Pèsach: La ricerca dell’identità e l’eliminazione del chamètz | Kolòt-Voci

Pèsach: La ricerca dell’identità e l’eliminazione del chamètz

Parashà di Tzav – Shabbat Hagadol

Rav Scialom Bahbout

La parashà di Tzav ci dà l’occasione per riflettere sulla festa di Pesach da un punto di vista speciale.  Siamo abituati a identificare Pèsach e la festa delle mazzot. In realtà si tratta di due feste distinte: la prima cade il 14 di Nissan, giorno in cui veniva fatto il  sacrificio pasquale, mentre la festa delle Mazzot inizia il 15 di Nissan e dura sette giorni (otto nella Diaspora). La notte tra il 14 e il 15 di Nissan con il Seder è il momento in cui le due feste si incontrano e condividono i loro significati.

Analizziamo due aspetti della parashà e vediamo in quale relazione stanno con la festa di Pesch – Chag hamazzot e quale rapporto v’è tra loro.

A: La rimozione della cenere e il chamez 
Il chamètz orgoglioso

Il Signore parlò a Mosè dicendo: “Impartisci quest’ordine ad Aronne e ai suoi figli dicendo: ‘Questa è la legge dell’olà (olocausto), essa è l’olà (che rimarrà) sulla legna ardente sull’altare tutta la notte fino al mattino e (per cui) si manterrà acceso il fuoco dell’altare. Il sacerdote indosserà la sua veste di lino e metterà i calzoni di lino sulla sua carne; quindi preleverà (giornalmente) la cenere (che si sarà formata) quando il fuoco avrà arso l’olà sull’altare e la metterà accanto all’altare. Poi si spoglierà delle proprie vesti e ne indosserà altre, e toglierà la cenere portandola in un luogo puro, al di fuori del campo. (Levitico 6: 1- 4)

Ha detto rav Achà bar Abà a nome di rabbi Jochanàn: da dove si deduce che, secondo la Torà, il cohen deve cambiarsi di abito? Da quanto è detto: “Poi si spoglierà delle proprie vesti e ne indosserà altre”. Ha spiegato rabbi Ishmaèl: la Torà insegna il modo giusto di comportarsi: vestiti indossati per preparare un cibo per il proprio padrone, non vanno usati per versargli il vino. (Shabbath 113 114)


La terumàt ha-dèshen  – prelievo della cenere che si era formata sull’altare durante il giorno e la notte precedenti – era la prima mizvà che i sacerdoti dovevano compiere ogni mattina. I commentatori si interrogano sul significato di questa mizvà e in particolare sul motivo per cui la Torà le conferisce tutto questo rilievo. Inoltre il testo sottolinea che il sacerdote doveva cambiare il proprio abito per portare la cenere dall’interno del Tempio al suo esterno.

L’autore del sefer hachinnukh sostiene che questa mizvà risponde a due necessità, una di ordine estetico e un’altra di ordine tecnico: dare il massimo decoro a quanto il sacerdote faceva nel Tempio e consentire al fuoco di ardere meglio. Questi motivi non soddisfano quei commentatori che cercano nelle parole della Torà qualcosa di più di un mero “insegnamento” tecnico, un’azione che eseguirebbe ogni persona prima di accendere un fuoco. E’ strano che per fare un’azione così semplice il sacerdote debba indossare degli abiti sacri che deve poi cambiare, per indossarne altri di minor livello di santità, per rimuovere la cenere e portarla fuori dall’accampamento.

Rabbenu Behajè ben Asher afferma che lo scopo della mizvà è di far sì che il sacerdote si vesta con gli abiti sacri per onorare il Signore anche se deve fare la cosa più faticosa e semplice: questo comportamento contribuisce a fargli ridurre l’orgoglio.

Rabbenu Bechajè Ibn Pakuda, autore del “Doveri dei cuori”, fa un’affermazione simile: quando il sacerdote si trova all’interno del Tempio, deve mettere in pratica la mizvà con il massimo decoro, mentre quando esce e si trova davanti alla Comunità, deve indossare gli abiti più semplici, dimostrando così di avere estirpato l’orgoglio dal proprio cuore.

Shimshon Refael Hirsch approfondisce questa mizvà: il servizio mattutino inizia con la terumàt hadèshen, che simboleggia il servizio eseguito nel giorno precedente;  la hozaat hadèshen, la rimozione della cenere, insegna, invece, che all’inizio di ogni nuovo giorno, si deve rinnovare l’impegno per osservare tutto ciò che ci è stato  comandato; ogni giorno dobbiamo osservare la mizvà con la stessa gioia provata la prima volta, come se non l’avessimo mai messa in pratica in passato. Per iniziare il servizio del nuovo giorno, bisogna liberarsi da ogni cosa, rimuovendo i residui del servizio del giorno precedente. Nel fare ciò, l’uomo deve cambiare i propri vestiti, indossare quelli di minor valore, esprimendo con questo di volersi liberare da ogni orgoglio. Ogni nuovo giorno nasce una nuova mizvà, nasce un nuovo ebreo.

