Ariel è il figlio del rabbino che ama la pace scrivendo poesie | Kolòt-Voci

Ariel è il figlio del rabbino che ama la pace scrivendo poesie

Francesca Brandes

È un piccolo grande libro, questo Talelei razon di Ariel Viterbo, uscito per i tipi di CLEUP (2020). Piccolo nel formato, peraltro elegante, con un bel disegno in copertina di Stefania Roncolato. Grande per le realtà che svela a chi voglia avventurarsi nella lettura. Condivide il destino di molta editoria, in quest’anno faticoso: testi di valore, editi con cura, ma non presentati al pubblico come si deve, poco diffusi e recensiti. Occorre rimediare, perché le liriche di questo autore eterodosso lo meritano sicuramente.

Talelei razon e versi sinceri

Sono versi sinceri, quelli di Ariel Viterbo, per nulla costruiti ad arte; testi che affrontano tematiche basilari: il rapporto con la fede, il rapporto con se stessi e il tempo che passa. L’amore, le radici. Il tutto in un continuo rimando ai Testi Sacri della tradizione ebraica, fina dal titolo, quel Talelei razon che significa – in senso benaugurale – “rugiade propizie”. L’espressione si trova nel testo di una delle benedizioni che compongono l’Amidà, la parte centrale delle tre preghiere quotidiane dell’ebraismo: è la benedizione degli anni.

L’autore, di strada, ne ha fatta tanta: nato nel 1965 a Padova, figlio di una delle figure più carismatiche e care agli ebrei italiani, rav Achille Viterbo, si è trasferito in Israele a vent’anni. Pur mantenendo stretti contatti con la cultura d’origine, scrivendo soprattutto e parlando nella sua lingua madre, ha conosciuto tutte le contraddizioni della società israeliana: la guerra, le difficoltà di una vicinanza pacifica, l’importanza di un pensiero libero.

Chi è l’autore di Talelei razon

Laureato in storia e archivistica, Ariel lavora alla Biblioteca Nazionale d’Israele, a Gerusalemme. Editorialista, oltre che scrittore, ha vinto nel 2004 il premio giornalistico Claudio Accardi, con un articolo che dice molto della sua posizione interlocutoria, dal titolo Le possibilità della convivenza, sulla vita in comune tra israeliani e palestinesi.

In tanti anni, non ha cambiato idea, narrando e narrandosi in prosa e in poesia (Talelei razon è il suo terzo volume di liriche, sempre in italiano). Gli viene bene, raccontare l’umano in versi. Ha un passo rapido e tagliente, che riprende dall’ebraico la sintesi, mantenendo però la possibilità affabulatoria dell’italiano.

I lavori di Ariel Viterbo

Molti i testi dedicati alla propria fede, di disarmante verità critica. Resta nel cuore, ad esempio, OnnipotentePersino Tu / sarai stanco / di melodie / innalzate, / di inchini / riverenti, / di lenti / dondolii. / Ascoltare / tutto il dolore /del mondo /e non poter / salvare nessuno. Parlare con Dio, specchiandosi nella sua inaspettata fragilità, nella sua sofferenza. Oppure riflettersi nello sguardo dell’essere amato: Attorno / la città era / una coperta / piena di sogni / mi mostravi il cielo / e lo toccavi / col mio dito.

Il sogno di Ariel

La fulminea velocità del messaggio comprende in sé il male e il bene, come nei versi brucianti di un altro grande poeta israeliano appena scomparso, Natan Zach. Tuttavia, quella nostalgia sottile, quasi acquatica, di pianure sfumate, è tutta italiana: appartiene alle pianure del nord, ai lungofiumi autunnali. Latte di padre, una delle sezioni della silloge, reca con sé la storia filiale di Ariel e anche la storia di un’intera generazione: il sogno di una Terra Promessa da vivere, di una vita finalmente in armonia. L’ansia di domani, invece, ruota tutta intorno a quei versi puliti e nitidi: come costruirsi o ricostruirsi? Come elaborare un futuro possibile?

Le risposte, sussurrate, stanno nella misura umana nel viaggio e nelle “rugiade propizie” che l’esistenza, ogni tanto, ci regala.

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