L’incredibile storia di Roberta Ascarelli: tra i fratelli Grimm, Napoli e l’ebraismo | Kolòt-Voci

L’incredibile storia di Roberta Ascarelli: tra i fratelli Grimm, Napoli e l’ebraismo

Le origini tedesche, gli studi per riconnettersi alle vicende della propria famiglia. La nobiltà napoletana e il rapporto con la città (a partire dal calcio). Colloquio con la professoressa di Letteratura tedesca all’Università di Siena

Francesco Palmieri

Talvolta l’imprevedibile macchina centrifuga che noi con familiarità chiamiamo Storia scompone e ricompone – basta che ne abbia il tempo – stirpi e linguaggi, uomini e donne, terre e mari con esiti tanto più riusciti quanto più inverosimili. Se lei non fosse persona di provata serietà (dunque anche molto affabile), fatichereste a credere alla vicenda familiare di Roberta Ascarelli, ordinario di Letteratura tedesca all’Università di Siena e docente di Letteratura ebraica contemporanea presso il Diploma di studi ebraici dell’Ucei, già presidente dell’Istituto italiano di studi germanici dal 2015 al 2019. Forse perché discende dai fratelli Jacob e Wilhelm Grimm, insuperabili raccoglitori di fiabe; forse perché è arduo pensare a un amore inestirpabile per la Germania che si ravviva subito dopo l’ultima guerra mondiale nel connubio con una famiglia ebrea che aveva acquisito un titolo di nobiltà nella Spagna del 1275, con lo stemma araldico (o cabalistico) dove campeggiano un leone, una torre, la luna, effigiati nell’anello che la professoressa Ascarelli porta ancora; forse perché è bizzarro immaginare che questa corsa dispari di genealogie distanti finisca per discendere a Napoli, dove la memoria della famiglia Ascarelli è consacrata nel reparto più emotivo della città. Quello del calcio. Perché fu Giorgio, zio di Roberta, a fondare nel 1926 la squadra azzurra e a diventarne il primo presidente.

Dalla Foresta Nera al Vesuvio, dal tedesco al napoletano, dalle poesie di Goethe ai Salmi, dalla Spagna all’Europa orientale, perché lei è tra i maggiori studiosi dell’eresia ebraica frankista. Come si combina questo frullato di diversità?

Ricordo la prima domanda che ci fece, a Parigi circa un quarto di secolo fa, la nostra insegnante di yiddish: da dove siete emigrati? Una domanda tipica nel mondo ebraico. Risposi: non sono figlia di emigranti, ma di viaggiatori. Mi sento figlia di un racconto di viaggio tra un percorso definito dalle carte geografiche e un altro, indefinito, svolto su una serie di affabulazioni che costituiscono una sorta di mito familiare.

Come comincia?

Negli anni Ottanta dell’Ottocento con la signorina Wilhelmine Grimm, che con la mamma parte da Kassel per un viaggio di svago e formazione a Baden Baden, dove incontra un giovane americano, erede di una famiglia ricchissima discendente addirittura dal Mayflower, ma che forse aveva poca voglia di lavorare. Tra i due scatta il colpo di fulmine, si sposano e decidono di rimanere a Baden, luogo che favoriva la dissoluzione e la creazione di amori e patrimoni. Purtroppo Wilhelmine resterà presto vedova e deciderà di trasferirsi a Roma.

Perché proprio Roma?

Forse perché molti percorsi di rinascita prevedevano il passaggio a Roma. Qui lei, ora vedova Stratford Yves, diventa dama di compagnia della regina Margherita. Sua figlia Blanche crescerà nell’ambiente di corte e conoscerà un simpatico ufficiale napoletano: Ettore Borgström, uomo dai viaggi e dagli amori avventurosi. Se ne invaghirà.

Borgström non è un tipico cognome napoletano.

È l’intrico delle stirpi… I bisnonni di Ettore erano scesi nell’Ottocento per il viaggio in Italia e avendo coltivato una certa vena pittorica furono apprezzati dai Borbone, sicché restarono a Napoli. Un pronipote, Luigi, diventato precettore di corte e ufficiale di Marina, sposa una principessa napoletana. Dal matrimonio nasce Ettore, il marito di Blanche, la quale doveva avere un caratterino forte: in famiglia si racconta che si travestì da soldato per seguire il marito durante la Prima guerra mondiale. Purtroppo anche lei morirà presto, nel 1921. L’ultima dei loro cinque figli fu mia mamma Beatrice.

