Gli angeli possono aspettare | Kolòt-Voci

Gli angeli possono aspettare

Parashà di Reè

Rav Scialom Bahbout

La parashà di Reè comprende una serie di precetti che riguardano la vita sociale ed economica che hanno in sostanza lo scopo di porre dei limiti all’idea della proprietà mediante un processo educativo che tocca diversi aspetti della vita dell’uomo e diversi momenti dell’anno. A parte la decima che spettava al Levita che non aveva campi da seminare, il processo educativo passa attraverso quattro istituzioni e norme nel corso dei sette anni previsti per l’anno sabbatico:

1. Ma’aser shenì, la decima dei prodotti da consumare a Gerusalemme durante il pellegrinaggio: si tratta di una limitazione all’uso di ciò che legittimamente appartiene alla persona: pur rimanendo di proprietà della persona, i prodotti possono essere consumati solo a Gerusalemme  durante il pellegrinaggio. E’ come se qualcuno ponesse un limite all’uso del denaro presente sul proprio conto bancario. Questa decima dei prodotti veniva destinata a questo uso nel 1°, nel 2°, nel 4° e 5° anno del periodo sabbatico.

2Ma’aser ‘anì, la decima del povero e del bisognosoAlla fine di ogni triennio metterai da parte tutte le decime del tuo provento del terzo anno e le deporrai entro le tue città;  il levita, che non ha parte né eredità con te, l’orfano e la vedova che saranno entro le tue città, verranno, mangeranno e si sazieranno, perché il Signore tuo Dio ti benedica in ogni lavoro a cui avrai messo mano (Deuter. 14: 28 – 29). Quindi nel corso di ogni triennio i frutti dei prodotti di un campo subivano una sorta di “decurtazione”: nei primi due anni la decima, anche se rimaneva di proprietà, doveva essere messa da parte e non poteva essere usata (a meno che non venisse riscattata se si trattava di prodotti che potevano deteriorarsi); nel terzo anno la decima doveva essere donata al povero e al bisognoso: così la persona veniva educata a rinunciare all’idea della proprietà dei propri beni e a riconoscere che essi in realtà sono un dono del Signore.

3. Shemitàt kesafìm, la remissione dei debiti: Alla fine del periodo sabbatico veniva celebrata la remissione (cioè l’annullamento) dei debiti. Questa norma comportava due aspetti: il primo già descritto nel Levitico (Cap. 25: 1 – 7) riguardava la proibizione di coltivare i campi (i cui prodotti cresciuti in maniera spontanea potevano essere raccolti e utilizzati da chiunque); l’altro era inerente l’annullamento dei debiti contratti nel periodo dei sei anni precedenti:  Ecco la norma di questa remissione: ogni creditore che abbia diritto a una prestito personale in pegno per un prestito fatto al suo prossimo, lascerà cadere il suo diritto: non lo esigerà dal suo prossimo, dal suo fratello, quando sarà proclamato l’anno di remissione per il Signore (Deuter. 15: 1 – 2).(*) 

Rispetto alle precedenti norme, il livello di rinuncia richiesto in questo caso è ancora più elevato. Scrive infatti Rabbi Izchak Aramà (nel suo commento ‘Akedat Izchak): “Dopo avere dato le regole secondo le quali bisognava mangiare il ma’aser shenì, la donazione della decima del povero, e tutto ciò che riguarda queste norme, viene data una norma che è contraria all’idea stessa del diritto di proprietà:la remissione del debito”. Esisteva una certa probabilità che il prestito non venisse restituito, specialmente quando si avvicinava la fine del settimo anno. Tuttavia si doveva continuare a dare credito al debitore, perché se non restituiva il debito non era per la volontà di imbrogliare il prossimo, ma per difficoltà sorte indipendenti dalla sua volontà (si pensi per esempio a un’epidemia o a un disastro naturale, come inondazioni, incendi, siccità …). Il creditore non poteva esigere la restituzione del prestito: il debitore aveva sempre il dovere morale di restituire il prestito, ma qualora non lo avesse fatto, il creditore non avrebbe potuto protestare.