La rimozione della cenere che il sacerdote faceva ogni mattina non può non richiamare alla mente l’eliminazione del chamètz (le sostanze fermentate derivanti dal grano e dall’orzo) che l’ebreo compie ogni anno prima di Pèsach. Nel Santuario tutte le offerte di farina (tranne quella del korbàn todà, sacrificio di ringraziamento, e quella di Shavuòth) venivano fatte con la mazzà, azzima non lievitata: l’uso del chamètz nelle offerte al Tempio era normalmente proibito.

Se si vuole entrare nel Santuario bisogna liberarsi dei residui del chamètz accumulato nel corso dell’anno. Ognuno deve lavorare duramente su se stesso, fare tutto ciò che è possibile per ricomporre i propri rapporti con il prossimo e con il Signore, affrontando se necessario anche situazioni imbarazzanti e scottanti. Nel farlo bisogna cambiare i propri abiti proprio come faceva il Gran sacerdote, spogliandosi dalle vesti dell’orgoglio per indossare quelle dell’umiltà.
Questo sarà il modo migliore per eliminare e bruciare il proprio chamètz.

B. L’iniziazione di Aron a Gran Sacerdote: la grande rinuncia?

La parte fondamentale della parashà è dedicata alla cerimonia di iniziazione di Aron, il fratello maggiore di Mosè. I rapporti tra i due fratelli non sono stati sempre lineari: l’episodio del vitello d’oro e il comportamento di Aron in quella circostanza non poteva trovare il consenso di Mosè. Tutt’altro. Le giustificazioni addotte da Aron non potevano essere accettate da chi aveva ricevuto e trasmesso il Decalogo e, in particolare, il secondo comandamento che vieta ogni forma di idolatria. Il problema che doveva affrontare Mosè non era semplice: mettere la gestione del Santuario, che era una sorta di “antidoto” contro l’idolatria, nella mani di una persona che aveva “tradito” il messaggio antiidolatrico.  Nella Torà non troviamo nessun esplicito riferimento a questo problema, se non uno dei “Ta’amèi ha-mikrà”, segni di cantillazione, ideati dai masoreti.   Il Tà’am in oggetto è il “Shalshèlet” (Levitico 8: 23). La sua forma zigzagata è già un programma, e la sua cantillazione, espressa dalla voce che si innalza e poi scende per almeno tre volte, deve essere spiegata. Questo segno appare nella Torà solo quattro volte (l’ultima proprio in questa parashà): un’analisi degli altri casi in cui appare può aiutarci a capirne il significato.

Il primo caso: la storia di Lot,

Lot, stabilitosi a Sodoma, è oramai in pericolo di assimilare gli usi e i costumi di quella città. Il Signore invia due messaggeri che hanno il compito di salvarlo dallo sconvolgimento che sta per cadere su Sodoma, ma Lot esita (Vayitmamàh). Proprio su questa parola troviamo il Ta’am Shalshèlet.  Lot è lacerato tra rimanere a Sodoma e abbandonare la sua identità “abramitica” oppure cercare di tornare a essere se stesso. I due messaggeri, nell’incertezza di Lot, decidono di sollevarlo e portarlo via.

Il secondo caso: Eli’ezer, servo di Abramo

Abramo  invia Eli’èzer a cercare una moglie per Isacco; arrivato al pozzo dove  i pastori portavano i greggi ad abbeverarsi, Eli’èzer ha un momento di esitazione: se riuscirà nella sua missione, Isacco avrà una moglie e i suoi figli raccoglieranno l’eredità di Abramo; se invece fallirà una delle sue figlie potrebbe sposare Isacco e Eli’èzer potrebbe divenire di fatto l’unico erede (Abramo si era lamentato dicendo “il mio fattore mi erediterà”: “Signore, cosa puoi darmi se rimango senza figli, colui che erediterà la mia proprietà sarà Eli’èzer di Damasco?” (Gen. 15: 2). In attesa dell’incontro con Rebecca che risolverà il problema, Eli’èzer esprime una preghiera affinché la sua missione abbia successo.  Prima della preghiera troviamo lo Shalshèlet sulla parola Vayomàr, e disse (Gen. 24:12) E’ chiara l’ambivalenza con cui Eli’èzer esprime il suo desiderio.

Il terzo caso: Giuseppe

Il terso caso è quello di Giuseppe: rimasto solo in casa con la moglie del padrone Potifàr, rifiuta le avances della moglie che vuole che lui vada a letto con lei. Giuseppe si rifiuta (Vaimaèn, Genesi 39: 8),  ma a costo di un notevole sforzo e su questa parola troviamo il ta’am shalshelet. Visto che i fratelli lo avevano rifiutato, la tentazione di assimilarsi e diventare egiziano a tutti gli effetti è molto forte. E’ sul punto di cedere, quando gli appare la figura del padre che gli ricorda le sue radici e la sua identità (Rashi, Genesi 39:8).