Che tipo era?

Aveva ereditato dal lato femminile della famiglia il grande amore per il mondo tedesco: la lingua, la musica, la poesia. Non bastando, durante la Seconda guerra mondiale aveva conosciuto a Capri un ufficiale della Wehrmacht e ci si era fidanzata… Poi proprio a Capri, subito dopo la guerra, s’imbatté in mio padre Dario Ascarelli, che invece era stato internato durante il conflitto perché ebreo. Fu probabilmente il primo ebreo che avesse mai incontrato.

Quanto pesò su di loro la catastrofe appena conclusa?

La loro idea era che Beatrice e Dario dovessero rimettere a posto i guasti della Storia.

Chi erano gli Ascarelli?

Una dinastia di commercianti che aveva conseguito una crescita sociale in Spagna fino alla cacciata degli ebrei, quando come molti altri vennero a Roma perché il papa li accoglieva nella speranza, che in generale non fu mai molto pressante, di poterli convertire. Più tardi, nel Settecento, dopo l’istituzione del ghetto, godettero del privilegio di restarne fuori poiché erano diventati i materassai del pontefice. Rimasero una famiglia di mercanti benché nel Cinquecento avessero prodotto una poetessa: Debora Ascarelli. Verso la fine dell’Ottocento, assecondando l’invito dei Rotschild, si trasferirono a Napoli.

Non c’era, in città, una comunità ebraica?

Formalmente, Napoli era interdetta agli ebrei. Nella realtà, come dimostrano diversi documenti, furono sempre tollerati.

Cosa fanno gli Ascarelli a Napoli?

Continuano nel commercio di stoffe, poi impiantano fabbriche tessili e si dedicano al finanziamento immobiliare. Si trovano talmente bene che decidono di assumere alcune iniziative per radicarsi nel rapporto con la città: costruiscono un ospizio per i poveri, fanno opere di filantropia, edificano il Rione Ascarelli.

L’idea illuminante di Giorgio, fratello di suo nonno Alfredo, è la fondazione della società calcio Napoli.

Sì, assieme alla costruzione di uno stadio, il Vesuvio, che sarà poi intitolato a furor di popolo ‘Ascarelli’ finché il fascismo non gli cambierà nome in Partenope. E gli Ascarelli costituiscono anche il Circolo Canottieri Napoli.

A questo punto la vostra è ormai una famiglia partenopea a tutti gli effetti.

Ebrei profondamente napoletanizzati, che diventarono un punto di riferimento cittadino. L’affetto generale per gli Ascarelli non fu scosso nemmeno dalle leggi razziali, che naturalmente anche i miei soffrirono molto. Però mio padre raccontava che, quando incontrava per strada il federale, era questi a salutarlo per primo. Furono rarissimi gli episodi di antisemitismo.

Ne rammenta qualcuno?

Un giorno, mentre mio nonno Alfredo era al Circolo del Tennis, un signore espresse commenti sgradevoli sugli ebrei.

E lui?

L’indomani si comprò il Circolo.

Com’era suo nonno?

Un po’ scapestrato da ragazzo. Gli vollero trovare una moglie intellettuale e combinarono le nozze con Maria Malvano, discendente da una famiglia di diplomatici e banchieri ebrei di Torino. Quando suo padre Giacomo, segretario generale degli Esteri, ricevette Theodor Herzl che visitava il re, e che tentava di convincerlo dell’importanza del sionismo, gli rispose: ‘Io veramente mi trovo tanto bene qui…’ Maria e Alfredo rappresentavano due diversi mondi ebraici che s’incontravano, ma tra loro parlavano francese. E napoletano.

Come affrontò una famiglia così borghese la tragedia della Seconda guerra mondiale?

Si può immaginare. Già mio padre era stato cacciato da scuola, poi nel ’40 col fratello fu internato nel campo di lavoro di Tora Presenzano. Non erano certo ragazzi abituati a sopportare le durezze di una vita simile, che avrebbe potuto concludersi in modo peggiore con l’arrivo dei nazisti. Ma quando i fascisti abbandonarono il campo, lasciarono i cancelli aperti e tutti poterono fuggire. Mio padre e mio zio furono nascosti nel castello della famiglia Falco, che li conosceva bene, assieme ad altri ebrei. Con grande coraggio. Gaetano Falco è difatti fra i Giusti tra le nazioni.

