Quando la coperta è troppo corta… | Kolòt-Voci

Quando la coperta è troppo corta…

Parashà di Acharè Mot-Kedoshìm – L’amore per il prossimo

Rav Scialom Bahbout

C’è una frase della Torà che, nonostante non sia compresa nei 10 Comandamenti, è molto più famosa di ogni altra: “Ama il prossimo tuo come te stesso –אני ה’ – ‘ואהבת לרעך כמוך  ” . Non tutti sanno o hanno la consapevolezza che vi sono varie formulazioni dei Dieci Comandamenti: a  parte le due versioni quasi identiche – quella in cui viene narrata la rivelazione e l’altra ripetuta alla vigilia dell’ingresso del popolo nella Terra Promessa – troviamo una versione, simile nei contenuti, in una forma assai diversa,  proprio nella Parashà di Kedoshim: proprio qui troviamo la mizvà ואהבת לרעך כמוך . 

La frase Ama per il prossimo tuo come te stesso, si trova a conclusione di una serie di norme pratiche che hanno la funzione di indirizzare l’uomo nel modo in cui deve comportarsi nei suoi rapporti con il prossimo: non completare il raccolto e la vendemmia, ma lasciane una parte al povero, al bisognoso e allo straniero; non rubate, non mentite nei confronti del compagno; non derubate, non trattenete la paga del prossimo;  non maledite il sordo, non ponete un ostacolo davanti al cieco; non commettete iniquità nel giudizio, ma giudicate il prossimo con giustizia, … non odiare in cuor tuo, non ti vendicare e non serbare rancore verso il tuo fratello …  (e solo alla fine) amerai il prossimo tuo come te stesso, Io sono il Signore. L’amore per il prossimo è un obiettivo da raggiungere dopo un lungo percorso educativo che inizia in famiglia (al verso 19:2) e poi continua nella società. La promulgazione dei 10 comandamenti non indica un percorso educativo, ma è solo l’enunciazione dei principi generali cui la società deve attenersi: una buona Costituzione non è la garanzia per cambiare le persone!

Il prossimo e il gher

Per entrare nel merito del testo vi sono alcuni aspetti da chiarire:

a) Cosa significa la parola kamòcha: è realistico chiedere che una persona ami un’altra come se stesso? 

b) Perché è scritto  לרעך  per il tuo prossimo anziché את רעך il tuo prossimo 

Naphtali Herz Wessely scrive nel Beur che la parola  כמוך sta a indicare non la quantità, cioè fino a che punto bisogna amare il prossimo, ma il motivo per cui è giusto amarlo: ama il prossimo perché lui è una persona come te.  Nello stesso capitolo troviamo una espressione identica per il Gher: “Il Gher sarà per voi come un cittadino tra voi e tu lo amerai come te, perché foste Gherim in terra d’Egitto” (Levitico 19, 34). Se la parola “come te” significasse  che l’amore  per il Gher deve arrivare al punto di amarlo “come ami la tua persona”, la seconda parte del verso sarebbe inutile: il testo afferma che tu devi amare il Gher perché anche tu sei stato Gher in Egitto e hai avuto la stessa esperienza.  Lo stesso discorso  vale per il prossimo: amerai il tuo prossimo perché è una persona come te e tu sai bene che lui ha bisogno del tuo sostegno, perché conosci i problemi e la sofferenza che ognuno deve affrontare nella vita. Se si vuol dire che bisogna amare il prossimo come si ama se stessi, l’espressione corretta è “veahavtà lo kenafshechà”: questa espressione viene usata per indicare l’amore di Yonathan per David: Yonathan “amava David kenafshò” (II Samuele 1: 26) e sappiamo che Yonathan era pronto a rinunciare ad ereditare il trono per l’amore che provava per David.

Ma chi è il prossimo di cui parla la norma?

Anche l’espressione  לרעך necessita di un chiarimento: 

Rashbam sostiene che dovremmo fare delle distinzioni fra chi merita e chi non merita di essere amato e, a suo sostegno, cita Proverbi (8: 13): “ Chi teme il Signore odi il malvagio”. Questa idea non ha nessuna base: il testo non fa alcuna distinzione tra il prossimo giusto e quello malvagio; la parola Rea’ רע ha un significato generale e ampio, come dimostra l’uso che ne fa la Torà nell’episodio degli oggetti che gli ebrei chiedono agli egiziani prima della partenza dall’Egitto (Esodo 11: 2): “Chiederà una persona al suo prossimo e una donna alla sua prossima oggetti di argento …”.

