Da schiavi del Faraone a padroni del tempo | Kolòt-Voci

Da schiavi del Faraone a padroni del tempo

Parashà di Bo

Rav Scialom Bahbout

La parashà di Bo contiene il momento più importante della storia del popolo ebraico: la sua nascita, che coincide con la festa di Pèsach; tuttavia, prima di parlare della festa di Pèsach, il primo argomento che viene affrontato è la mizvà del Kiddush hachodesh, cioè il modo in cui va stabilito e proclamato il Capo mese.  Secondo Rashi il “Bereshit” della Torà avrebbe dovuto essere proprio questa mizvà e se il testo ha derogato ci sono motivi profondi, tra i quali il fatto che si vuole stabilire chi è il proprietario di tutte le terre e della Terra d’Israele in particolare.

 “Il Signore parlò a Mosè e ad Aronne in Egitto e disse loro: questo mese sarà per voi il capo dei mesi, il primo sarà per voi per i mesi dell’’anno”: fece vedere a Mosè la Luna nel momento del novilunio. Il testo non perde il suo significato letterale : per il mese di Nissan gli disse: questo sarà l’inizio del conteggio dei mesi, così che Iyar sarà il secondo, Sivan il terzo (Esodo 12, 1  e Rashi)

Rashi scrive poi che Mosè aveva avuto bisogno che gli venisse indicato il momento esatto del Novilunio e l’espressione  Hachòdesh hazè, va interpretata nel senso che Hodesh significa la Luna nuova. Il Signore quindi gli fece vedere la Luna e gli disse. “Devi consacrare (proclamare) il nuovo mese, quando vedrai la Luna in questo stadio”.

La domanda che si fanno tutti i commentatori è come mai, nel momento in cui sta per nascere il popolo ebraico, la prima mizvà che gli viene data è quella del Capo mese.

Visto che parliamo dell’inizio della storia di Israele come popolo, bisogna fare alcune premesse

1.     Il tempo viene creato da Dio assieme alla creazione dell’uomo:  nella preghiera Barukh Sheamàr, le parole Barukh ‘osè bereshit, significano Benedetto Colui che fa il principio da non confondere con Barukh ‘ose ma’asè bereshit (Benedetto colui che fa l’opera della creazione). E’ l’uomo che comincerà a contare e a misurare il tempo.

2.     I giorni della settimana hanno come riferimento la creazione del Mondo: una volta consacrato il settimo giorno, l’uomo deve solo stare attento a non perdere il conteggio. Solo nel caso in cui uno si sia dimenticato o si trovi nella condizione di non sapere in quale giorno cade shabbath, allora dovrà ricominciare un nuovo conteggio.

3.     I mesi hanno come riferimento l’uscita dall’Egitto: Tishrì è il settimo mese, anche se secondo la tradizione l’uomo è stato creato proprio il 1° di Tishrì.  Il testo della Torà ci dice che comunque per voi lakhem (cioè per Israele)  Nissan sarà il primo mese. Per spiegare perché oggi i mesi hanno un altro nome e non un numero ordinario, Nachmanide dice che gli ebrei, tornati dall’esilio babilonese, hanno assunto per i mesi i nomi dei paesi dai quali erano partiti, cioè quelli babilonesi o persiani. Questa decisione ha incontrato qualche riserva. Il Hatam Sofer afferma che assumere come riferimento l’uscita dall’Egitto per i mesi, e la creazione per i giorni  i giorni della settimana, è molto importante, perché  educa a capire qual è la nostra posizione rispetto alla natura alla storia.

4.     Le stagioni  non sono state stabilite dall’uomo, ma si impongono all’uomo delle scelte che l’uomo deve prendere per avere un anno “ordinato”: il compito di stabilire il calendario è quindi lasciato al Sinedrio, il Tribunale supremo, che aveva il compito di ristabilire l’equilibrio, aggiungendo un mese ogni tre anni circa, in modo che Pèsach cadesse sempre in primavera *.

Perché quindi la mizvà di contare il tempo è stata sta data per prima?

Una prima possibile risposta era la necessità di creare qualcosa che unisse il popolo appena formato. Le feste hanno una incidenza fondamentale  nella tradizione ebraica, hanno  la forza di cementare la collettività, hanno una grande influenza educativa e servono a rafforzare l’unione, specie in una comunità dispersa ai quattro angoli della terra.

Un interpretazione molto interessante viene espressa da Rabbi Ovadià Sforno Commento ad locum):

Da ora in avanti i mesi saranno vostri, per farci ciò che vorrete. Ma nei tempi della schiavitù i giorni non erano vostri, ma per servire gli altri e la loro volontà, poiché in questo mese è iniziata la vostra realtà come esseri liberi.

