Fatti non foste a viver come bruti | Kolòt-Voci

Fatti non foste a viver come bruti

Parashà di Mishpatim

Rav Scialom Bahbout

Il passaggio dall’atmosfera che si respira nella parashà di  Itrò a quella di Mishpatim, può lasciare interdetti: si ha una specie di caduta di tono e di stile. Dall’enunciazione dei grandi principi si passa all’analisi delle piccole cose di tutti i giorni: Rashi ci dice che l’uso della vav ו all’inizio della parashà (e questi.. ואלה) sta ad indicare che quanto segue va a completare ciò che è stato detto in precedenza ed è una sua continuazione. La Torà in sostanza afferma che la vita dell’individuo e della società è fatta spesso di piccoli dettagli e l’importante è che questi siano in linea con i principi generali appena enunciati. Potremmo cercare di individuare come le norme racchiuse nella parashà di Mishpatim si relazionano al Decalogo, ma questa sarebbe un’analisi troppo lunga. Ci limiteremo a individuare la relazione tra la prima Parola e la prima norma che si trova nella parashà.

Il primo comandamento afferma “Io sono il Signore che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto dalla casa degli schiavi”: la prima norma riguarda quindi lo schiavo ebreo, l’’eved ‘ivrì.

Scrive  Beni Gesundeheit* in Otsar Hatefillot, (analisi della Tefillà nella parashoth settimanali)

La parashà di Mishpatim che appare immediatamente dopo il dono della Torà inizia con  le norme relative allo schiavo e all’ancella ebrei. In questo è nascosto un messaggio importante: i figli d’Israele, che hanno avuto il grande merito di uscire dalla casa degli schiavi egiziana, hanno l’obbligo di conservare questa esperienza come base della morale e del diritto per il futuro, e hanno il dovere di preoccuparsi dei diritti degli schiavi e di liberarli a tempo debito.  

In effetti l’uscita dell’Egitto viene ricordata nella Torà e nel resto della Bibbia in molte occasioni come base al nostro dovere storico di preoccuparci dei deboli della società: in tutti questi casi la Torà afferma come motivazione “e ricorderai che fosti schiavo in Egitto e il Signore ti ha redento da lì: perciò io ti ordino di fare questa cosa” (Deuteronomio 24, 18). Se facciamo un confronto con quanto accadeva in questi temi nelle altre società del tempo possiamo vedere come venivano trattati e sfruttati gli schiavi in lavori pesanti, sena diritti  e quasi sempre senza la probabilità di essere liberati un giorno.

Le benedizioni dell’identità

Per quanto possa sembrare strano anche oggi esistono schiavi e schiave e l’uso di ringraziare il Signore per non essere nati schiavi non è del tutto privo di attualità. E questa benedizione non è isolata, ma fa parte di una triade che comprende, oltre alla schiavitù, l’affermazione di non essere nato gentile o donna: Benedetto Tu … che non mi hai creato schiavo.. che non mi hai creato gentile…. Che non mi ha creato donna.

L’uso nelle tre benedizioni dell’espressione “Benedetto Tu …  che non mi ha creato” è in effetti problematica e può suonare come offensiva. In effetti l’espressione negativa è inusuale anche per gli eventi negativi: quando si riceve la notizia della morte di una persona si dice Barukh dayan haemet, Benedetto il Giudice di verità; quando si incontra una persona che ha un brutto aspetto per un qualche difetto fisico, si dice Barukh meshannè haberiot, Benedetto colui che crea creature strane. Come spiegare questa differenza con le altre benedizioni?

Innanzi tutto, è probabile che la formulazione sia stata influenzata dalla cultura greca molto diffusa a quel tempo: quando andavano a studiare dai filosofi (per esempio da Socrate) i greci ringraziavano di non essere nati barbari, schiavi o donne, e questo perché non avrebbero potuto studiare filosofia dai filosofi **.

Beni Gesundheit rileva che queste tre benedizioni non fanno parte della lista delle benedizioni che accompagnano il risveglio (Berakhot 60b), ma si trovano in altra fonte talmudica (Menachot 43b): A nome di Rabbi Meir è scritto: “l’uomo ha l’obbligo di dire tre benedizioni ogni giorno e sono queste: che mi ha creato Israel, che non mi ha creato donna, che non mi ha creato Bur (ignorante).  Possiamo quindi definire queste benedizioni come “affermazione e presa di coscienza della propria identità”.

Nel Talmud la formulazione della terza benedizione viene modificata proprio per indicare che non ci si deve sentire superiori alle persone “ignoranti”: per questo motivo l’ultima di queste tre benedizioni è stata sostituita da quella oggi in uso (che non mi ha creato schiavo).

E’ bene che l’uomo sia stato creato?

In secondo luogo, anche se non è certo da escludere che possa esserci stata l’influenza greca, penso che possiamo proporre una diversa analisi, basata su una discussione talmudica:

Hanno insegnato i Maestri: Beth Shammai e Beth Hillel hanno discusso per due anni e mezzo: gli uni dicevano:  Sarebbe stato meglio che l’uomo non venisse creato piuttosto che essere creato; gli altri dicevano: E’ bene che l’uomo sia stato creato piuttosto che non sia stato creato. Hanno fatto la conta e hanno concluso: sarebbe stato meglio se l’uomo non fosse stato creato piuttosto che essere creato, ma visto  che è stato creato analizzi le sue azioni (Eruvin 13b).