In un altro brano della Torà troviamo il verbo  amare  seguito dalla particella  את:  ואהבת את ה’   amerai il Signore: la differenza sta nel fatto che l’amore per Dio deve essere assoluto, perché da questo amore deriva anche l’amore per il prossimo, perché l’uomo è stato creato a immagine di Dio.   

Questo ci porta a chiarire quanto dice Ben Azai. 

A proposito dell’espressione  “Ama il prossimo tuo come te stesso – ואהבת לרעך כמוך  ” : Rabbi Akivà diceva: Questo è un principio fondamentale della Torà; Ben Azai diceva: “Questo è il libro della generazioni dell’uomo (nel giorno in cui Dio creò l’uomo, lo fece a immagine di Dio )è un principio più grande ….”. Il senso della posizione di Ben Azai va interpretato in questo modo “Non devi dire “Dato che io sono stato disprezzato, allora anche il mio compagno venga disprezzato assieme a me; dato che sono stato maledetto, il mio compagno venga maledetto con me. Ha detto Rabbi Tanchumà: se farai così sappi chi stai disprezzando (Genesi 5: 1): “A immagine di Dio lo fece”. (Bereshit Rabbà 24, 7).

Tre posizioni: Rabbi Akivà, Ben Azai,  Hillel

In definitiva rispetto all’atteggiamento giusto da assumere nei confronti del prossimo, qual è la posizione giusta e cosa chiede la Torà. Mettiamo a confronto tre opinioni.

Rabbi Akivà: l’amore per il prossimo è un principio fondamentale della Torà; 

Ben Azai : questo è il libro della storia dell’uomo … lo fece a immagine di Dio, è un principio ancora più grane.   

Hillel: ciò che è odioso per te non fare al tuo compagno.

E’ interessante vedere contemporaneamente cosa è scritto nel libro dei Salmi (Salmi 34: 13 – 15): “Chi è l’uomo che desidera la vita, ama i giorni per vedere il bene…. Allontanati dal male e fai del bene…”. Allontanarsi dal male è il comportamento prioritario che l’uomo deve avere (Hillel): in fondo basterebbe astenersi dal fare del male, per poter poi dedicare le proprie energie a fare del bene.   Rabbi Akivà e Ben Azai sottolineano la necessità dell’azione,  o perché lo dice il Signore (Io sono il Signore), o perché  l’uomo è stato creato a immagine di Dio e l’uomo deve collaborare  con  il progetto per il miglioramento della vita nel pianeta Terra.

Due episodi 

  1. L’uomo che trapanava sotto il suo sedile

Per capire l’importanza che hanno questi principi (positivo e negativo) nel modo di porsi davanti all’uomo, alla sua interazione con gli altri uomini e l’ambiente leggiamo questa storia:

(Rabbi Shimon Bar Yochai ha portato ) Parabola. Delle persone sedevano in una barca. Uno di loro prese un trapano e cominciò a trapanare sotto il suo sedile. I suoi compagni gli dissero: Che cosa stai facendo?! Rispose loro: cosa vi importa?  non sto trapanando sotto il mio posto? Gli risposero: (ci interessa) perché l’acqua salirà e allagheranno la barca. (Vayikrà Rabbà 4, 6)

Applichiamo questo concetto non solo al mondo fisico, ma anche a quello spirituale e culturale: ognuno, quale che sia il suo ruolo, può creare una crepa nel tessuto della propria comunità, ma poi ha la responsabilità di affrontare e risolvere il problema, prima di “affondare” completamente.

L’uomo ha il compito  di migliorare la sua vita e quella della collettività: ogni azione morale semina il bene nel mondo e spesso ci sono due opzioni che sono tra loro contrastanti.  E’ sperabile che il nuovo progetto del Ministero della Transizione ecologica possa contribuire al cambiamento. Tuttavia ancora una volta, non saranno le leggi a cambiare la situazione, ma l’educazione al rispetto dell’ambiente e delle persone che può cambiare il Mondo.

  • Due uomini e una borraccia

Due persone camminano per la strada e uno dei due aveva una borraccia d’acqua. Se la bevono  entrambi – muoiono entrambi, e se la beve uno dei due, quello arriva a destinazione. Ben Peturà dette questa interpretazione  – è meglio  che la bevano entrambi e muoiano, ma l’uno non veda la morte del compagno.  Fino a quando arrivò Rabbi Akivà e insegnò: Tuo fratello viva con te (Levitico 25: 36) – la tua vita  ha la precedenza sulla vita di tuo fratello (Bavà Metzià 64a).

