Intervista a rav Meni Steinsaltz: “Chiamatemi solo Meni” | Kolòt-Voci

Intervista a rav Meni Steinsaltz: “Chiamatemi solo Meni”

David Zebuloni – Bet Magazine Mosaico

Con lo stesso sguardo ironico del padre e la battuta sempre pronta a smorzare i toni solenni, intervistare Rav Meni Steinsaltz a soli pochi mesi dalla scomparsa di Rav Adin Even-Israel Steinsaltz, fa un certo effetto. Così simile e così diverso da lui, Meni sembra capire solo ora l’enormità dell’eredità spirituale lasciatagli dal più grande studioso della nostra epoca.

Neo direttore del Centro Steinsaltz, Meni cerca infatti di dissociarsi in tutti i modi dalla figura di rabbino, tant’è che mi chiede di chiamarlo solo per nome, senza il titolo reverenziale di “Rav”. A proposito del padre, il giovane Steinsaltz racconta di avere avuto con lui un rapporto molto interessante. Un rapporto affascinante per la sua ambivalenza: da un lato il loro legame potrebbe risultare conflittuale per le tante e troppe responsabilità inflittegli alla nascita, dall’altro Meni rivela di nutrire per lui un amore profondo e viscerale, quasi infantile. Interessante anche il suo rapporto con l‘ebraismo italiano. Quando lo contatto per chiedergli l’intervista infatti, Meni risponde entusiasta: “Ma certo. La facciamo adesso? Tra un’ora? Domani? Quando vuoi tu.Qualunque cosa per l’Italia!”.

Rav Meni,  mi pare di capire che tu abbia un rapporto particolare con l’ebraismo italiano. Me ne parli?

Mio padre amava moltissimo la comunità ebraica italiana e così anch’io. Si tratta davvero di una comunità straordinaria, con una storia millenaria importantissima e delle usanze molto particolari. Prima che il Covid stravolgesse il mondo, visitavo l’Italia in media sei volte l’anno. Pensa che mio padre ebbe un ictus tornando in Israele dopo essere stato in Italia. L’ultima volta che tenne una conferenza pubblica fu proprio lì, da voi, in Italia. Dopo l’ictus purtroppo non riuscì più a parlare.

Sono passati ormai diversi mesi dalla scomparsa di uno dei più grandi Maestri della nostra epoca, dalla scomparsa di tuo padre. Come vivi il lutto? 

È un fenomeno piuttosto strano, ma ho scoperto che più il tempo passa e più mi è difficile accettare la sua scomparsa. Ero convinto che la morte fosse una cosa definitiva, ma poi ho realizzato che, nonostante lui non ci sia più, io continuo a lavorare per lui. Ovunque vado sento il suo nome. Su ogni parete trovo delle sue fotografie. In ogni intervista mi chiedono di lui.

Ti infastidisce che questa intervista sia incentrata interamente su tuo padre? 

No, ma mi provoca un certo dolore. Mi ricorda quanto lui mi manchi ogni giorno. Ci sono alcune decisioni importanti che vorrei prendesse lui al posto mio. Ad esempio, mio padre ci ha lasciato abbastanza materiale in questi anni da poter pubblicare altri sessanta o settanta libri di studio. Vorrei chiedergli quale libro vorrebbe che venisse pubblicato per primo e quale per ultimo. Una decisione che solo lui sapeva prendere con lucidità.

Settanta libri di Rav Steinsaltz che risiedono in cantiere?

Proprio così, abbiamo archivi interi contenenti i suoi scritti, nonché ore ed ore di registrazioni nelle quali lui interpreta i vari testi sacri. Materiale sufficiente per settanta libri, forse anche di più.

Dove altro ti capita di incontrare tuo padre? 

Dato che sono piuttosto masochista, oltre a gestire lo Steinsaltz Center, prego pure nel suo stesso tempio, nella Città vecchia di Gerusalemme. Nonostante io faccia tutto il possibile per dissociarmi dalla figura di Rabbino, occupandomi più di questioni finanziare e logistiche che di contenuto, lì mi risulta impossibile non ricoprire l’incarico di Rabbino del tempio. Le aspettative sono troppo alte: dato che mio padre era Rabbino, automaticamente lo sono anch’io, nonostante io non mi presenti mai come tale. Assurdo, no? Tu stesso ci sei cascato, quando mi hai chiamato “Rav Meni”. Non ti è passato nemmeno per la testa di chiamarmi solo “Meni”. Ecco, diciamo che anche questo titolo lasciatomi in eredità, funge da incontro perenne con mio padre.

Immagino non sia affatto facile essere figlio di Rav Steinsaltz.

