraverso un atto di conversione). Le scuole ebraiche si sono dimostrate comunque un grande strumento per rafforzare l’identità ebraica dei giovani, ma esistono altre vie che vanno utilizzate specie per coloro che non frequentano le scuole ebraiche: in questi casi bisogna studiare dei percorsi educativi e culturali alternativi.

Inoltre, sarebbe necessario monitorare con attenzione cosa accade sia nelle comunità grandi (dove la percentuale di assimilazione è certamente più bassa) che in quelle più piccole dove i numeri sono appunto preoccupanti: è un’attività che non può essere svolta dai pochi rabbini già impegnati in altre cose.

Il problema è in realtà molto più complesso e le responsabilità sono molteplici. I rabbini, ma anche i consigli delle Comunità, interessati a risolvere i problemi, spingono per ricorrere a conversioni più semplici e paventano la possibilità di rivolgersi ai riformati (una specie di spauracchio!). Una conversione “riformata” non risolve la situazione: se paradossalmente facilita chi vuole fare l’aliyà perché la conversione riformista viene riconosciuta dal governo di Israele per la ‘aliyà, in pratica finisce per aggravarlo in quanto crea l’illusione di avere risolto il problema: questi nuovi convertiti non possono iscriversi a una Comunità ebraica italiana. Insomma chi ha intenzione di trasferirsi in Israele, può percorrere una strada in apparenza più vantaggiosa perché conosce la durata del percorso della sua conversione e preferisce sistemare le cose una volta arrivato in Israele, ma anche lì incontrerà non poche difficoltà.

Un gruppo di ebrei può diventare Comunità: Come?

Intanto bisogna chiedersi cosa fa di un gruppo di ebrei una Comunità: una tefillà con minian almeno nei sabati e nelle feste, lezioni regolari di Talmud Torà per ragazzi e adulti, un mikvè funzionante e usato, servizi di kasheruth e di assistenza sociale. Vi sono realtà riconosciute come Comunità che mancano di queste caratteristiche essenziali, ma vengono dichiarate erroneamente Comunità. La mancanza di certi servizi non impedisce certo di organizzare attività come conferenze, visite alla sinagoga ecc. per evidenziare una presenza, un “presidio” ebraico nel territorio: chi si dedica a queste attività e rimane in località dove di fatto la comunità non può svolgere la sua piena funzione è una specie di “eroe” che rinuncia a molto. E’ assimilabile a quegli inviati di Habad che vengono spediti nei luoghi più sperduti per aiutare altri ebrei a rimanere tali. Loro però godono di un supporto internazionale che non li abbandona mai e li aiuta costantemente anche nel provvedere all’educazione dei figli.

Vi sono viceversa realtà con una popolazione e un’attività ebraica più ampia che non vengono considerate comunità, perché l’Intesa non ne contempla l’esistenza. Insomma l’uso del termine Comunità non richiede il riconoscimento ufficiale dello Stato, ma quello di una base che si riconosce nel progetto, dove i partecipanti si impegnano con tutto se stessi perché credono che l’Ebraismo abbia valori da proporre all’uomo moderno e alla società in cui vivono.  

Se si vuole modificare l’attuale trend, le Comunità (attraverso i rabbini e ogni altro ebreo idoneo) devono andare alla ricerca di iscritti e non iscritti per offrire un’assistenza che non può limitarsi alle ufficiature. Bisogna andare a cercare ogni ebreo e non aspettare che riceva l’ispirazione ad avvicinarsi; bisogna creare occasioni di incontro per creare gruppo e creare anche nuove famiglie (non deve essere un tabù parlare di questa necessità e opportunità!), bisogna impegnarsi affinché il livello della cultura ebraica delle persone non si limiti alla conoscenza dei programmi per il Bar e Bat mizvà. E’ soprattutto l’ignoranza che allontana le persone dall’ebraismo: rav Adin Steinzalz z.z.l. – che ha scritto un nuovo commento al Talmud e non solo – proveniva da una famiglia non religiosa, ma il padre gli disse: un ebreo può essere un eretico, ma non un ignorante, e lo mandò a studiare dal nonno….

L’ebraismo italiano e quindi le Comunità e l’Unione delle Comunità devono investire molte più risorse nell’insegnamento della Torà e della cultura ebraica in generale, devono dedicare molto più tempo ad elaborare progetti e attività culturali che non siano solo la storia della Shoà, l’antisemitismo ecc.

