Per servire e per custodire | Kolòt-Voci

Per servire e per custodire

Parashà di Shofetìm – L’ambiente e l’immagine distorta sulla posizione ebraica

Rav Scialom Bahbout

La parashà di Mishpatim, nel definire le leggi della guerra, stabilisce una norma apparentemente minore che è diventata molto importante in questo tempo. In una campagna militare durante l’assedio di una città viene data questa norma: Quando assedi per lungo tempo una città, combattendo contro di essa per conquistarla, non distruggere i suoi alberi abbattendo la scura su di essi. Da essi mangerai frutti. Non tagliarli, perché l’albero del campo è forse un uomo che venga a mettere un assedio contro di te? Tuttavia, puoi abbattere alberi che sai non essere alberi da frutto e usarli per costruire fortificazioni finché la città in guerra con te non cade. (Deuteronomio 20:19-20).

La Torà in vari punti condanna l’uso della guerra e sottolinea il valore più alto che ha la pace, anche se il diritto alla difesa è sempre permesso. Nello stesso tempo gli alberi che sono fonte di legno per le fortificazioni possono essere tagliati, ma non quelli che danno frutti che sono anche fonte di cibo, una risorsa produttiva. Non fare “terra bruciata” nel corso della guerra perché non giova a nessuno.

I Maestri vedono in questa mizvà qualcosa di più di un particolare sulle leggi che devono comunque regolare la guerra e assumono questo comandamento come una specie di Binyan av, una base per la mizvà di Bal tashchit”(Maimonides, Mishneh Torah, Hilchot Melachim 6:10)  il divieto di distruggere inutilmente degli oggetti. Scrive Maimonide: “Questo vale non solo per gli alberi, ma trasgredisce il comando anche chi rompe vasi o strappa vestiti, distrugge un edificio, blocca una sorgente d’acqua o spreca cibo in modo distruttivo”.

Questa è la base halachica di quella che potremmo definire la responsabilità ecologica, che va inserita nel più ampio contesto delle leggi e dell’insegnamento della Torà. I principi su cui si basa la Torà sono due:

1) La Terra non appartiene all’uomo ma è data solo perché l’uomo ne faccia buon uso e le regole sono state date direttamente dal Signore “padrone della terra e del cielo”. L’umanità ha il seguente compito: “Riempite la terra e conquistatela. Dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che si muove sulla terra» (Gen. 1,28).

2) Nel secondo capitolo della Genesi la musica è diversa: Dio mise il primo uomo nel Giardino “per servire – le’ovdà – e custodire [leshomrà]” (Gen. 2:15). Il primo termine, le’ovdà, afferma che non solo l’uomo non è il padrone, ma anche il servitore della natura; il secondo, leshomrà,indica la responsabilità di chi si impegna a custodire qualcosa che non gli appartiene.

In poche parole: noi siamo custodi e non padroni della Terra, della quale dobbiamo prenderci cura con tutto ciò che essa contiene. Il comportamento dell’uomo ha invece causato la scomparsa di molte specie di animali distrutte in parte dell’uomo che oggi vengono scoperte.

Un’altra serie di mizvot è diretta contro l’eccessiva interferenza umana nei confronti della natura. La Torah proibisce di incrociare bestiame, piantare un campo con semi misti e indossare un indumento di lana e lino misti. Queste regole sono chiamate chukim o “statuti” e Ramban le interpreta come leggi che svolgono la funzione di rispettare l’integrità della natura e  rappresentano il principio che “lo stesso riguardo che mostri all’uomo lo devi dimostrare anche ad ogni creatura inferiore, alla terra che tutto porta e sostiene, e al mondo delle piante e degli animali” (Shimshon Refael Hirsch, Igheroth Zafon, lettera n. 11) e che sono una sorta di giustizia sociale applicata al mondo naturale: “Vi chiedono di considerare tutti gli esseri viventi come proprietà di Dio. Non distruggere nessuno e non abusare di nessuno, non sprecare nulla e impiega tutte le cose con saggezza… Considera tutte le creature come servi nella casa della creazione».(Hirsh ibid.)

