La salvezza che solo il canto polifonico può assicurare | Kolòt-Voci

La salvezza che solo il canto polifonico può assicurare

Parashà di Haazìnu

Rav Scialom Bahbout

Mosè ha terminato i suoi discorsi: dopo gli ammonimenti, resta la Benedizione che Mosè impartirà al popolo ebraico e alle 12 tribù. Dopo aver ricordato al popolo le norme principali che finalmente dovranno essere applicate nella Terra promessa e che riguarderanno non più solo il singolo, ma la società intera, Mosè dovrebbe scrivere o dettare il suo testamento per dire cosa vuole lasciare al Popolo d’Israele. In un testamento ci aspetteremmo parole affettuose e una sintesi di quella che egli ritiene sia la sua eredità. E questa dovrebbe essere espressa in maniera chiara, senza parabole. Mosè sceglie invece un’altra strada: scrive un testamento che potremmo definire un avvertimento per il futuro e come forma di scrittura usa la poesia, una Shirà, una Cantica. Questa Shirà rappresenterà la presenza continuativa di Mosè nel corso della Storia del popolo e per questo il popolo dovrà impararla  a memoria:  Ora scrivete per voi questa cantica e insegnatela ai figli d’Israele; mettetela loro in bocca, perché questa cantica mi sia di testimone contro i figli d’ Israele (31, 19): cioè una testimonianza che l’avvertimento è stato dato anzi tempo. 

Il Sifrè (Ahazinu 32, 43; 333) così definisce Ahazinu: “Grande è questa cantica  perché contiene il presente, il passato e il futuro, c’è in essa questo mondo e il mondo a venire”. Con questa premessa, possiamo dividere la Cantica in cinque parti:

La prima (1- 3) contiene l’introduzione, un invito a lodare il Signore;

La seconda (4 – 15)  racconta la storia dell’elezione di Israele dall’inizio fino all’arrivo nella Terra promessa; l’ultimo verso (15) descrive già l’inizio della caduta di Israel;

La terza (16 – 27) descrive le grandi e terribili punizioni cui andrà incontro il popolo d’Israele;

La quarta (28 – 39) spiega perché le nazioni che hanno aggredito Israele verranno punite a loro volta: infatti attribuiranno le loro vittorie alla loro potenza e non a una decisione divina: Israele verrà quindi redenta non per i suoi meriti ma per il comportamento dei popoli che l’avranno sottomessa. Il pericolo per il Signore è che la caduta di Israele venga interpretata come una incapacità divina di dare seguito alle sue promesse (Hillul Hashem)

Infine la quinta (40 – 43) in cui si invitano i popoli a capire quanto accade a Israele.

Scrive Ramban che nel verso “Mosè venne e parlò alle orecchie del popolo tutte leparole di questa cantica” , la parola tutte, sta a indicare che essa comprende appunto tutte le cose future, anche le più piccole”.

Anche se le parole di Mosè sembrano riferirsi solo alla Cantica contenuta nella parashà di Ahazinu, il sospetto che qui Mosè intenda riferirsi a tutta la Torà è molto forte. Ognuno dovrà scrivere un Sefer Torà (è l’ultimo dei 613 precetti che Mosè trasmettete al popolo) e dovrà far sì che sia una Cantica, perché solo così potrà essere garantita la sua eternità e l’eternità del popolo, unico tra i popoli antichi a rimanere in vita.

A cosa può essere quindi attribuito il fatto miracoloso che il popolo ebraico, rimarrà in vita nonostante tutto?  Alla sua capacità di rinnovare continuamente il senso delle parole della Torà, che deve essere intesa non come Nachalà (un’eredità acquisita e basta), ma come una Morashà (un’eredità che comporta un lavoro continuo di conferma).

Yehiel Michael Epstein nell’introduzione all’Arukh ha-Shulchan, Choshen Mishpat, scrive che la Torà è paragonata a una Cantica perché, per chi apprezza la musica, il suono corale più bello è un’armonia complessa con molte voci diverse che cantano note diverse. Questa è la Torah e la sua miriade di commenti, i suoi “settanta volti”. L’ebraismo è una sinfonia corale composta a più voci, il testo scritto la sua melodia, la tradizione orale la sua polifonia.

La vita di Mosè termina con il comando di ricominciare in ogni generazione a scrivere il proprio  rotolo, aggiungendo i propri commenti. Il lavoro non può essere solo intellettuale, ma deve essere fatto con il linguaggio dell’anima e non solo della mente. Solo così Mosè potrà essere sempre presente nella vita di Israele: nessun monumento può sostituire una Cantica.

Se vogliamo trasmettere alle future generazioni la Torà non abbiamo scelta: dobbiamo essere capaci di “cantarla”. Un grande maestro del secolo scorso, spiegò una volta che un suo figlio si era allontanato dalla Torà perché lui non aveva cantato nella Seudà shelishit, il terzo pasto sabbatico, ma aveva fatto solo dei discorsi.  Il discorso si può perdere, ma il canto continua a risuonare. Sappiamo quanto sia importante il canto in tutte le manifestazioni ebraiche sia al Beth hakeneset che a casa: è espressamente proibito modificare il canto di una preghiera dei giorni penitenziali, perché quel canto rappresenta il collegamento tra le generazioni che, in un certo senso, cantano tutte insieme.

Dopo quanto avvenuto durante la Shoà, uno dei problemi fu quello di andare a recuperare i bambini che i genitori avevano cercato di salvare, dandoli in consegna ai conventi. L’unico modo per ritrovarli fu quello di cantare una ninna nanna o lo Shemà che i genitori facevano dire loro prima di dormire. E’ la capacità di sapere “cantare la Torà” che ha reso eterna la Torà e con essa Israele.

Questo lavoro deve essere fatto da ognuno di noi e non può essere delegato solo ai Maestri di ogni generazione.

Scialom Bahbout

Yechiel Michal Halevi Epstein (1829 – 1908)

Yechiel Michal Halevi Epstein autore dell’Arukh Hashulchan vissuto in Lituanai era il rabbino di Novardok. Scrisse il suo libro sui quattro volumi dello Shulchan durante le riunione del Beth din della città di cui era Rabbino capo. Grande esperto di Halkhà riusciva a fare più cose nello stesso tempo. Discendente di una famiglia sefardita (Benveniste) che arrivò a Francoforte e cambiò il proprio nome come segno di riconoscenza per la città che li aveva accolti. Studiò per due anni nella famosa Yeshivà di Volzhin.