Spunti dal lunario 1934 per il “Modello ebraico Italiano” | Kolòt-Voci

Spunti dal lunario 1934 per il “Modello ebraico Italiano”

Rav Scialom Bahbout

Da qualche tempo ho tra le mani un Lunario ebraico per l’anno 5694, corrispondente all’anno 1934, pubblicato a Venezia per la Comunità locale (vedi figura).  E’ opera abbastanza pregevole e soprattutto contiene molte notizie sulle quali vale la pena fare una riflessione. Accanto all’anno dell’Era volgare, viene ricordato anche l’anno dell’Era fascista e più avanti tra le feste civili e nazionali vien segnalata anche la data della Marcia su Roma: così si usava allora!

Sfogliando il lunario della  Comunità di Venezia scopriamo che: si facevano ancora i digiuni di Shovavim (12 tra Gennaio e Febbraio!), si segnalavano l’ora della Luna nuova e della Luna piena  e il giorno e l’ora esatta della Tecufà. Inoltre per ogni mese veniva segnalato un breve midrash.

Troviamo ancora che la cerimonia per la confirmazione religiosa delle  giovinette aveva luogo il 1° giorno di Sciavugnod alle ore 15 e che la benedizione dei bambini veniva fatta il settimo giorno di Pasqua, il 2° giorno di Sciavuot e Sceminì Atzeret. Vi sono poi le annotazioni sugli orari delle tefillot per i giorni feriali (Shachrit variava tra le 8 e le 7 a seconda delle stagioni) e per il sabato e le feste,  oltre agli orari per la Levantina e la Spagnola, veniva segnalato che alla Scuola Canton, di rito tedesco, si ufficiava i Sabati, le feste solenni, Purim e Tishnà beav. Vi sono poi informazioni su pensioni e ristoranti kasher in Italia  (a Venezia Lido c’era la Pensione Kirschbaum).

Numerose sono le pubblicità lungo tutto il lunario e,  tra queste, quella della Fabbrica di Taledot di Seta di prima qualità a Milano (in Italia si producevano Taledot!) e naturalmente quella dei Fratelli Canal che offrivano carni macellate secondo rito ebraico con prosciutti e salumeria d’oca, nonché grasso d’oca puro colato.

A parte una breve nota sulla storia della Comunità di Verona, l’attenzione è dedicata soprattutto a Venezia e alle altre Comunità italiane: una prima lista è dedicata alle Comunità corredate delle relative consistenze numeriche e dei rabbini capi, e una seconda lista ai Templi Israelitici, in parte funzionanti regolarmente e in parte saltuariamente.  

Sia la pima lista che la seconda sono piene di sorprese. Scopriamo località in cui non si ufficiava più regolarmente, ma ve ne sono molte in cui le ufficiature avvenivano regolarmente.

La situazione demografica merita particolare attenzione: siamo alla vigilia delle leggi razziali e della Shoà e la popolazione ebraica italiana subirà un tracollo dal quale non si rialzerà senza una immigrazione postbellica da altri paesi: deportazione nei campi di sterminio nazisti e eliminazione da parte dei fascisti della Repubblica di Salò; emigrazione verso la Palestina e le Americhe; conversioni per sfuggire alle leggi razziali. Non ho i numeri precisi, ma ritengo che l’ebraismo italiano abbia perso con quanto accadde prima e durante la Shoà circa il 50% dei suoi membri. Lo sforzo per ricostruire le Comunità nel dopoguerra è stato immane, ma la verità che noi osserviamo oggi è che di fatto molte comunità o non esistono più o sono oggi virtuali. Purtroppo la mancanza di una massa critica di iscritti ha cancellato di fatto alcune comunità, la cui esistenza è solo sulla carta, in quanto non si svolgono preghiere di shabbath e anche in molte festività, non ci sono corsi di studio regolari ecc.

Questa situazione, lungi dall’abbatterci, dovrebbe essere un’occasione per rilanciare e ridefinire gli obiettivi che dobbiamo proporci. Vista la meticolosità dei numeri indicati nella lista l’autore doveva essere bene informato (probabilmente per “merito” delle autorità fasciste): esisteva una presenza capillare nelle regioni del Centro e Nord Italia ed è probabile che anche in diverse località minori ci fosse una qualche vita ebraica seppure limitata.