E’ quindi necessario proporre una nuova visione per rilanciare il messaggio ebraico oggi, elaborando una proposta con delle idee che possano costituire un riferimento per ogni ebreo e per chiunque voglia affiancare il popolo ebraico, secondo i principi di Noè. In fondo nella Bibbia troviamo gli Irè hashem, i timorati del Signore: questi vengono ricordati nell’Hallel (Salmi 114 – 118) tra coloro che lodano il Signore e sappiamo che nell’Impero romano c’erano molte persone vicine alle idee espresse nella Torà, pur non avendo intenzione di convertirsi, perché consapevoli dei problemi cui sarebbero andati incontro.

La resilienza ebraica secondo JJ Rousseau

Una spinta ottimistica che questo possa ancora accadere potrebbe venire dalle parole di Jean Jacques Rousseau, un illuminista certamente non vicino al mondo ebraico, che scrive a proposito del popolo ebraico:

… questa singolare nazione, così spesso soggiogata, così spesso – all’apparenza – dispersa e distrutta …. si è tuttavia conservata fino ai giorni nostri sparsa tra le altre senza confondervisi; e che i suoi costumi, le sue leggi, i suoi riti, sussistono e dureranno quanto il mondo, nonostante l’odio e le persecuzioni del resto del genere umano. …
Ma è uno spettacolo stupefacente e veramente unico vedere un popolo senza patria, privo di tetto e di terra da circa 2000 anni, un popolo misto di stranieri, forse senza più un solo discendente delle primitive razze, un popolo sparso disperso sulla terra, asservito e perseguitarlo, disprezzato da tutte le nazioni che, nondimeno, conserva le sue caratteristiche, le sue leggi, i suoi costumi, il suo amore patriottico per l’originaria unione sociale, quando tutti i legami sembrano spezzati.
Gli ebrei ci danno un sorprendente spettacolo: le leggi di Numa, di Licurgo, di Solone sono morte; quelle di Mosè, ben più antiche sono sempre vive. Atene, Sparta e Roma sono perite e non hanno più lasciato figli sulla terra; Sion distrutta non ha perso i suoi. Essi si mescolano tra tutti i popoli e non si confondono mai; non hanno più capi e sono sempre un popolo; non hanno più patria, e sono sempre cittadini.
Quale deve essere la forza di una legislazione capace di operare simili prodigi, capace di sfidare le conquiste, le dispersioni, le rivoluzioni, gli esili, capace di sopravvivere ai costumi, alle leggi, all’autorità di tutte le nazioni, che, infine, per queste prove promette loro di continuare a sostenerli tutti, di vincere le umane vicissitudini, e di durare quanto il mondo? …. Chiunque deve riconoscervi una meraviglia unica, le cui cause, divine o umane, certamente meritano lo studio  e l’ammirazione  dei saggi più di tutto quello che la Grecia e Roma offrono di ammirabile in materia di istituzioni politiche e di insediamenti umani.
A distanza di oltre due secoli, dopo gli eventi che hanno caratterizzato la storia del popolo ebraico dalla rivoluzione francese in poi, cosa direbbe oggi J.J. Rousseau e, soprattutto, cosa abbiamo da dire noi, che abbiamo attraversato la Shoà prima e la nascita dello Stato d’Israele dopo?La persecuzione, la deportazione e la faticosa rinascita del dopoguerra, dopo la fondazione dello Stato ebraico, dove oggi risiede una Comunità ebraica italiana che si è sviluppata e notevolmente rafforzata negli ultimi due decenni, ma che non gode di alcun riconoscimento da parte dell’Unione.E’ lecito domandarsi se l’ebraismo italiano possa identificarsi con le parole di Rousseau e quali sono le strategie che mette in campo per garantire quella fedeltà così ben descritta da Rousseau? In che misura la Comunità ebraica italiana, così ridotta nei ranghi sta elaborando nuove strategie per garantire il proprio sviluppo futuro?   Cosa ha contribuito alla resilienza ebraica…La domanda è cosa ha contribuito a formare il carattere “resiliente” del popolo ebraico e che potrebbe spingerci a rinnovare e riaffermare con forza il patto? Cosa ha impedito che gli ebrei potessero continuare a creare cultura e a partecipare alla vita del mondo, senza fare la fine di altri popoli ben più grandi e potenti, che crescevano e poi arrivavano a un declino per scomparire poi dalla scena della storia.Una risposta “tecnica” a questa domanda proponeva rabbi Nachman Krochmal (1785-1840). L’autore della Guida degli smarriti del nostro tempo sostiene che la teoria di Giambattista Vico secondo la quale tutti i popoli sorgono e tramontano nel tempo, non può essere applicata al popolo d’Israele: infatti costituisce una eccezione alla teoria vichiana della storia. A questa contraddizione, risponde rabbi Krokhmal: esistono due modalità secondo le quali si sviluppa la storia: gli altri popoli sorgono e tramontano nel tempo, Israele, per avere accettato e stipulato il patto alle pendici del Sinai, gode della protezione divina e vive sotto il segno dell’eternità e non può tramontare whatever it takes.Ma non possiamo appoggiarci solo sulla promessa, dobbiamo anche fare e reinventare qual è oggi il senso dell’identità ebraica e come può porsi nella linea del patto stipulato ai piedi del Sinai. Costruire una nuova Arca di Noè