La decisione finale sembra contraddire l’idea della bontà della creazione dell’uomo: Dio vide che tutto ciò che aveva creato era molto buono e il midrash sottolinea che la parola Meod (molto) allude all’uomo, che si scrive con le lettere di Adam זה אדם  מאד

Comunque, quale che sia l’interpretazione che diamo alla discussione, la decisione finale è chiara: sarebbe stato meglio se l’uomo non fosse stato creato. Pertanto l’uso della frase con il verbo in positivo “Benedetto…  che mi hai creato uomo… libero…. , ebreo” contraddirebbe la decisione finale. Se si esclude il rito italiano, l’espressione “che mi ha creato Israel”,  espressa in forma positiva, è stata sostituita con le parole “che non mi ha fatto gentile (goi)”.

A parte queste considerazioni, bisogna analizzare le tre espressioni nel contesto generale delle altre mizvoth. Per capire qual è la posizione della Torà per quanto concerne i diritti sia della donna che dello schiavo (e anche al lavoratore salariato) è necessario analizzare lo stesso argomento anche in tutti gli altri contesti. *.

Comunque nel Talmud la formulazione della terza benedizione viene modificata e sostituita da quella oggi in uso (che non mi ha creato schiavo), proprio per indicare che non ci si deve sentire superiori alle persone “ignoranti”. In ogni caso è chiaro che anche una formulazione negativa può essere interpretata nel senso “ti ringrazio di non avermi fatto schiavo (ma libero ecc).

La domanda è se qui ci sia solo la volontà di uniformare il testo delle tre benedizioni oppure se ci sia una intenzione più sottile: se, come si è detto, queste benedizioni rappresentano la presa di coscienza della propria identità, non c’è dubbio che questa si manifesti nell’istante in cui ci si relaziona con gli altri: siano essi non ebrei, donne, schiavi. Quindi, in definitiva, questa formulazione vuole sottolineare due aspetti: primo, mi rendo conto della mia identità, solo quando penso a chi non sono; secondo, che la creazione dell’uomo non è da considerare in assoluto come positiva. E se dobbiamo definire l’essere umano, che è stato creato a immagine divina, allora dobbiamo applicare anche a lui l’idea che lo possiamo definire solo con ciò che non è, così come possiamo fare quando parliamo di Dio.

Per esprimere un’opinione definitiva sull’uomo – su ogni uomo – è necessario aspettare e vedere se ha usato la vita che gli è stata concessa, se essa è stata piena di significato e di realizzazioni, come dice anche Dante “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza.

Scialom Bahbout

·       Tra l’altro, se lo scopo della vita è quello di servire Dio e le mitzvoth sono lo strumento fondamentale, uomo e donna hanno svolto storicamente diverse funzioni. Il numero delle mizvoth che gli uomini devono fare è maggiore che di quello delle donne, un gentile ne deve fare solo sette e anche uno schiavo ha un numero limitato di mizvoth: quindi implicitamente si ringrazia per avere avuto il privilegio di fare più mizvoth  Infine, per quanto riguarda la donna non bisogna dimenticare che la procreazione, per quanto considerata sempre positiva, è accompagnata dal dolore del parto: quindi si può legittimamente ringraziare di non dovere fare questa esperienza. Avraham Farissol nel Siddur da lui compilato per una signora usa la formula:.. di avermi creato donna e non uomo (Shasitani Ishà velo ish). Per un’analisi approfondita rimandiamo alla ricerca di RavYosef Tabori : “The Benedictions of Self – Identity and the changing Status of Women and of Orthodoxy” in KENISHTA – Studies of the Synagogue World, Bar Ilan University press. 2001, pp 107 – 138.

Vedi: Rav Aharon Lichtenstein, Tovà Chochmà im nachalà” Mamlekhet kohanim vegoi kadosh (Yerushalaim 5749) pag. 29.

Benjamin Gesundheit

Dr. Beni Gesundheit ha studiato alla Yeshivat Har Etzion in Alon Shvut, Israel.  Ha studiato medicina in Svizzera, applicandosi alla pediatria alla Hadassah Hospital a Gerusalemme e ha completato il suo Phd in ematologia oncologica pediatra a Toronto, Canada.  Ph.D. in Bioteica dall’Università di Toronto (2004), con una dissertazione sulla Etica Medica Ebraica. Dr. Gesundheit ha insegnato Etica medica ebraica nel Dipartimento di Filosofia ebraica all’università ebraica di Gerusalemme. Sta lavorando a un nuovo commento a libro sui Salmi. Il website  www.tehillim.org.il in ebraico e inglese presenta il suo approccio con letture e articoli. Ha pubblicato diversi libri di argomento ebraicoe tra questi “Otsar Hatefillot” in cui a ogni parashà associa una tefillà del siddur. Un paio di tefillin della famiglia (di Cracovia) è arrivato ad Auschwitz ed è stato usato da moltissime persone che erano nel campo. Purtroppo tre mesi prima dell’arrivo dell’esercito russo i tefillin furono requisiti.