Il peso e la gioia di un patto | Kolòt-Voci

Il peso e la gioia di un patto

Parashà di Ki Tavò

Rav Scialom Bahbout

Il rapporto tra Israele e Dio è stato stabilito con tre patti: il primo stipulato in Egitto, il secondo ai piedi del Monte Sinai e il terzo nella terra di Moav (Yalkut Simon’oni, Nizavim):  Rav J. B. Soloveitchik (in Kol Dodì Dofek) definisce il primo patto come “patto destino”, cioè il patto di solidarietà di una comunità perseguitata e schiavizzata; il secondo come  “patto missione”  di una comunità che accetta le mizvoth della Torà, come strumento per divenire un popolo santo; il terzo stipulato nella terra di Moav, identico nei contenuti al secondo, salvo l’aggiunta di una “Alà”, un giuramento per cui,  qualora avesse trasgredito il patto, Israele sarebbe andato incontro a gravi sciagure: questo patto si rese necessario in quanto l’adorazione del vitello d’oro aveva annullato il patto del Sinai: bisognava quindi rinnovarlo precisando anche gli impegni che Israele si assumeva, cioè la Alà di cui sopra.

Inoltre era necessario anche stabilire un impegno per quanto riguardava il futuro e questo doveva includere tutti i membri del popolo d’Israele: i capi, gli anziani, i funzionari e ogni persona: i bambini, le donne, i forestieri e tutti coloro che avevano un rapporto particolare con Israele (in quel momento erano i legnaioli e gli acquaioli).

Nel rappresentare tale impegno, all’inizio della parashà troviamo queste parole: Non soltanto con voi io sancisco questa alleanza e pronuncio questo giuramento, ma con chi oggi sta qui con noi davanti al Signore nostro Dio e con chiunque oggi non è qui con noi.  (29: 13 – 14): dato che tutto il popolo esistente in quel momento era radunato lì, la frase “chiunque non è qui” significa “le generazioni non ancora nate”. Questo significa, secondo il Talmud, siamo tutti mushba’ ve-‘omèd me-har Sinài, cioè siamo tenuti ad osservare il giuramento fatto sul Monte Sinai, quando abbiamo accettato di essere il popolo di Dio, soggetto alle leggi di Dio: i nostri antenati ci hanno obbligato a continuare a osservare la Torà (Yoma 73b, Nedarim 8a).

Se si escludono i gherim, i proseliti che hanno il “privilegio” di scegliere di diventare ebrei, questo non è dato all’ebreo, Mosè vuole che anche le generazioni future si sentano impegnate a osservare la Torà e che nessuno possa dire: Mosè ha stretto un’alleanza con i nostri antenati, ma non con noi

Questo è uno degli elementi più importanti dell’ebraismo:  nasciamo ebrei e diventiamo adulti all’età di dodici anni per le ragazze e a tredici per i ragazzi e siamo membri dell’alleanza dalla nascita: il Bar mizvà e il bat mizvà non sono una “conferma”, ma soltanto l’acquisizione della consapevolezza che da questo momento, in quanto adulti, si ha l’obbligo di osservare le mizvoth. La scelta di essere ebrei è già avvenuta più di tremila anni fa, quando Mosè disse: “Non è solo con voi che sto facendo questo giuramento, ma con … chiunque non è qui con noi oggi“: cioè tutte le generazioni future, noi compresi.

Ma il consenso è sempre necessario?

Tuttavia, un principio fondamentale dell’ebraismo è che non esiste obbligo senza consenso: come possiamo essere vincolati da un accordo cui non abbiamo mai partecipato ? Come possiamo essere soggetti a un patto stipulato tanto tempo fa dai nostri lontani antenati? I Maestri sollevarono una domanda simile sull’accettazione della Torà al momento della rivelazione. Il Talmud suggerisce che non erano del tutto liberi e che hanno accettato perché costretti. “Il Santo, benedetto Egli sia, sospese la montagna su di loro come una tinozza e disse: Se dici di sì, tutto andrà bene, ma se dici di no, questo sarà il luogo della tua sepoltura” (Shabbat 88b). Su questo, R. Acha bar Yaakov ha detto: “Questo costituisce una sfida fondamentale alla legittimità del patto”. Il Talmud risponde che, anche se all’epoca l’accordo potrebbe essere stato preso sotto costrizione, gli ebrei hanno affermato volontariamente il loro consenso ai tempi di Assuero, come suggerito dal libro di Ester: avrebbero cioè potuto accettare le leggi di Assuero, e convertirsi, ma non lo fecero. Il testo della Meghillat Ester dice infatti: Kiyemù vekibbelù, gli ebrei misero in pratica e accettarono, cioè misero in pratica ciò che avevano già accettato. I Maestri credevano fortemente che un accordo doveva essere libero per essere vincolante ed è quanto fecero Mordekhai ed Ester proprio durante le persecuzioni di Haman.