Non è quindi un caso che la legge ebraica abbia interpretato il divieto di abbattere alberi da frutto nel corso della guerra come un esempio di un divieto più generale contro la distruzione inutile, e più in generale ancora, contro gli atti che impoveriscono le risorse non rinnovabili della terra, o danneggiare l’ecosistema, o portare all’estinzione di specie.

Antropocentrici o biocentrici?

Alla luce di quanto appena descritto, la domanda è come si pone la Torà rispetto al dibattito sull’atteggiamento da assumere su come preservare l’ambiente. Due scuole si confrontano: la antropocentrica, che pone l’uomo al centro del creato, e la biocentrica o  naturocentrica, che pone la natura al centro del proprio interesse.

La prima basa i suoi interventi sul presupposto filosofico che l’uomo è la corona della creazione: lo scopo della difesa della natura sarebbe solo strumentale e cioè servirebbe solo a garantire all’uomo migliori condizioni di vita e quindi l’ambiente va preservato in quanto serve ad assicurare l’esistenza dell’uomo: la distruzione dell’ambiente finirebbe per danneggiarne l’esistenza. Il pericolo di questa impostazione sta nel disinteresse per tutto ciò che non contribuisce a migliorare le condizioni di vita dell’uomo e potrebbe portare prima o poi alla distruzione del genere umano. Questa impostazione viene generalmente attribuita alla cultura “giudeo – cristiana” e quindi occidentale, accusata di volere attribuire all’uomo il diritto di dominare l’ambiente senza alcun limite.

L’ecologia biocentrica si basa sulla concezione opposta: l’uomo non è che una parte della natura, una creatura tra le molte esistenti che hanno gli stessi diritti di vivere ed esistere: la protezione della natura ha quindi un suo valore indipendente e non è vincolata a servire gli interessi dell’uomo. Questa concezione che sembra trovare molti consensi di fronte alla crisi ambientale può indurre a preferire la natura selvaggia rispetto alla cultura e alla razionalità.

Qual è la posizione dell’ebraismo?  Come abbiamo visto possiamo trovare nelle fonti ebraiche un sostegno a ciascuna delle scuole menzionate. Le parole della Genesi (1: 28 – 29) sostengono la posizione antropocentrica di un uomo dominatore della Natura:  “… vi dò tutte le erbe che fanno seme, … tutti gli alberi che danno frutto d’albero producente seme, per voi saranno come cibo”. Un’affermazione simile troviamo nel salmo 8, in cui l’uomo viene paragonato a un essere appena inferiore a Dio stesso (“tutto hai posto sotto i suoi piedi”). Il Midrash (Kohèlet rabbatì, 7, 28) afferma: “Vedi l’opera di Dio, chi può riparare ciò che è stato contorto? (Ecclesiaste 7:13): Quando il Santo, benedetto sia, creò il primo Adamo, lo prese e lo portò in giro fra tutti gli alberi del Giardino dell’ Eden e gli disse: Vedi quanto sono belle e degne di lode le mie opere.

Tutto ciò che ho creato l’ho creato per te, ma sta attento a non rovinare e distruggere il mio  mondo, perché se lo rovinerai e distruggerai il mio mondo, nessuno potrà ripararlo”.

Un altro testo in cui si afferma che tutto ciò che Dio fa non è fatto ad esclusivo vantaggio dell’uomo, troviamo nei capitoli in cui Dio parla a Giobbe dalla tempesta e dice: “Chi ha aperto i canali  agli acquazzoni e una strada al rombo dei tuoni? Per far piovere su terra disabitata, su deserti ove non c’è alcun uomo” (Giobbe 38: 26 – 27). Quindi l’opera divina non è fatta ad esclusivo uso dell’uomo. Maimonide (Guida degli smarriti, III, 13) afferma “di non credere che tutte le cose esistono per garantire l’esistenza dell’uomo” , ma che tutti coloro che esistono sono destinati a se stessi e non per un’altra scopo”.

