La quinta mem di Purìm | Kolòt-Voci

La quinta mem di Purìm

Le maschere e lo strano rapporto con il carnevale

Rav Riccardo Di Segni

A Purim si usa mascherarsi, ma perché? Da dove origina questo uso? Sappiamo che tradizionalmente vi sono quattro precetti da osservare a Purim, ognuno dei quali inizia con la lettera mem: meghillà, la lettura della meghillàda fare la sera e la mattina; mattanòt la evionim, doni ai poveri, un dono ciascuno a due poveri differenti; mishloach manòt, invio di due alimenti a un amico; mIshtè, il banchetto, nel senso di un pasto in cui si abbonda con il cibo e soprattutto con il vino. A questi precetti si è aggiunta un’altra cosa, che non è un precetto, ma una consuetudine, quella di mascherarsi; maschera in ebraico si dice massekhà, e così abbiamo la quinta mem.

Tra gli obblighi sopra citati, che hanno origine nella meghillà stessa e sono discussi e regolati nel Talmùd, e le prime notizie che abbiamo nei testi rituali sull’uso di mascherarsi, è passato un bel po’ di tempo. La notizia compare, sembra per la prima volta, in una raccolta di responsa firmati da rav Yehudà Mintz, che era un illustre maestro di origine tedesca (Magonza) che da giovane si trasferì a insegnare a Padova, dove creò una importante scuola di Torà. Rav Mintz fu molto longevo e morì nel 1508. Tra i pochi testi che di lui ci sono rimasti c’è la sua risposta sulla liceità di “indossare i partzufìm come usano fare ragazzi e vergini, anziani e giovani a Purìm”. Partzùf è una parola che in ebraico indica la faccia o l’effigie, di probabile origine greca, pròsopon (che in greco indicava anche la maschera teatrale, da cui in italiano “persona” e “prosopopea”), e qui nel responso indica chiaramente una maschera, anche se non si usa un termine ebraico specifico per indicarla. Il quesito rituale si poneva soprattutto rispetto al divieto biblico: “non vi sia un oggetto maschile su una donna e non indossi un uomo l’abito di una donna” (Devarìm 22:5). Rav Mintz non solo dimostra che per un’occasione come Purìm e per lo scopo di divertimento innocente del travestimento non si fa alcuna trasgressione del divieto, ma testimonia la diffusione dell’uso, senza alcuna critica rabbinica, nella sua cerchia famigliare dai tempi della sua infanzia.

In base a questo documento gli storici hanno dedotto che l’uso di mascherarsi a Purìm, che non esisteva nell’antichità, sia stato introdotto nell’ebraismo (con grande successo e diffusione) per tramite degli ebrei italiani del nord est, che l’avrebbero fatto a imitazione del Carnevale veneto. Una tesi più recente, che si basa sulle parole di Mintz quando aggiunge un suo ricordo di giovinezza, attribuisce l’inizio dell’uso delle maschere agli ebrei tedeschi, anche loro ad imitazione del carnevale locale; dalla Germania passò in Italia e poi nel resto del mondo (escluse alcune comunità di area islamica).

Parlare del Carnevale accostato a Purim potrebbe far venire i brividi ai custodi dell’ortodossia e non solo. Sappiamo che cosa succedeva agli ebrei durante il Carnevale, in cui erano l’oggetto degli scherni della popolazione cristiana; rav Elio Toaff ha documentato quello che succedeva a Roma, compresa la tradizione dell’ebreo messo in una botte fatta rotolare dal monte di Testaccio, o la corsa degli ebrei seminudi per le vie del Corso. Rav Toaff ricordava questi fatti agli ebrei romani che si erano dimenticati della storia e festeggiavano i giorni di Carnevale ignari del suo significato. Che è quello di un periodo festivo di remote origini in cui ricorrono temi e celebrazioni di feste pagane come i Saturnali romani e le Dionisiache greche, nelle quali erano consentite tutta una serie di trasgressioni e inversioni dei normali rapporti sociali. Il cattolicesimo ha poi assorbito, regolato e reinterpetato le celebrazioni di questo periodo. In contrasto con tutto questo il Purìm per gli ebrei è il ricordo di un avvenimento storico e il simbolo della salvezza dalle persecuzioni, e ideologicamente non ha niente a che fare con una celebrazione che è legata a tutt’altri temi.