Sono consapevole che una mente geniale come la sua arrivi su questa terra una volta ogni duecento anni, ma a volte mi domando: “Perché è capitato proprio a me? Io cosa c’entro?”. Mio padre non era un uomo normale, proprio no. Mio padre era diverso, aveva delle capacità intellettuali innate che lo rendevano diverso.

Tutti noi proviamo una grande nostalgia per il Rav Steinsaltz maestro. A te cosa manca maggiormente del Rav Steinsaltz padre? 

Mi manca perdere del tempo insieme a lui. Parlare con lui non di cose importanti, ma di sciocchezze, di cose futili. Mio padre era un uomo estremamente ironico. Quando al tempio le persone andavo a chiedergli una benedizione, lui reagiva sempre in maniera brusca. “Ma cosa vogliono questi da me? Non vedono che sto pregando?”, borbottava tra sé e sé. Io seduto accanto a lui osservavo la scena comica e non potevo che ridere. Però mi manca anche la sua sapienza, la sua conoscenza, la sua saggezza. Quando le persone hanno una domanda si rivolgono subito a Google, io invece andavo a chiedere a mio padre, che aveva sempre la risposta pronta.

Tra i tanti insegnamenti di vita da lui trasmessi, quale ti porti sempre appresso? 

Che esiste l’infinito. Che si può sempre aggiungere ancora un po’ di contenuto al recipiente. Lui non riteneva mai di aver finito di studiare o di insegnare. Non credeva di aver dato il suo contributo a questo mondo e di potersi concedere una bella vacanza. No. Lui finiva un progetto e ne iniziava subito uno nuovo, perché non c’è limite al sapere. Anche quando non poteva più parlare, si spiegava a gesti. Non si è mai fermato.

Adesso dirigi tu il Centro Steinsaltz. A quale nuovo progetto stai lavorando?

Stiamo lavorando molto duramente per creare un’applicazione che contenga al suo interno tutti i testi e tutte le traduzioni di mio padre. Vogliamo rendere quanto più accessibile lo studio del Talmud a quante più persone e in quante più lingue, a partire dall’ebraico e dall’inglese. Adesso abbiamo persino una pagina Instagram, che dirlo così mi sembra una cosa terribile, ma stiamo davvero cercando di dimostrare che Rav Steinsaltz aveva ancora molto da offrire.

Non credi che esista un limite, una linea rossa da non superare, nel tentativo di rendere lo studio talmudico troppo accessibile? 

Assolutamente no, perché?

Perché rischi di svalutarlo, di storpiarlo, di semplificarlo troppo. 

Mio padre diceva sempre che noi non ci occupiamo di religione, ma di conoscenza. Mi spiego: noi non entriamo in merito alla religione più ortodossa, dogmatica e inflessibile. Quella è così e non si cambia, ci mancherebbe. Noi cerchiamo di diffondere la conoscenza del Talmud, così da stimolare le persone a riflettere, a discutere, a dibattere e a cercare poi una soluzione comune. Questo è ciò che proviamo a fare: stimolare le persone a studiare e a riflettere. Altrimenti non stupiamoci se i nostri figli preferiscono leggere Harry Potter al posto del Talmud.

A proposito di Harry Potter, sai che una leggenda narra che tuo padre lo citava spesso nelle sue lezioni?

Non mi stupirebbe affatto, mio padre leggeva qualsiasi cosa. E poi era un grandissimo esperto di arte.Poteva trascorrere le ore a discutere di Botticelli e Michelangelo.

Cos’altro non sappiamo di lui?

Che diceva sempre che non bisogna essere persone troppo pie.

Proprio lui, il grande maestro del Talmud, ci invitava a non essere troppo pii? Un po’ controverso direi.

Esattamente. Diceva che quando uno è troppo pio, nasconde sicuramente qualcosa. Perde quasi di autenticità. La fede è una cosa semplice, non bisogna complicare troppo le cose. A volte si arrabbiava e diceva: “Ma chi sei tu? Chi ti ha dato l’autorizzazione di essere così pio?”. L’ebraismo d’altronde è una religione dolce, non c’è motivo di renderla amara.

Sai Meni, nella tradizione chassidica quando scompare un Maestro lo si sostituisce subito con uno nuovo. Mi domando chi prenderà il posto di tuo padre. Esiste forse qualcuno in grado farlo? 

Conoscendo mio padre non credo che avrebbe voluto che qualcuno lo sostituisse. La sua missione di vita era quella di diffondere il pensiero ebraico. Per lui era meglio essere un eretico che uno stolto. Ecco, per questo ci siamo noi: la sua famiglia e i suoi discepoli. Continueremo noi la sua missione, ma non credo che nessuno potrà mai prendere il suo posto. Lui era unico.