Penso che nel corso della storia la capacità critica che possiamo far risalire alla scelta antiidolatrica di Abramo, alla capacità di accoglienza, alla lotta contro l’idea di un Dio che ama il sacrificio degli esseri umani e considera il dolore un privilegio; un sistema di vita che ha sempre rispettato il valore della vita umana e di quella degli altri esseri viventi, animali o vegetali, stabilendo che è una mizvà piantare nuovi alberi, e aiutare il prossimo senza aspettare che lo faccia lo Stato.

Questa capacità critica deve essere corroborata dallo studio dell’ebraismo, assieme a quello dello studio delle scienze, inteso come parte integrante dei doveri di ogni uomo, e soprattutto da un sistema di vita attento non solo alle dichiarazioni, ma impegnato nell’applicazione giorno per giorno a rispettare la legge non per dovere, ma per piacere (fino a ballare con la Torà).

La presenza ebraica serve non solo agli Ebrei, ma alla società tutta perché ogni componente dell’umanità ha una sua funzione: non c’è nessun bisogno di trascinare gli altri verso l’ebraismo, ma di educarli ad accettare i principi universali di Noè.  

Ciò che ha meravigliato gli altri è stata l’unità del popolo ebraico, un esempio da imitare per affermare e raggiungere l’unità del genere umano, per la soluzione dei problemi che abbiamo in comune: da quello della povertà, a quello del clima, prevenendo e rinunciando all’uso delle cose che la tradizione ebraica considera Motaròt, cioè inutili e superflue, che possono servire solo il singolo e non la collettività. L’unità deve essere perseguita e raggiunta anche da noi senza creare discriminazioni verso coloro che si ispirano al Hassidimo, al mondo haredì, a una visione universalista che sia anche sempre rispettosa della specificità e identità ebraica.

Non dobbiamo aspettare di essere costretti a risolvere un problema, solo quando siamo con l’acqua alla gola. Se pensiamo all’emergenza clima, possiamo rifarci a Noè e alla costruzione dell’Arca,  che simboleggia la Terra intera, la cui distruzione, nonostante gli allarmi di Noè, nessuno prese sul serio, come nel caso del clima.

Le guerre e le controversie furono eliminate nell’Arca: per tutto il periodo del Diluvio, il lupo e l’agnello condivisero gli stessi spazi e vissero d’amore e d’accordo. In quel caso non avevano alternative, ma ci sarà un tempo in cui i popoli si avvieranno per salire sul Monte di Sion e la convivenza sarà automatica e convinta, e la Terra sarà piena della conoscenza del Signore, gli uomini spezzeranno le proprie spade per farne aratri, nessun popolo alzerà la spada verso l’altro e non si imparerà più a fare la guerra (Isaia cap. 2).  

Nel frattempo gli ebrei devono impegnarsi a rafforzare le proprie basi, che sono nella Torà, dove ognuno può e deve avere una sua parte, come diciamo nelle preghiere. “Ten chelkènu betoratèkha”, dacci la nostra parte nella tua Torà: una parte che comprende studio, applicazione della zedakà, dell’amore per il prossimo, dell’insegnamento all’osservanza delle mizvoth e molte altre cose ancora, ognuno secondo le sue inclinazioni.

Scialom Bahbout