Il Prosbòl: la takanà di Hillel

Questa situazione poteva creare non pochi problemi e infatti la Torà aggiunge: Bada bene che non ti entri in cuore questo pensiero iniquo: E’ vicino il settimo anno, l’anno della remissione; e il tuo occhio sia cattivo verso il tuo fratello bisognoso e tu non gli dia nulla; egli griderebbe al Signore contro di te e un peccato sarebbe su di te.  Dagli generosamente e, quando gli darai, il tuo cuore non si rattristi; perché proprio per questo il Signore Dio tuo ti benedirà in ogni lavoro e in ogni cosa a cui avrai messo mano. Poiché i bisognosi non mancheranno mai nel paese (anche tu potresti avere bisogno in futuro!); perciò io ti dò questo comandamento e ti dico: Apri generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso nel tuo paese. (Deut. 15: 9 – 11). Il concetto che la Torà esprime implicitamente è che se qualcuno aveva potuto fare un prestito, ciò significava che aveva qualcosa di “superfluo” per lui: quindi in definitiva la remissione aveva lo scopo di riequilibrare i rapporti all’interno della società.

Questa era l’idea “utopica” che dipendeva dal livello morale raggiunto dai suoi membri. La probabilità che si verificasse proprio quanto previsto dalla Torà, era quindi molto alta ed era necessario trovare una soluzione. E’ quanto fece Hillel: constatato che all’avvicinarsi del settimo anno, nessuno faceva più prestiti, Hillel isituì il Prosbòl (dal greco “Davanti al Consiglio”).  Il creditore poteva affidare la restituzione del prestito al Tribunale mediante un contratto firmato a priori: in questo modo, creando un rapporto diretto tra prestatore e Tribunale, il pagamento di un prestito poteva essere richiesto in qualsiasi momento. Questa decisione – anche se basata sui metodi interpretativi della Halakhà – sembra arbitraria e in aperto contrasto con la norma della Torà, ma risponde alla necessità di garantire il tikkun ha’olàm (il buon andamento della società) e dato che lo hichshar darà, la generazione non era idonea, non c’erano alternative.

A questa takkanà viene obiettato che se lo scopo era il Tikun ha’olam, allora tanto valeva annullare esplicitamente la norma piuttosto che aggirarla, cioè salvare la norma “non chiuderai la mano” annullandola di fatto: a questa obbiezione, si risponde La Torà propone un modello di una società ideale, potremmo dire utopica. Compito dell’uomo in ogni generazione è di valutare se la società è arrivata al livello richiesto dalla Torà, se non sia necessario un periodo in cui la norma, venga in in certo senso sospesa, senza rinunciare al principio morale che la ispira. Se la persona non poteva restituire il debito per motivi validi, doveva essere aiutata: bisognava evitare che fosse possibile fare credito, senza che la generosità del creditore comportasse la rinuncia al pagamento del debito. In fondo la soluzione veniva lasciata nelle mani del Tribunale, quindi della società: rimaneva sempre aperta l’opzione ideale e in ogni momento la società avrebbe potuto adeguarsi e tornare al dettato della Torà. (1)

Natan  – נתן – un verbo palindromo

4. La Zedakà, la giusta elargizione data in maniera spontanea senza avere alcun dovere di farla, ma che nondimeno deriva dalla radice Zedek, giustizia: l’applicazione della zedakà indica quale sarebbe il senso più profondo verso cui si deve tendere nella creazione di una società. Si tratta di una norma che per essere trattata esaurientemente necessiterebbe di molto più spazio delle brevi note possibili in questa rubrica. Mi limiterò ad alcuni brevi esempi.

a. La Zedakà è sempre stata alla base della vita di ogni comunità e senza la quale molte Comunità non esisterebbero. La base delle norme legate alla Zedakà si fonda su quanto è scritto in Deuteronomio (15: 7-8). Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso in una delle tue città del paese che il Signore tuo Dio ti dà, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso; anzi gli aprirai la mano e gli presterai quanto occorre per quanto gli è necessario. (15: 7 – 8).  Il numero di verbi usati per indicare che bisogna dare con generosità testimonia quanto sia importante dare al bisognoso. L’espressione Naton titten lo viene interpretata (per la ripetizione del verbo natan) dovraì dare perfino cento volte (sifrè)

b. Il Gaon di Vilna osservava che il verbo Natan נתן si legge nelle due direzioni allo stesso modo, è cioè una parola palindroma: il motivo più profondo di questa anomalia è perché chi dà riceve più di quanto abbia dato.  