Pur se in condizioni disperate, spesso per la mancanza di una guida, quegli ebrei cercavano di resistere. Arrigo Levi mi raccontava che quando lasciarono Scandiano, dove secondo la lista vivevano 5 ebrei, portarono via in Argentina la lampada a olio della Sinagoga.

Cosa è possibile fare oggi? Ecco alcune iniziative che dovrebbero essere prese dalle Comunità assieme all’Unione delle Comunità:

1)     Adottare un deportato. La Memoria è sempre uno degli argomenti che attira la nostra attenzione. Il libro della memoria di Liliana Picciotto raccoglie i nomi di tutte le persone che sono state deportate dall’Italia: ognuno potrebbe assumersi l’onere di conservarne la memoria con azioni positive per affermare la continuità ebraica.

2)     I Media: Utilizzare i nuovi mezzi di comunicazione digitale per fare una indagine per cercare quanti si sono allontanati a causa delle leggi razziali per scoprire dove esistono ancora focolari ebraici, e cercare di attivarli mettendoli in contatto con altri centri più grandi: questo lavoro di ricerca rafforzerebbe anche coloro che, hanno una solida identità ebraica, perché li costringerebbe a mettersi in gioco, escogitando nuove strategie per valorizzare i messaggi dell’identità ebraica.

3)     Ottopermille: L’Unione delle Comunità riceve il contributo dell’Ottopermille: da un’analisi anche superficiale si rimane esterrefatti per il numero dei contribuenti e per le località da cui provengono le dichiarazioni. Sarebbe utile fare un’analisi accurata per intervenire in quelle località e per  cercare di capire il motivo di tanto interesse.

4)     Torà ‘im derekh eretzUna società ebraica con una identità forte non solo può essere più accogliente, ma può costituire un punto di riferimento esemplare per chi vuole avvicinarsi alla Torà e alla mizvoth. La società moderna ha un’influenza enorme soprattutto sui più giovani e sulle famiglie attraverso i media, la strada e i gruppi di pressione. I modelli culturali dell’ebraismo sono ovviamente le mizvoth che permeano tutta la vita: così come è importante lo studio per la professione che si vuole praticare, altrettanto vale per lo studio dei modelli ebraici e del loro significato, per evidenziare la differenza con quelli della società in cui viviamo. Molti ebrei hanno una cultura generale di buon livello, ma dal punto di vista della propria cultura ebraica sono quasi analfabeti: infatti la loro cultura si è fermata a quanto appreso per il Bar e Bat Mizvà, e sarà difficile che riescano a identificarsi con i contenuti e i messaggi ricevuti a quell’età.

5)     Hazòn: visione. Il successo di un progetto dipende innanzi tutto dal fatto di avere una propria visione, un proprio Hazon, che non si limita a ciò che si vede con i propri occhi, hic et nunc, ma essere capaci di rischiare e andare molto oltre. Tuttavia, accanto al Hazòn è necessario possedere una preparazione specifica: anche il leader migliore ha bisogno di seguire dei corsi professionali. Quindi bisognerà investire di più in corsi di alto livello e preoccuparsi di formare un maggior numero di maestri e animatori, magari appoggiandosi a quanto si fa in altri paesi europei e in Israele, per trasmettere un ebraismo che dia risposte adeguate ai tempi.

6)     Vincere l’immobilismo: Il problema dell’Italia ebraica è simile a quello della società italiana: un sostanziale immobilismo per cui ogni tentativo di innovazione non viene visto di buon occhio e non viene discusso nel merito, perché sembra quasi un attentato di lesa maestà.  La domanda è quali potrebbero essere gli strumenti per rafforzare quelli che sono comunque già vicini e per richiamare gli ebrei più lontani. E’ quindi necessaria innovazione nel campo della cultura e della sua trasmissione, non solo con nuovi strumenti, ma con iniziative nel campo sociale, del gioco, della creazione di tornei a distanza ecc.

7)     Allargare le comunità. Un ridotto numero di membri di una Comunità è uno dei problemi che fa spesso naufragare un progetto, motivo che dovrebbe indurre i capi delle Comunità a trovare momenti di incontro e collaborazione. Uno dei temi che è in un certo senso tabù è quello della creazione di incontri per facilitare la creazione di nuove famiglie. Anche in questo caso, siamo profondamente influenzati dall’ambiente e dalla tendenza a non formare nuovi nuclei famigliari (al massimo “si convive”, si ha “un compagno/a), a non avere figli ecc. E’ necessario un progetto educativo e occasioni ad hoc sia in Italia che all’estero per facilitare la conoscenza di persone in generale e di persone che possano anche essere a loro volta interessate alla ricerca di un partner. Nella società di oggi questo è un tabù difficile da superare, ma è necessario trovare nuovi sistemi…

8)     Gli ebrei di passaggio. Ci sono molti docenti e studenti ebrei che passano per l’Italia, bisogna trovare il modo per trovarli e coinvolgerli nei nostri progetti. Spesso si tratta di docenti di materie ebraiche che potrebbero fornire una visione diversa e sempre interessante.