Malgrado le differenze, esistono però dei punti di contatto. Il primo è il periodo. Purìm cade un mese prima di Pesach, e la fine del Carnevale, il mercoledi delle Ceneri, segna l’inizio della quaresima, i 40 giorni che precedono la Pasqua cristiana che nella maggioranza degli anni cade in prossimità di Pesach. Quindi Purim di solito cade pochi giorni dopo la fine del Carnevale e solo in qualche anno un po’ più tardi. Inoltre le manifestazioni di allegria del Purìm (gli eccessi alimentari, gli scherzi, le barriere sociali un po’ abbattute) sono, in forma concentrata in una giornata, per alcuni aspetti simili a quelle del Carnevale. In un editto del Cardinale Vicario di Roma del 1775 (recentemente riproposto su facebook da David Pacifici) si proibivano agli ebrei di Roma in occasione della loro festa “detta in ebraico Purim (e per abuso il Carnevale)” di usare maschere, fare festini, e invitare cristiani alla loro festa. L’analogia risaltava e anche se si parla di “abuso”, c’era chi, tra ebrei e cristiani, lo chiamava Carnevale (degli ebrei). Qui si inserisce il tema delle maschere, che da un certo momento della storia caratterizza il Purim e lo rende simile al Carnevale.  

Secondo gli storici, gli ebrei italiani e/o tedeschi, avrebbero alla fine del medioevo copiato i modelli cristiani, cominciando a mascherarsi, ma chissà veramente chi ha copiato da chi. Perché qui si inserisce una riflessione ebraica sul significato del mascheramento, per dimostrare quanto questo tema sia essenziale nella festa di Purìm. Se le maschere sono entrate a un certo punto nella festa, non è stata un’ingerenza estranea ma un completamento organico.

Per capire questo concetto teniamo presente che la maschera ha essenzialmente due scopi: cancellare l’identità di una persona nascondendola, e trasformarla in un’altra persona. Sono due temi molto presenti nella tradizione e specialmente ricorrenti a Purìm. Il nome della regina Ester, in ebraico contiene la radice samekh-tau-resh, che significa nascondere. La cosa viene interpretata nel senso del nascondimento divino, il volto divino che non si rende visibile lasciando che gli eventi abbiano il loro corso; ma è nascondimento apparente, perché la provvidenza continua ad agire. Lo stesso nome divino nella meghillà non compare mai, è nascosto. Ester non rivela, se non nel drammatico secondo banchetto, la sua identità. È un’ebrea nascosta e travestita. Mordekhai viene (tra)vestito con gli abiti regali. Tutta la storia della meghillà gioca sul tema del rovesciamento (wenahafòkh) e della trasformazione.

E ancora: maschera è una parola di etimologia molto discussa, forse di origine tedesca. Ma è molto simile al termine ebraico che rav Mintz non usava e che dopo sarebbe stato di impiego comune: masekhà (oggi impiegato anche per le mascherine facciali di protezione dal Covid). Potrebbe sembrare una parola presa in prestito da altre lingue, ma la radice ebraica a cui è collegata (samekh-waw-khaf, o samekh-khaf-he) indica la copertura, e nella Torà è frequente la parola masàkh, che è la cortina sulla porta, e la sukkà che è la capanna che protegge. E forse già in Isaia  25:7 e 28:20 ha il significato di maschera (altrove massekhà è il getto della fusione, dalla radice nun-sàmekh-khaf, con cui si fabbricano idoli metallici).

E a pensarci bene questo tema della copertura compare in altri importanti contesti: come accennato poco sopra, nella festa di Sukkòt, dove si celebra la copertura, nel senso della protezione divina; a Kippùr, dove il nome della giornata deriva dalla radice kaf-pe-resh, che significa espiazione, nel senso della cancellazione, ma anche della copertura: i peccati sono coperti e non si vedono più; in italiano, come già Shadàl notava, “coprire” e “coperchio” hanno le stesse consonanti di kpr. A Rosh ha Shanà è la luna che si nasconde (bakèseh leyom chaghenu) e a Pesach è il mare che ricopre gli inseguitori di Israele (waykhassù maym tzarehèm). Quindi abbiamo la copertura protettiva di Israele, la copertura dei peccati, la copertura della luna e la copertura dei nemici per non renderli effettivi; il tema comune è la protezione. DI Moshè si racconta che dopo essere stato in contatto con il Signore aveva il volto tanto luminoso che le persone avevano timore di avvicinarsi a lui, e era costretto a mettersi sulla faccia un maswè, un panno di protezione, in questo caso per proteggere gli altri (Shemot 34:33-35).

E infine il grande modello del travestimento è nella storia (Bereshit 27) di Yaaqov che si traveste da Esav per carpire la benedizione paterna, prototipo di tante situazioni, anche del desiderio di Israele di cancellare la propria identità.

In conclusione, quale che sia l’origine delle maschere a Purìm il corredo simbolico ebraico che le accompagna è tale il riferimento al Carnevale è solo quello di una pallida analogia.

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