c. Elemento fondamentale riveste l’educazione a dare zedakà,  è il fatto che sia data ripetutamente segue l’idea espressa dall’autore del Sefer Hakhinnuch (mizvà 20).: la mente e i  pensieri seguono sempre le azioni di cui l’uomo si occupa, buone o cattive che siano. L’importanza è dare con continuità perché in questo modo la persona può modificare il proprio carattere.

d. Bisogna dare lasciando la dignità a chi riceve e non lo si deve fare in pubblico. E’ preferibile non dare  che dare facendo vergognare una persona (Chaghigà 5).  Nel Santuario c’era la Lishkat Chashaim così detta per coloro che davano denaro in segreto e dalla quale deriva l’uso del Matan baseter donazione in segreto (Shekalim cap. 5. 6).

e. Bisogna dare quanto gli è necessario. Dicono i Maestri in Ketubot (67). Il testo dice che bisogna dare ciò di cui quella data persona necessita:  Se la persona cui si fa Zedakà era abituata ad andare a cavallo, e questa situazione gli crea molto fastidio, bisogna procurargli un cavallo. Hillel il vecchio prese un cavallo per una persona che veniva da una famiglia benestante, un cavallo e un servo che lo precedesse, come segno di rispetto. Una volta non avendo trovato nessun servo, corse per tre miglia davanti a lui (Ketubot 67).

f. Non si ha sempre la capacità di capire che cosa manchi al prossimo e per questo può valere un  episodio che si narra a proposito del Hafez Haim (Rabbi Israel Meir hacohen di Radin): “Accortosi che un ladro era entrato i casa sua e stava fuggendo con la refurtiva in mano, gli corse dietro e gli disse. “Ho già fatto hefker (annullato la mia proprietà) di ciò che hai in mano”.

La zedakà salva dalla morte

La Torà ha messo in gioco diverse norme per regolamentare e soprattutto cambiare il carattere egoista dell’uomo tendente a pensare solo a se stesso. E’ un processo lungo e complesso cha ha bisogno di esempi da seguire. Per capire l’importanza che i Maestri davano alla Zedakà concludiamo con questa storia.

Rabbi Akiva aveva una figlia e i  veggenti gli avevano detto che nel giorno in cui la figlia si fosse sposata sarebbe stata morsa da un serpente e sarebbe morta. Rabbi Akivà era molto preoccupato per questo, ma non fece nulla. Nel giorno in cui la figlia si sposò, la sposa prese una forcina che aveva sulla testa e la infilzò in una fessura che c’era sul muro. La forcina si infilò nell’occhio di un serpente che si nascondeva nel muro. Alla mattina quando la riprese, anche il serpente venne trascinato via con la forcina. Il padre le chiese che cosa aveva fatto. Gli rispose: la sera era venuto un povero e chiamava alla porta, tutti erano occupati nel banchetto e nessuno gli prestò ascoltò. Mi sono alzata e ho preso la mia porzione di cibo e gliel’ho data. Le disse: Hai fatto una mizvà. Rabbi ‘Akivà uscì e disse: La zedakà salva dalla morte (Proverbi 10,2) e non solo da una morte strana ma perfino da una morte normale (Shabbath 156b).

La zedakà è una delle norme che per sua natura si oppone alla … norma, alla normalità.  Rompere certe usanze e come nel caso della figlia di Rabbi Akivà – interrompere il pranzo nuziale mentre tutti gli altri se ne stavano tranquilli a mangiare – è stato un atto inconsueto, coraggioso e addirittura contro il suo interesse. L’avere fatto un’azione così disinteressata in quel momento l’ha resa idonea di un miracolo..

Perché proprio una mizvà tra uomo e uomo salva dalla morte non una mizvà tra uomo e Dio? Possiamo concludere con una breve storia attribuita sempre al Hafez haim: un venerdì sera sedevano alla sua tavola gli allievi e alcuni ospiti. Il Hafez Haim, anziché iniziare a cantare Shlom ‘Alekhem (Per dare il benvenuto agli angeli che accompagnano l’ebreo al ritorno dalla Sinagoga) attaccò direttamente con il Kiddush: la consacrazione dello shabbath. Gli allievi si stupirono perché non capivano come mai il Maestro aveva cambiato il suo uso.