9)     I Musei. Ogni comunità cerca di creare un proprio museo, ma purtroppo il più delle volte si finisce per trasformare la comunità stessa in Museo. Per essere ebraico un museo deve essere uno strumento attraverso cui un ebreo scopre e recupera la propria identità: per questo motivo ogni museo dovrebbe avere degli animatori – docenti capaci di fare questo lavoro di recupero e di scoperta maieutica delle radici.

Infine, qualcosa sull’epidemia di Covid 19 che ha colpito noi assieme a tutto il mondo. Come ogni triste evento, sta all’uomo cercare di trasformare quella che è una disgrazia in un qualcosa di positivo, cioè sta a noi fare quello che si chiama il Tikun, cioè la riparazione. Sarebbe un vero peccato, una colpa, se noi non imparassimo che anche quando si sta lontani si può e si deve essere vicini: usiamo quando è possibile la strumentazione per celebrare insieme quelle feste in cui l’uso dei mezzi elettronici è permesso, facciamo partecipare a un minian qualcuno che non vi può partecipare perché abita in un posto dove non c’è un minian regolare. Si possono portare molti esempi, e in questo caso le Comunità che posseggono ancora una struttura funzionante hanno delle responsabilità verso i dispersi o i piccoli nuclei.

Chiudo quindi raccontando una storia. C’era a Lippiano (una piccola cittadina tra la Toscana e l’Umbria) un piccolo nucleo che non ce la faceva a fare minian (mancavano un paio di persone per completarlo): per celebrare le feste si rivolsero a Pisa, che a quel tempo (siamo nel 1800) era una comunità importante. La risposta che ricevettero fu che loro non avevano mezzi e tempo per occuparsi degli ebrei di Lippiano. Noi oggi sappiamo che ci sono molte piccole Comunità e piccoli nuclei nella situazione di Lippiano: le Comunità maggiori hanno una responsabilità e devono aiutarle: kol Israel ‘arevim ze bazè, tutti gli ebrei sono garanti gli uni per gli altri. Ai tempi dell’episodio narrato non c’erano strutture nazionali (come l’Unione delle Comunità e l’Assemblea dei Rabbini): quindi le possibilità di assistenza oggi sono certamente più disponibili.

Ci vuole Hazòn, volontà di vincere l’immobilismo e capacità di accogliere e allargare la Comunità nazionale.

Scialom Bahbout

Templi israelitici (regolarmente aperti)

Acqui, Alessandria, Ancona (Italiano e tedesco), Asti, Bologna, Casale Monferrato, Cuneo, Ferrara (Italiano, Tedesco, Spagnolo), Firenze (Spagnolo, italiano Spagnolo), Genova, Gorizia, Livorno, Mantova (Italiano, Italiano, Italiano), Merano, Milano, Modena, Napoli, Padova, Parma, Pisa, Pitigliano, Reggio Emilia, Roma (Italiano, Italiano, Italiano), Rovigo, Siena, Torino, Trieste, Venezia (Spagnolo, Levantino, Tedesco, Tedesco, Italiano), Vercelli, Verona.

Templi Israelitici (dove non si officia più regolarmente)

Biella, Busseto, Carmagnola, Carpi, Cento, Cherasco, Chieri, Colorno, Conegliano, Correggio, Cortemaggiore, Finale, Fiorenzuola, Fossano, Ivrea, Lugo, Moncalvo, Monticelli, d’Ongina, Nizza Monferrato, Ostiano, Pesaro, Sabbioneta, Saluzzo, S. Daniele del Friuli, Scandiano, Senigallia, Sermide, Soragna, Trino, Urbino, Viadana, Vittorio Veneto.

NB.

La lista contiene anche le seguenti comunità: Abbazia, Fiume, Pola (Dalmazia)

Comunità delle Colonie: Asmara, Bengasi, Cirene, Derna, Tobruch, Rodi, Tripoli