Gli ebrei di oggi non esistevano ancora: come possono allora essere vincolati dal patto? Come si può trasmettere l’identità ebraica da genitore a figlio? Se l’identità ebraica fosse semplicemente razziale o etnica, potremmo capirla, ma sappiamo che non è così: la conversione annulla tutte le barriere razziali. Per rispondere a questo dilemma, i Maestri usano un altro principio:  Zakhìn la-adàm shelò be-fanàv: si può conferire un beneficio a una persona senza che lo sappia e la conversione  all’ebraismo è considerata dai Maestri un zekhut, un merito, un beneficio. E’ questo uno dei motivi per cui un Bet din può convertire un minore (che non ha ancora raggiunto la maturità per decidere in autonomia), se ritiene che ci siano buone probabilità che si realizzi appunto un beneficio e che il bambino osserverà le mizvoth. Esiste però il pericolo opposto che la conversione di un minore comporti una chovà (obbligo): la conversione all’ebraismo determina anche dei doveri e dei limiti alle scelte legittime: chi non è ebreo può lavorare di Shabbat, mangiare cibo non kasher e così via: in altra parole si può conferire a qualcuno un vantaggio, ma non un obbligo (chovà) senza il suo consenso.

In breve, questa è la questione per eccellenza dell’identità ebraica. Come possiamo essere vincolati dalla legge ebraica, senza una nostra scelta, solo perché i nostri antenati hanno acconsentito a nostro favore? Il problema come abbiamo visto nasce già con la rivelazione del Sinai e si è poi manifestato più volte in maniera drammatica in vari momenti cruciali della storia ebraica.

Gli ebrei furono e sono davvero liberi di scegliere ?

Secondo Ezechiele (22: 32-37), durante l’esilio babilonese troviamo il primo riferimento al tentativo degli ebrei di sottrarsi attivamente al patto e di abbandonare la propria identità,  cosa che non avrà successo:

E ciò che v’immaginate in cuor vostro non avverrà, mentre voi andate dicendo: Saremo come le genti, come le tribù degli altri paesi che prestano culto al legno e alla pietra.  Com’è vero ch’io vivo – parola del Signore Dio – io regnerò su di voi con mano forte, con braccio possente e rovesciando la mia ira. Poi vi farò uscire di mezzo ai popoli e vi radunerò dai  territori dove foste dispersi con mano forte, con braccio possente e con la mia ira traboccante  e vi condurrò nel deserto dei popoli e lì a faccia a faccia vi giudicherò.  Come giudicai i vostri padri nel deserto del paese di Egitto così giudicherò voi, dice il Signore Dio.  Vi farò passare sotto il mio bastone e vi condurrò sotto il giogo dell’alleanza .

Nel II secolo AEV c’erano ebrei che si ellenizzavano, ispirandosi ai costumi greci. Altri, sotto il dominio romano, cercarono di diventare romani. Alcuni addirittura si sottoposero a un’operazione nota come epispasmo per invertire gli effetti della circoncisione (in ambito ebraico erano conosciuti come meshukhim) per nascondere il fatto che erano ebrei, specie se dovevano partecipare alle Olimpiadi dove gli atleti gareggiavano nudi.

La situazione si fece molto più complessa durante il medioevo in Spagna.

È qui che troviamo due commentatori della Bibbia, R. Isaac Arama e R. Isaac Abarbanel, che sollevano precisamente la domanda che abbiamo sollevato su come l’alleanza possa legare gli ebrei oggi: mentre i commentatori precedenti non se ne curavano, proprio ai loro tempi – tra il 1391 e il 1492 – c’era un’immensa pressione sugli ebrei spagnoli per convertirsi al cristianesimo, e ben un terzo potrebbe averlo fatto (erano conosciuti in ebraico come anusim, in spagnolo come conversos, e spregiativamente come marranos, “porci”). La domanda “Perché rimanere ebreo?” diveniva sempre più reale.

La stessa domanda si sono posti nel tempo gli ebrei sotto il dominio musulmano, almeno nei primi tempi, con l’apparente “vantaggio” che l’Islam non richiedeva l’adorazione di immagini.

