Quando le Comunità ebraiche si spaccarono per una lettera tagliata | Kolòt-Voci

Quando le Comunità ebraiche si spaccarono per una lettera tagliata

Riunire i due pezzi di una vav?

Rav Scialom Bahbout

Diverse sono state le controversie su aspetti di Halakhà che sono state sollevate in passato nelle comunità italiane nel  medio evo e nel rinascimento (famose le polemiche sullo Stam yenam, il vino prodotto dai non ebrei, e sul mikvè di Rovigo). Meno nota è la polemica che ha attraversato l’ebraismo italiano nella seconda metà del 18° secolo: La controversia sulla VAV Keti’à di Shalom. Una polemica infuocata ha attraversato comunità e rabbini dell’epoca sia italiani che esteri, studiata da rav Simcha Chasida di Benè Berak (in Morià 5768, 3 – 4)

In questa polemica furono coinvolti grandi decisori delle precedenti generazioni e non solo rabbini di Comunità italiane, ma anche rabbini con cui la Comunità italiana,  specialmente quella veneziana, erano in contatto. Il “Kuntres bedin vav keti’à deshalom” raccoglie i manoscritti recuperati dal Makhon Yerushalaim e studiati da rav Chasidà: nei secoli scorsi non sono mancati rabbini sempre rispettosi dei “grandi dell’ebraismo italiano”. Il personaggio coinvolto in tempo reale su quanto accadeva a metà del 18° secolo era Rabbi Arieh Leib di Amsterdam, considerato una delle più importanti autorità halakhiche del tempo: egli analizza i fatti sulla base di quanto gli era stato trasmesso da una delle parti che era intervenuta nella diatriba sulla della Vav keti’à. Lo scopo era quello di trovare un’autorità religiosa che non avrebbe potuto essere contestata.

Vediamo chi sono i protagonisti di questa vicenda: 

  • rav Arieh Leib, che interpellato dai rabbini di Venezia risponde con un responso molto ampio sull’argomento;
  • I parnasim della città di Rovigo, con una lettera ai rabbini di Venezia;
  • I rabbini di Venezia con un responso ai Parnasim di Rovigo.

Nelle lettere suddette si possono trovare tutti i particolari di questa vicenda. Vediamo come nasce la controversia.,

A Rovigo vigeva l’uso che di shabbat il Sefer Torà venisse controllato di shabbath prima della lettura quando lo si estraeva dall’Aron. Era shabbath Pinechas, aperto il sefer Torà, al momento del controllo, il rabbino che aveva il compito di leggere decide che il sefer non è kasher in quanto la parola Shalom (nell’espressione Ecco io gli do il mio patto Shalom) ha una vav intera e non spezzata. I chachamim di Venezia vengono interpellati e stabiliscono che il sefer è kasher.  Tuttavia non cambia nulla: il sefer non viene più usato.

In realtà la vicenda assume quindi toni completamente diversi e a partire da quella discussione si sviluppa una storia complessa e complicata, i cui particolari si evincono dalla lettera che i Chachmè Venezia scrivono a rav Arie Leib di Amsterdam il 3 di Tevet del 5504 (1744). Erano passati dieci anni da quando era iniziata la polemica: anche dopo la riposta dei Chachmè Venezia ai Parnasim di Rovigo che affermavano che era permesso fare uso di un sefer Torà in cui la vav di Shalom nella parashà di Pinechas era intera, la polemica era continuata a causa di Rabbi Izchak Pacifico, uno dei rabbini e anche Av bet din della Yeshivà di Venezia. Interpellato dal rabbino di Rovigo, egli aveva dato una risposta che confermava la sua decisione di non fare uso di quel sefer Torà. Alla domanda dei colleghi perché avesse scritto un altro responso, Rav Pacifico rispose che lui non sapeva del Responso da loro dato ai Parnasim di Rovigo perché quel giorno non era intervenuto alla riunione. 

La controversia si era poi diffusa anche tra i Maestri delle Comunità di Venezia e, a quanto pare, anche nelle città vicine. I comportamenti assunti dalle persone erano poi sfociate anche in atti poco rispettosi nell’osservanza della forma e dell’onore dovuto alla Torà. Questa situazione durò per diversi anni: le persone chiamate alla lettura della Torà si rifiutavano di salire perché consideravano pesulim (non idonei) i sefarim, nonostante le decisioni dei rabbini locali. Insomma era necessario assumere un atteggiamento più risoluto ed è quanto fecero i rabbini di Venezia rivolgendosi al Rabbino e Av beth din di Amsterdam, la cui autorità halakhica era in quel periodo indiscussa. Rav Leib ripose con una teshuvà lunga e documentata che i sefarim con la vav completa erano kasher e che questa era anche l’opinione del suocero, il famoso Chacham Zvì.

Può essere interessante capire chi era il rabbino che a  Rovigo aveva assunto questa decisione. Da una serie di fonti sembra essere rabbi David Corinaldi autore di Beth David (commento alla Mishnà che aveva ottenuto molti importanti riconoscimenti) e al quale viene attribuito lo scritto Kuntres Divrè shalom veemet (parole di pace e verità) proprio sulla Vav Keti’à.

Può essere interessante e degno di riflessione andare leggere i nomi dei rabbini di Venezia in calce alla domanda inviata a rav Arieh Leib: Barukh Montaniana, Shlomo Zalman di Levov, NIssim David figlio di Moshe Cohen, Il Giovane Jaakov figlio di Immanuel Belilius, Rav Yaakov Halevi (assente in quel momento)

Anche i rabbini di Ferrara dettero il loro benestare alla risposta dei rabbini di Venezia e tra questi Rabbi Izchak Lampronti, autore del Pakhad Izchak.

Qualche parola per cercare di spiegare questa strana decisione per cui Shalom deve avere una vav spezzata. Nell’Italia settentrionale tra l’Emilia, la Romagna e il Veneto osserviamo una grande vivacità culturale anche in piccoli centri. Oggi tutto questo non esiste più, ma forse potremmo ispirarci a quel modo di volere affermare l’ebraismo attraverso  l’applicazione coerente della Torà, stando attenti però a non assumere comportamenti estremi che sono spesso espressione del desiderio di emergere e di far prevalere il proprio ego. 

La decisione per cui la vav di Shalom deve essere spezzata (vav keti’à) può essere così spiegata. Pinechas fa un’azione zelante che si propone di far giustizia nei confronti di una coppia che ha commesso un atto idolatrico. La domanda è se la sua azione è davvero frutto dell’amore per la Torà o piuttosto del proprio desiderio di mettersi in evidenza e di intervenire dove Mosè non era riuscito a farlo. Quando si è fatta un’azione violenta, la difficoltà è riuscire a eliminare i residui che rimangono nel profondo della mente e del cuore di chi l’ha commessa. La parola Shalom implica che l’uomo deve tendere a raggiungere l’armonia. Per questo la parola Shalom nella storia di Pinechas non è completa, ma è appunto spezzata. Starà a lui il compito di completarla.