Ben Peturà è un maestro ricordato una sola volta in tutto il Talmud e la sua posizione sembra più morale di quella espressa da Rabbi Akivà. Ben Peturà pensa che bisogna salvare l’umanità che è nell’uomo: l’uomo non deve pensare a salvare la propria vita a scapito di un’altra persona. Si diminuisce la vita dell’uomo, ma si aumenta il valore che si vuole dare a una vita vera.

Rabbi Akivà sembra muoversi nella direzione opposta dell’amore per il prossimo, proprio lui che ha detto che Ama il prossimo tuo come te stesso è un principio fondamentale della Torà. Ma dato che bisogna salvare la vita, l’importante è salvarne almeno una. La decisione su chi salvare è stata già presa dai fatti dal momento che la borraccia è nelle mani di una persona, questa ha la precedenza, come è scritto “Viva il tuo fratello con te: suo fratello dovrà vivere con lui, ma la precedenza spetta al padrone della borraccia.

La domanda tuttavia è se l’opinione di Rabbi Akivà è da intendersi valida in via assoluta,  senza cioè che possa esserci una qualche deroga.  

Ma come si sarebbe comportato Rabbi Akivà se fosse stato proprio lui il padrone della borraccia? Si sarebbe comportato secondo la disposizione di legge, oppure avrebbe applicato il principio “Farai ciò che è retto e buono” (Deuteronomio 6, 18) e quindi sarebbe andato al di là della legge, cioè lifnim mishurat hadin?

Shai Agnon – in uno dei suoi racconti (nel volume: Ellu veellu pag. 318 – “Perché non permisero al nostro Maestro il Gaon Rabbi Isserlain di entrare nel Giardino dell’Eden subito dopo la sua morte”) –  scrive quale fu il motivo per cui non volevano concedere a questo rabbino il permesso di accedere subito nel Giardino dell’Eden. E questo perché Rabbi Isserlein si comportò in modo contrario alla Halakhà stabilita da Rabbi Akivà in un episodio identico a quello raccontato in questa storia, 

Scrive Agnon che per evitare di essere accusati di fare preferenze per Rabbi Isserlein, i Giusti che stavano già nel Giardino dell’Eden attesero un’ora prima di fare entrare il rabbino. Poi tutti i Giusti  gli andarono incontro gioiosamente e lo invitarono a entrare e a tenere il suo discorso, e di cosa parlò? Sulla Mishnà in cui è scritto  Rabbi Akivà dice “Beati voi, Israel …..

Naphtalì Herz Wessely (1725 – 1806)

Naphtali Herz Wessely era un poeta, linguista ed esegeta della Haskalah. Gli antenati di Wessely erano fuggiti dalla Polonia durante i pogrom di Chmielnicki e si erano stabiliti a Wesel sul Reno, da dove la famiglia aveva preso il nome. Nato ad Amburgo, Wessely ha trascorso la sua infanzia a Copenaghen, dove suo padre era un fornitore del re di Danimarca. Ha ricevuto la sua educazione religiosa presso la yeshivah di Jonathan Eybeschuetz, che lo ha influenzato notevolmente, e ha letto letteratura e opere scientifiche in diverse lingue europee.  A Berlino dove si era trasferito incontrò Mosè Mendelssohn e contribuì con un commento al Levitico (Berlino, 1782) al Biur: il suo approccio era molto più tradizionalista di quello di Mendelssohn.

Wessely iniziò la sua carriera letteraria con la traduzione ebraica dell’opera apocrifa Sapienza di Salomone. Fu pioniere nella rinascita dell’ebraico biblico e la sua traduzione, scritta nello stile vivido e nobile delle Scritture, spinse gli scrittori successivi della haskalah a tradurre opere apocrife in ebraico biblico. I problemi linguistici che incontrò portarono a una serie di opere filologiche come Gan Na’ul (o Levanon; 2 voll., Amsterdam, 1765-66; Lemberg, 1806), un lavoro su sinonimi e radici ebraiche, e Yein Levanon, a commento al trattato di Avot (Berlino, 1775; Varsavia, 1884), che si concentra anche sugli aspetti linguistici. Sebbene l’attenzione di Wessely sia spesso linguistica, la sua esegesi mostra anche un’ampia conoscenza e apprendimento, ei suoi commenti furono ben accolti dall’ortodossa. È, tuttavia, principalmente conosciuto come poeta – Shirei Tiferet (1789-1802) è la principale opera letteraria della Haskalah tedesca – e come un pioniere dell’istruzione e un sostenitore dell’Illuminismo attraverso il suo Divrei Shalom ve-Emet (1782) , un appello a sostegno dell’Editto di Tolleranza (* Toleranzpatent, 1782) di Giuseppe II d’Austria.