Approfondendo questa idea di Sforno possiamo individuare come, ciò che era ed è in gioco, è il tempo come risorsa di libertà per l’uomo nelle sue varie manifestazioni. La libertà fisica (Pèsach), quella spirituale e culturale (Shavuot) e quella economica (Sukot, festa del raccolto e del ritorno alla terra). I filosofi ebrei medievali per indicare la creazione (Beriàt ha’olam) usavano il termine Hiddush ha’olam, rinnovamento del mondo. Il mondo dell’uomo è in realtà in continua evoluzione e cambiamento: a volte si ha l’impressione che sia stato tutto definito e che non si possa più cambiare nulla. Il Signore vuole che l’uomo prenda l’esempio dalla Luna: come la Luna cambia nel corso del suo ciclo così anche l’uomo che a lei si ispira può cambiare anche ciclicamente.  

La concezione meccanicista della realtà e della storia potrebbe allontanarci dal principio fondamentale su cui si basa la Torà: la libertà dell’uomo dai condizionamenti che pensiamo possano essere già incisi nel suo DNA e nei processi economici.

Tutto quanto concerne le decisioni inerenti al calendario (capi mese, feste, anno embolismico) sono state affidate al Tribunale: si potrebbe pensare che non ci sia bisogno di una decisione presa dall’uomo dato che il passare del tempo è sufficiente per stabilire automaticamente l’inizio o la fine di una festa ecc. La  Halakhà stabilisce in partica che il tempo è nelle mani dell’uomo e non viceversa. L’affermazione di Rabbi Ovadià Sforno ci conduce lontano. In effetti sappiamo che la decisione di fissare i tempi delle feste come dei capi mesi dipende in realtà dal fatto che ci sia comunque un Beth din In Terra d’Israele. Babilonia non aveva questo diritto e solo la presenza di un Beth din autorevole poteva garantire la continuità per quanto concerne questo aspetto. Per inciso questa operazione può essere fatta solo da un Beth din musmach, autorizzato, che oggi non esiste comunque neanche in Terra d’Israele.

Vediamo quindi che questi tre concetti: Libertà, Terra d’Israele, Tempo si intersecano e sono tra loro strettamente connessi: solo una società che sia pienamente in grado di decidere sul proprio destino può essere anche davvero padrona del proprio tempo.

La possibilità del cambiamento è essenziale nel progetto della  creazione e questa è possibile solo se l’uomo è libero e ha una capacità di rinnovamento.

Rabbi Nachman di Bratzlav diceva che se fosse rimasto lo stesso il giorno dopo, la sua esistenza non avrebbe avuto senso.

Scialom Bahbout

Ricordiamo che l’anno lunare ha una durata inferiore a quello solare per 10 giorni, 21 ore e 204 halakim (parti); 12 mesi sono 354 (29 x 6 + 30 x 6); 11 giorni x 19 anni fanno 209 giorni pari a sette mesi lunari. A differenza dell’anno civile, non è possibile aggiungere giorni all’anno, ma solo mesi.. Nel ciclo lunare di 19 anni sono embolismici gli anni: 3°, 6°, 8°, 11°, 14°, 17° e 19.  E’stato quindi stabilito di aggiungere un mese ogni tre anni circa. Il mese che si aggiunge cade sempre prima di Pèsach in maniera da poter applicare quanto stabilito dalla Torà “Ricorda il mese della primavera”  perché in quel periodo uscisti dall’Egitto

Rabbi ‘Ovadià Sforno (Cesena 1475 – Bologna 1550)

Commentatore della Torà, ricercatore e medico. Ha fatto studi di matematica, filosofia e medicina. Ha scritto un commento alla Torà che è stampato in tutte le edizioni di Mikraoth Ghedolot. Ha scritto commenti ad altri libri della Bibbia:  Cantico dei cantici, Kohelet, Giobbe, Giona, Habakuk e Zaccaria, Derashot, una grammatica ebraica Or ha’ammim (luce dei popoli) introduzione al suo commento alla Torà. Scritti filosofici, commento al Pirkè avot, stampato all’inizio del Mahazor Roma (Bologna 1540) con il commento Kimkha deabshuna. Una spiegazione dei libri di Euclide. Tra i maestri di Reichlin nel 1500 a Roma. Grande conoscitore del Talmud. Rabbi Ovadia abbandonò Roma nel 1525 e vagò in varie città.