Rav Arieh Levin (il famoso rabbino dei carcerati)  racconta che si trovava una volta a passeggio con rav Izchak hakohen Kuk, rabbino capo d’Israele, che rimase scandalizzato perché lui aveva staccato una foglia o raccolto un fiore. Rav Kuk rimase allibito per quanto stava facendo e gli disse  che lui non raccoglieva nulla se non era strettamente necessario perché non c’è un’erba in basso che non abbia un mazal (stella) in alto che gli dice “cresci”. Ogni germoglio di erba dice qualcosa, ogni pietra sussurra qualche mistero, tutta la creazione esprime  un canto.

Poiché entrambe le scuole sono rappresentate nella tradizione ebraica, si può concludere che l’etica ambientale ebraica appartiene a un terzo tipo diverso dalle prime due, che alcuni chiamano ecologia teocentrica.

Ecologia ebraica?

Secondo questo concetto, il Creatore è al centro della creazione (Al Signore appartiene la terra e tutto ciò che la riempie, salmo 24)  e ordina a tutte le sue creature di realizzare i valori per i quali ha creato il Mondo. Ognuno fa parte di questo progetto e l’uomo, in quanto creatura pensante e raziocinante, ha un ruolo centrale nella realizzazione degli scopi per cui il mondo è stato creato.

L’uomo quindi deve avere cura del proprio ambiente, basando i suoi comportamenti su ragionamenti sia antropocentrici che biocentrici.

La Torà prima, il Talmud e la Halakhà successiva, hanno affrontato vari aspetti inerenti all’ambiente: l’inquinamento, da quello dell’aria a quello acustico, la preservazione delle falde acquifere, la cura dell’ambiente cittadino, il riciclo, il disboscamento ecc: lo scopo finale è quello della protezione dell’ambiente nei suoi vari aspetti, senza rinunciare all’idea che l’uomo deve vivere con kavod, con dignità. Il mondo naturale è anche al servizio dell’uomo, ma può realizzare i suoi scopi anche senza la supremazia dell’uomo e può promuovere i valori di bellezza, armonia ecc anche senza servire l’uomo.

L’uomo non deve assumere un atteggiamento arrogante, ma deve avere la consapevolezza che “è stato posto nel giardino dell’Eden le’ovdà ulshomrà (Genesi 2, 15), per lavorare e per custodire” , appunto per compiere un servizio e per custodire il giardino nel migliore dei modi.

“Tutta la creazione recita una poesia”, quindi deve essere protetta. Pertanto, il Midrash sottolinea che gli animali sono stati creati prima dell’uomo. Se l’uomo corrompe l’immagine di divina che gli è stata donata, lo si può sempre apostrofare con le parole “una zanzara è stata creata prima di te”. (Bereshit Rabbà 8, 1).

 Shimshon Refael Hirsch

Amburgo 1808, Francoforte sul Meno 1888

Ha studiato Torà presso il rav Branies e poi rav Yaakov Etlingher (autore di ‘Arukh laner). A 22 anni rav di Oldenburg.  A 27 anni scrive Horev (una interpretazione sulle mizvoth) e Igherot zafon, 19 lettere di dialogo con un giovane, un certo Beniamin. A 39 anni è rabbino della Moravia e poi va a fare il rabbino in Germania (anche a causa del titolo accademico che aveva avuto all’Università di Bon). Il Barone Rotchiild lo chiama a Francoforte per dirigere una scuola. Lasciata la Moravia lui scrive che bisogna dare ai propri figli l’opportunità di studiare all’esterno, altrimenti finiranno per allontanarsi dalla Torà. Questa è la prima traccia di quella che sarà la sua idea di Torà im derekh eretz. Autore della rivista Yeshurun in cui parla di educazione rivolta ai genitori. Ha scritto tra l’altro anche un commento ai Salmi, un commento al Siddur, un libro sulle feste e il libro “Le mizvoth come simbolo”