Rispose il Maestro: gli ospiti hanno fame, e gli angeli possono aspettare…

Molto spesso diamo la priorità alle mizvoth ben adam lamakom (di tipo religioso): la zedakà, la mizvà per eccellenza tra uomo e uomo, salva dalla morte: la massima dei Proverbi insegna che la vita in una società in cui le persone non esercitano la zedakà l’uno vero l’altro è in fin dei conti una società destinata alla morte, non è addirittura più viva.  Solo la zedakà salva una società da una vita che, per come è condotta, porta alla morte.  La qualità della vita in una società dipende però solo da coloro che vi vivono: gli angeli possono aspettare .

Scialom Bahbout

(1)  Il problema che i commentatori rilevano è che c’è una chiara discrepanza tra il momento in cui inizia la mizvà della shemità per la coltivazione dei campi – l’inizio del settimo anno – e l’applicazione della shemità per il prestito del danaro – che cade alla fine del settimo anno. Alcuni maestri ritengono si tratti di due mizvoth separate (remissione del prestito e rinuncia dei lavori della terra); altri ritengono che ci sia una chiara relazione tra i due aspetti.

I prestiti di cui si parla nella Torà riguardavano una società basata essenzialmente sulle attività agricole e pertanto solo alla fine settimo anno gli agricoltori potevano sapere se avevano i mezzi per pagare. Nello stesso tempo si era sviluppata una società in cui il commercio richiedeva dei prestiti come volano per l’economia e non erano prestiti fatti dai più poveri, ma proprio dai più ricchi. Hillel interviene per sanare questa situazione: di fatto l’idea originaria della Torà rimaneva valida e soprattutto chi aveva avuto un prestito non ai fini agricoli poteva ricorrere al Prosbol, in quanto si rivolgeva sempre al Beth din per la convalida dei suoi contratti e qjuindi sempre al Beth din per riavere il prestito.  (Vedi cil commento del Natziv di Volozin in merito e Shtè ghishoth behavanat takanat haperosbol  (Tomer Moskovitz, parashat reè 5768).

Izchak ben Moshè Arama (1420 – 1494)

Rabbino e scrittore spagnolo. Fu dapprima capo di un’accademia rabbinica a Zamora (probabilmente la sua città natale); poi ricevette una chiamata come rabbino e predicatore dalla comunità di Tarragona, e più tardi da quella di Fraga in Aragona. Ha occupato il ruolo di rabbino e capo dell’Accademia talmudica a Calatayud. Dopo l’espulsione degli ebrei nel 1492, Arama si stabilì a Napoli, dove morì nel 1494.

Arama è l’autore di Aḳedat Yitzchaḳ (Legatura di Isacco), un lungo commento filosofico al Pentateuco, in stile omiletico. Per quest’opera è spesso chiamato il “Ba’al ‘Aḳedah” (autore dell’Aḳedah). Scrisse anche un commento alla Torà e un’opera chiamata Ḥazut Ḳashà (Una visione difficile), sulla relazione tra filosofia e teologia; anche Yad Abshalom (La mano di Absalom), un commento ai Proverbi, scritto in memoria di suo genero, Absalom, che morì poco dopo il suo matrimonio.

Chafetz Chaim (1838 – 1933)

Rabbi Yisrael Meir ha-Kohen Kagan (26 gennaio 1838 – 15 settembre 1933), conosciuto popolarmente come Chafetz Chaim (ebraico: חפץ חיים: Chafetz Chaim, lett. ’Desideroso di vita’), dal titolo di uno dei libri che ha scritto, era un influente rabbino del movimento Musar, anche se alcuni contestano questa categorizzazione del Chafetz Chaim come sostenitore del movimento Musar). Posek e maestro di etica le cui opere continuano ad essere ampiamente influenti nella vita ebraica. Oltre al Shemirat halashon (Leggi sulla maldicenza), ha scritto vari libri di Halakhà (tra questi la Mishnà Berurà commento al primo volume dello Shulchan ‘Arukh).