In tempi più recenti, durante l’emancipazione tedesca e durante le persecuzione naziste, a nulla sono valse le conversioni: gli ebrei non poterono sfuggire al loro destino: anche contro la loro volontà sarebbero stati riconosciuti come ebrei. Paradossalmente l’antisemitismo “cristiano” medievale consentiva agli ebrei di salvare la vita con la conversione, ma quello nazista no. Insomma, l’antisemitismo razziale imperversava, ma gli ebrei, convertiti o meno, continuavano a essere perseguitati.

La risposta dei mistici

Molti commentatori si sono posti la domanda “Perché continuare a rimanere ebrei”? I mistici rispondono che le anime degli ebrei non ancora nati erano presenti ai piedi del Sinai e ratificarono il patto (vedi anche Esodo Rabbà 28:6). Ogni ebreo, in altre parole, dette il suo consenso ai giorni di Mosè anche se non era ancora nato. I Maestri intendono dire che nel profondo del suo cuore anche l’ebreo più assimilato sapeva di essere ancora ebreo, anche se si era convertito o semplicemente allontanato dall’osservanza.

I commentatori spagnoli del XV secolo già citati (Abravanel e Aramà) e che hanno vissuto in prima persona il Gherush e le persecuzioni – trovarono problematica questa risposta, anche se riconoscono che agli ebrei spagnoli non fu data la scelta di cancellare il proprio ebraismo perché furono comunque perseguitati. Se come dice Arama, ognuno di noi è corpo e anima, come può essere allora sufficiente dire che la nostra anima era presente al Sinai? Come può l’anima obbligare il corpo? Se l’anima accetta il patto, si può continuare a essere spiritualmente ebreo e conferirlo a qualcuno senza il suo consenso, dato che essere ebreo è considerato un privilegio. Ma per il corpo? L’alleanza è un peso che comporta molte restrizioni proprio ai piaceri fisici.

Rabbenu Behayè fa un paragone con la piante e l’albero: le foglie che sono lontane dalle radici, godono della linfa che proviene dalla radici stesse. In altre parole nelle foglie troviamo il DNA dell’albero: le anime delle generazioni future furono presenti al Sinai, ma non i loro corpi: ciò costituirebbe comunque un consenso, perché è l’anima che guida il corpo.

Il popolo di cui Dio stesso ha detto: “Figlio mio, mio primogenito, Israele” (Es. 4:22) sa che questa dichiarazione potrebbe essere un privilegio, ma potrebbe anche essere un peso. Siamo spesso convinti che le uniche cose significative della nostra vita siano quelle che scegliamo: alcuni dei fatti più importanti che ci riguardano non derivano affatto da una nostra scelta. Non abbiamo scelto di nascere: non abbiamo scelto i nostri genitori e il tempo e il luogo della nostra nascita. Eppure ognuno di questi fatti ha una influenza determinante su chi siamo e cosa siamo chiamati a fare.

Non tutti gli obblighi che ci vincolano sono stati liberamente scelti da noi stessi: ci sono obblighi che provengono dalla nascita. In un certo senso siamo come dei principi che hanno ricevuto una eredità che  implica una serie di doveri e una vita di servizio rivolta agli altri. In circostanze estreme, come per un monarca è persino possibile abdicare, ma nessuno sceglie di essere erede al trono. Questo è un destino, un destino, che arriva con la nascita (cioè: ‘al korchachà atta hai).

Questo è il senso di quanto affermano i Maestri: anche se non siamo principi, siamo benè melakhim, figli di principi. Sappiamo che nel nostro DNA ci sono vestigia regali, ma questo più che un privilegio è spesso vissuto come un peso. Sta a ogni ebreo trasformare il peso in una scelta gioiosa, secondo le parole della preghiera: “Siamo davvero felici. Quanto è bello il nostro destino, quanto è piacevole la nostra sorte, quanto è splendida la nostra eredità”. Nel profondo della nostra memoria collettiva continuano a risuonare le parole di Mosè. “Non è solo con te che sto facendo questo patto, ma con chiunque non sia qui con noi oggi”. Ogni ebreo, lo voglia o meno, è parte di una storia misteriosa che può decidere se portare avanti: una vita eterna (Chayè ‘olàm) sta dentro ognuno di noi e il futuro dell’alleanza dipende da ognuno di noi. Non a caso questo brano si legge sempre nei giorni cruciali che precedono Capodanno e Yom Kippur, i giorni destinati alla scelta e a come vogliamo creare il nostro futuro.

Scialom Bahbout