Il Ta’am shalshelet quindi indica che siamo in presenza di un conflitto di identità: Lot vuole continuare a seguire gli insegnamenti di Abramo?  Eli’èzer vuole essere l’erede spirituale ed economico del padrone Abramo? Giuseppe vuole essere ebreo o egiziano?  Era questa la domanda ultimativa  per una persona che aveva dichiarato che era un giovane ragazzo ebreo, come testimoniano le parole del coppiere al Faraone (Genesi 41: 12).

Il quarto caso: Mosè

Mosè, inaugurato il Tabernacolo, doveva portare a compimento tutta la procedura investendo Aron nel ruolo di Gran sacerdote: è lui stesso a gestire la cerimonia e fa le veci del sacerdote: veste Aron e praticamente gli conferisce il ruolo che in origine sarebbe spettato a lui, come scrive il Talmud: In origine (Dio disse) avevo inteso che tu fossi il sacerdote e Aaron tuo fratello sarebbe stato un levita. Ora lui sarà il sacerdote e tu sarai un levita (Zevachim 102a).   In fondo, il suo ruolo di capo e profeta non poteva essere ereditato dai figli, mentre il sacerdozio sarebbe stato trasmesso di generazione in generazione. Quindi Mosè, nella sua funzione di “sacerdote”,  in questa occasione eccezionale, fa l’atto sacrificale, ed ecco che sulla parola Vaishchàt (scannò) troviamo ancora il ta’am Shalshèlet: in quel  momento Mosè si interrogava se tutti i suoi sforzi non meritassero una continuità attraverso i figli, un ruolo più centrale nella vita del popolo ebraico: viste le colpe di Aron, non sarebbe spettato più degnamente a lui e ai suoi discendenti il ruolo di Gran sacerdote?

Scrive Israel Eldad (Hegyonot Mikrà, ed. Sulam, pp. 147 – 8)

Il Sacerdote e non il profeta entra nel Santo dei Santi,  perché il profeta porta dentro di sé il Sacro: Il sacerdote presenta un sacrificio, ma il profeta no, perché egli sacrifica se stesso: è lui stesso il sacrificio…. C’è una Torath Cohanim (il Levitico),  ma non c’è una Torat Neviim. Quando il profeta indossa un vestito, non è il vestito che determina la sua immagine, lui stesso stabilisce il suo abito secondo quanto lo avrà ispirato lo spirito divino. …. Non esiste un insieme di regole per il profeta…. Mosè ha scritto in dettaglio le norme per i re e le norme per i sacerdoti e i sacrifici,  ma non quelle per i profeti, perché ciò è impossibile: ogni profeta ha un suo stile, un suo abito. Il profeta e il sacerdote sono fratelli perché entrambi figli di ‘Am – Ram (il nome del padre di Mosè e Aron). Aron è il primogenito (e ai primogeniti spetta il sacerdozio; lui è la persona che rappresenta il popolo e il popolo è in rapporto con lui; Mosè è l’uomo di Dio, nel senso che era Ram, cioè elevato, al di sopra del popolo e dello stesso Aron . Pe r merito di Mosè, Aron è diventato gran sacerdote, ma questo è stato possibile perché c’era un popolo che doveva essere trasformato in un popolo ‘Am sacerdotale.

Il problema dell’identità è al centro della festa di Pèsach: il sacrificio pasquale ha la funzione di definire chiaramente chi è parte dei figli di Israele e chi non lo è. Gli ebrei in Egitto dichiarano sugli stipiti delle porte con il sangue dell’agnello la propria identità. La Torà stabilisce che l’agnello pasquale può essere consumato solo da chi appartiene al popolo ebraico, e questo fa sì che chi non ha potuto fare il korbàn pèsach ha la possibilità di farlo un mese dopo, diversamente da quanto accade per le altre feste per cui ‘avàr zemanò batèl korbanò , cioè passato il tempo stabilito, il sacrificio viene annullato.

Il messaggio di Pèsach e hag hamazot è duplice ed è valido per ogni ebreo, ma può essere adottato da chiunque: ognuno deve cercare di sapere qual è il suo posto in questo mondo e in questa società, in modo che non vada ad occupare il posto che spetta ad altri e che lui comunque non sarebbe in grado di occupare. In questo processo di ricerca della propria identità, per recuperare quella propria, ognuno dovrà cercare con meticolosità in mezzo alla cenere il proprio hamez, analizzare le proprie esperienze e divenire una nuova persona.

Ecco perché il Seder di Pèsach, giorno in cui si incontrano le due feste Pesach e Hag hamazoth, è un’occasione che nessun ebreo può perdere.

Con i miei migliori auguri per un Pèsach sameach vekasher

Scialom Bahbout

Israel Eldad (1910 – 1996)

Nato in Galizia e morto a Gerusalemme. Pubblicista  e traduttore. Laureato al Seminar le Morim a Vilna. Attivista del movimento Betar.  Dottorato in Filosofia a Vienna. Salito in Israele nel 1941, si iscrive al movimento Lekhi. Dopo la morte di Yair Shtern entra a far parte del gruppo dirigente. Autore di molti libri e articoli e tra gli altri  Heghyonot Mikrà sul Pentateuco. Ha insegnato Bibbia nelle scuole superiori in Israele per molti anni.