Quelle raccolte fondi un po’ opache | Kolòt-Voci

Quelle raccolte fondi un po’ opache

Selvaggia Lucarelli

“Ho letto che stai raccogliendo dei soldi per questa persona, la conosci la sua storia?”. “Certo, benissimo!”. “Me la racconti?”. Il noto personaggio avvezzo alle raccolte fondi con coinvolgimento di milioni di follower inizia a balbettare, poi: “Sì, magari non so tutto, mica mi vorrai sputtanare?”. In realtà di sputtanare il personaggio non mi importa, quello che però durante la telefonata il personaggio ha involontariamente raccontato è la situazione delle raccolte fondi in Italia: un far west. Se ne aprono e chiudono in continuazione, specie su Gofundme. Personaggi noti e stampa le sponsorizzano senza preoccuparsi troppo della fondatezza delle cause e della reale destinazione dei fondi. I filoni sono svariati, e il più inquietante è quello che riguarda malattie e cure.

Emblematica la storia di Paolo Palumbo, il giovane malato di Sla che lo scorso anno era ospite a Sanremo. Per lui è stata aperta una raccolta fondi su Gofundme nel 2019 dal fratello Rosario. Motivazione ufficiale: per le cure necessarie si deve ricorrere alla sperimentazione Brainstorm in Israele, obiettivo 900.000 euro. Vengono raccolti più di 140 000 euro (donano anche il Billionaire e il Cagliari Calcio) finché non arriva l’amara scoperta. Un’indagine della polizia postale di Oristano accerta che Paolo in realtà non ha mai avuto accesso a quel protocollo di sperimentazione e lui e la sua famiglia stanno comunicando da mesi con un finto medico israeliano. La struttura israeliana smentisce di aver mai dato l’ok. Secondo l’Unione Sarda una mail del finto medico israeliano sarebbe partita proprio da Oristano, la città di Paolo. Qualcuno sostiene che gli indagati siano proprio dei familiari di Paolo, ma il fratello Rosario al telefono smentisce: “A me non risulta. Noi siamo vittime di truffa”. Già, la domanda però è: visto che il destinatario della raccolta fondi è lo stesso malato, che interesse poteva avere un truffatore a fingersi medico?

Sempre a proposito di malattie c’è la storia della showgirl Elenoire Ferruzzi: la tizia fino ad aprile si lamentava delle restrizioni, diceva che il Covid era un progetto politico, che la mascherina era inutile, vantava ricchezze inenarrabili e dileggiava quelli che si alzavano per andare a lavorare. Ad aprile si ammala di Covid. Finisce intubata. Tre mesi di ricovero al Sacco. Appena esce, parte la raccolta fondi “per aiutarla a risollevarsi”. Ma veniamo ad altre questioni per certi versi più spinose. Per esempio, le raccolte fondi in favore di minori protagonisti di eventi tragici. E’ il caso del figlio di Luana, la ragazza morta in una fabbrica tessile.

O del piccolo Eitan, il bambino sopravvissuto alla tragedia della funivia. In entrambi i casi le raccolte sono state numerose e parallele, la nomina di un tutore definitivo non c’era ancora. Nessuno conosce con certezza il futuro di questi due bambini, il tenore di vita della famiglia che li crescerà (che potrebbe anche essere buono). Perché mai la questione economica dovrebbe diventare un tema a 24 ore dalla tragedia? E perché il figlio di Luana sì e i figli di tanti lavoratori anonimi no? Perché l’orfano Eitan sì e tanti altri orfani no? Perché del futuro di questi bambini si dovrebbero occupare i privati, anziché lo stato?

E ho più di una perplessità anche sulla raccolta fondi destinata a Malika, l’ormai famosa ragazza insultata e ripudiata dai genitori perché lesbica. La raccolta fondi ( Aiutare mia cugina a costruirsi un futuro) parte su iniziativa di sua cugina, tale Yasmine, “con lo scopo di regalare a Malika il futuro che si merita”. Vengono raccolti 140 000 euro. Su Gofundme però c’è un’altra donazione (Un futuro per Malika) arrivata a 11 000 euro in cui si specifica “Gran parte del devoluto di questa campagna sarà destinato ad enti che si occupano di accogliere le vittime di discriminazione”. Nessuno conosce cifre e destinatari, ma soprattutto viene da chiedersi perché una ragazza di 22 anni discriminata dalla famiglia avrebbe bisogno, come prima cosa, di 150 mila euro. Una ragazza la cui fidanzata è figlia di due professionisti più che benestanti, che aveva comunque un lavoro e che viveva ancora con i suoi per scelta (a 22 anni in tanti si mantengono da soli, discriminati o no).

Perché nei confronti di una ragazza adulta, con un lavoro e una fidanzata in grado di darle una mano, che subisce una discriminazione così orrenda l’atteggiamento risarcitorio della società dovrebbe essere di tipo economico? E siamo alle solite: perché lei sì ed altri no? Sono i media a rendere una vittima più risarcibile di altre? Perché se è così, basta l’interessamento di una D’Urso e c’è speranza anche per tal Valentina Selvatica Celeste che su Gofundme ha lanciato una campagna in suo favore: “Qui sulla Terra mi occupo di sostenere i piani di Ascensione Planetaria verso le frequenze d’Amore Infinito da cui tutti proveniamo. Per la mia sopravvivenza fisica faccio parte dei circuiti di libero scambio non monetario e di microeconomia circolare del dono.

Ho aperto questo spazio per poter acquistare un minicamper puro o van”. Ecco, forse stiamo un po’ esagerando. Torniamo a considerare le donazioni una cosa seria e, soprattutto, domandiamoci si stiamo donando sulla scia di una necessità o sull’onda dell’emotività.

(Da Il Fatto)