Eitan, il nonno e i tanti motivi di uno sbaglio | Kolòt-Voci

Eitan, il nonno e i tanti motivi di uno sbaglio

Fiamma Nirenstein

Non ho nessuna intenzione di sostenere che Shmuel Peleg abbia ragione, e nemmeno la moglie Esther, anche se il loro strazio è così sincero e evidente. Le loro ragioni di genitori, figli e nonni deprivati di tre generazioni di affetti, cui ora viene strappato anche l’ultimo virgulto, spezzano il cuore ma non giustificano il rapimento. La legge è chiara e giusta: non si può ottenere la custodia di un bambino rapendolo e esportandolo a forza, e il tribunale israeliano ha fatto bene a agire secondo la legge. Così del resto fa abitualmente: Israele è un Paese ubbidiente alla legge internazionale, al contrario di quello che si vocifera. Spiegare però non vuol dire giustificare; è giusto comunque cercare di capire perché Peleg abbia violato le norme in modo, alla fine, masochistico. Per farlo si può avventurarsi cautamente senza conosce il soggetto, fra le possibili colonne psicol ogiche di una persona come lui, sempre tenendo ferma l’idea che il suo gesto forzoso è frutto di un tratto particolare.

E tuttavia, pensiamo. Israele non è un Paese qualunque; non è come se Eitan fosse stato trasportato che so, dalla Danimarca all’Olanda. Ci sono voluti secoli, decine di migliaia di morti, guerre senza fine, fame incommensurabile, lavoro miracoloso, rischi e audace inimmaginabili per farne un Paese dove il popolo ebraico finalmente “torna”. Questa è la parola chiave. Ci si torna anche quando non ci è mai stati, è il Paese del ritorno del popolo ebraico, non importa se religioso o laico, dall’esilio.

Per Peleg è del tutto logico, anche contro il senso comune, che Eitan “torni” a casa; e “casa” è per lui in Israele, qui è la sua naturale radice secondo la logica di un uomo della sua generazione, la sua vita. Esther, la moglie, ha anche spiegato che qui il bimbo ha una famiglia molto vasta e adorante con cui è stato sempre in contatto, dove la figlia voleva tornare, e che, secondo lei, nel suo abbraccio di Shabbat, di ogni festa comandata, è l’indispensabile cemento per guarigione di Eitan dal dolore. “Famiglia” è una parola chiave in Israele. La terza parola chiave per capire (non per giustificare) è “conversione”: non necessariamente e non soltanto conversione religiosa, ma ogni cancellazione forzosa, ambientale, dovuta a assimilazione o a educazione, o a forzatura, dell’ identità di un ebreo. Questo è insopportabile per chi ap partiene a un popolo che si è tentato di cancellare tante volte, di convertire, di assimilare, di considerare superato, archeologico, destinato a sparire. Magari in Italia Eitan riceverà un’educazione ebraica nel senso del popolo ebraico.

Ma è ovvio, per il nonno, che il suo nido naturale sia Israele, che esiste per questo: gli ebrei sono stati minacciati di scomparsa totale molte volte, in molti esili, e restare un popolo unito è stata la grande sfida fino nella Shoah. Cristiani, musulmani e anche Napoleone hanno immaginato che fosse indispensabile per gli ebrei, cambiare strada. Ma un ebreo anche se non è religioso resta fedele al suo popolo. E’ un istinto indispensabile alla sopravvivenza.

Infine il gesto pazzoide dell’aereo privato: per carità, nessuna giustificazione. Ma si chiama sfida estrema. Israele a fronte di avventure fatali si è avventurato spesso in gesti in cui l’audacia sfida il senso di realtà. Tipo Entebbe. Niente in comune, sia chiaro, ma spero così di spiegare una mentalità di sopravvivenza. Peleg ha sbagliato, ma non è stato solo: i giudici italiani, la zia, tutti hanno turato la corda sin dall’inizio nell’affidare, nel pretendere, nello strapparsi una creatura che ha bisogno solo di un amore che metta tutti d’accordo. La storia biblica di re Salomone insegna. Le due famiglie si devono avvicinare, per Eitan.

Il Giornale