Ma il matrimonio dei suoi genitori funzionò?

Non fu felicissimo. Finì per essere il secondo divorzio di Napoli. Però a casa era un confronto di silenzi interessantissimo. Mamma era filotedesca, mio padre, socialista, dopo la guerra diventò assessore. Fu il più votato tra gli eletti al Consiglio comunale proprio per il cognome che portava. E quando mia madre andò via da Napoli a Roma, portando me e mia sorella, mi dispiacqui molto. Decisi che appena avrei potuto me ne sarei andata in Germania: grazie a mamma conoscevo Goethe, ascoltavo Haydn, Mozart. Dopo il diploma riuscii a farmi assumere dalla Bmw a Monaco di Baviera, ma poiché ero nata a Napoli non mi affittavano una stanza. Mamma mi costrinse a tornare e mi iscrissi all’università. Laurea con una tesi su Goethe. E cominciò a piacermi l’idea della carriera accademica: per me sarebbe stato anche un modo per rimettere assieme la storia di famiglia. Viaggiando. Ho insegnato a Harvard, Toronto, Rochester, Vienna. Il viaggio tornava nella mia storia.

I suoi studi sono stati dedicati, in prevalenza, all’ebraismo tedesco.

L’ho fatto seguendo alcune linee non mainstream, ossia senza mettere l’accento sui due classici filoni: la diversità ebraica e l’omologazione. Mi sono invece concentrata sui punti in cui gli ebrei seguono uno specifico percorso di civilizzazione con una idea ebraica di adesione al mondo degli altri.

In quali manifestazioni storiche?

Per esempio nel fine secolo austriaco, dove sono portatori di un modello fortissimo e separato, fautore di una grande civiltà letteraria e filosofica che non è collocabile nel polo della diversità ebraica né in quello dell’omologazione cristiana. Poi un altro percorso di adesione alla modernità, secondo una dinamica peculiare, è quello sviluppato dall’eresia di Jacob Frank, su cui ho speso molti anni di studio. Una storia appassionante, uno snodo fondamentale nel rapporto tra ebrei e cristiani, dove i primi rivendicano un ruolo tra i secondi senza mai negare le proprie origini. I frankisti prendono parte a tutte le rivoluzioni occidentali, da quella francese alle lotte tedesche e polacche al Risorgimento italiano, spostando il mondo ebraico dalla preghiera all’azione con derivazioni mistiche. I convertiti riescono spesso, come in Polonia, a entrare nella nobiltà suscitando per reazione anche un fortissimo antisemitismo. Sono criptogiudei, rivoluzionari, nobili e, soprattutto i boemi, riescono ad avere la gestione dei monopoli imperiali, quindi diventano anche molto ricchi. Rappresentano insomma un mondo di passaggio che determina in misura significativa alcuni movimenti rivoluzionari e progressisti. Alla base c’è un messianesimo dell’agire e della presa di potere attraverso la rivoluzione. Aristocratica e democratica.

Quale risvolto può avere nella politica contemporanea?

Mentre la Mitteleuropa di ascendenza cristiana è integrante, quella ebraica ci fa comprendere l’importanza delle diversità che s’incontrano. Studiarla in questo momento aiuta a vedere la prospettiva di un’altra Europa, non quella dell’omologazione a tutti i costi che secondo me non funziona, ma quella del rispetto delle identità nazionali e religiose in ogni sfumatura. Sto lavorando a questo scopo con l’Aynt, l’Associazione di studi ebraico-tedeschi che ho fondato, in collaborazione con alcune università. Bisognerebbe cancellare l’idea un po’ dolciastra di una Mitteleuropa di umanisti sul modello di Erasmo da Rotterdam, per valorizzare invece la prepotente richiesta di diversità, progresso e sviluppo che si rinviene in moltissime voci ebraiche. Ed è sicuramente utilizzabile per il presente”.

Nell’imprevedibile centrifuga della Storia collettiva, come di quella personale, gli esiti si apprezzeranno soltanto a cose fatte.