«Il sentirci fragili alla fine ci aiuterà a riscoprire gli altri» | Kolòt-Voci

«Il sentirci fragili alla fine ci aiuterà a riscoprire gli altri»

Rav Benedetto Carucci Viterbi intervistato da Walter Veltroni sul Corriere della Sera.

Il rabbino e il senso di spaesamento nella pandemia: «Ne usciremo soltanto con uno sforzo collettivo» Stringere mani e abbracciare esprimono richiesta e dono di affetto, ma sono anche gesti che ci danno la forza di cui abbiamo bisogno. Ho conosciuto il rabbino Benedetto Carucci Viterbi durante il lungo lavoro sulla memoria che per anni abbiamo condotto con la Comunità ebraica di Roma.

Carucci è Preside del liceo ebraico Renzo Levi di Roma, coordinatore del collegio rabbinico italiano, docente di pensiero ebraico presso il diploma universitario triennale in studi ebraici dell’Ucei. Al di là dei suoi titoli è un uomo aperto e profondo, che sa scegliere le parole, che non frequenta la banalità, che ha coscienza del cammino umano. Le sue parole, da tempo, per me hanno un valore particolare.

Rav Carucci, cosa le sembra stia succedendo nell’animo degli uomini per effetto della pandemia?

«Nell’animo degli uomini mi sembra di scorgere confusione, timore per il futuro, spaesamento: un senso di esilio da una realtà nota ad una ignota ed imprevista. E una condizione nuova, nella quale i parametri certi e i punti di riferimento sembrano saltati. O perlomeno sembra saltata quella sicurezza nel dominio — della propria vita, del mondo, della natura — che sembrava acquisita, con una buona dose di presunzione, fino alla vigilia della pandemia. L’uomo si è scoperto ben più fragile di quanto pensasse di essere, e questo mi sembra tutto sommato un risultato non del tutto negativo. La fragilità umana è portatrice di riflessione e può regalarci un diverso punto di vista sulla vita: riconoscerla ci permette di comprendere l’esistenza in una prospettiva più sana e ci apre alla capacità di trasformazione. L’apparente solidità precedente alla pandemia era il grande autoinganno secondo cui tutto si tiene, tutto è comprensibile, tutto è al suo posto; e se non lo è, saremo sicuramente capaci di riparare. Ma ricomporre i frantumi della fragile realtà richiede pazienza ed impegno, non certezza».

Come è cambiata la relazione con l’altro?

«Mi sembra sia cambiata in due direzioni uguali e contrarie già nel lockdown di marzo. Da una parte ci siamo dovuti abituare a una sorta di rarefazione degli spazi, a una distanza vuota tra persone: una lontananza forzata, una assenza di corpo che si relaziona. Dall’altra abbiamo vissuto, altrettanto forzatamente, una vicinanza nei limiti delle nostre case — per i più dai confini ridotti — con le nostre famiglie: i più prossimi dei prossimi. Chi ci era vicino, fuori della famiglia, è diventato lontano; chi ci era magari lontano, pur familiare, è ridiventato vicino. Dall’aperto dei luoghi di relazione sociale, spesso diventati abitazione, siamo stati esiliati in casa: un paradosso che la tradizione ebraica vive da millenni: essere stranieri in casa propria. Abbiamo dunque dovuto ridefinire la lontananza e la vicinanza. Parafrasando il titolo di un libro di Magris — che riprende una storiella Yiddish — si può dire che ci siamo trovati a dover rispondere alla domanda, forse retorica, Lontano da chi? Siamo mai stati veramente vicini all’altro? Mi viene in mente in proposito una formidabile interpretazione rabbinica della creazione, secondo la quale l’essere umano, all’origine, era bifronte e androgino: due esseri in uno, attaccati per la schiena in una vicinanza assoluta e indifferenziata. Uomo e donna — la differenza — nascono con íl distacco e il distanziamento, che aiuta il processo di identificazione. Forse il distanziamento, nella prima fase di questa pandemia, ci ha aiutato a capire meglio chi siamo e ci ha costretto a rideclinare più profondamente il senso delle relazioni. Temo che in questa seconda fase, più critica, meno tollerante e riflessiva, il processo di identificazione si trasformi in una deriva identitaria esclusiva ed escludente: siamo passati dal canto collettivo sincronizzato al sospetto per il vicino».

E quella con il tempo?

«Anche in questo caso vedo una differenza tra la prima e la seconda ondata pandemica. A marzo, e per il periodo del lockdown, la condizione di sospensione temporale nella quale abbiamo vissuto mi ha più volte ricordato una sorta di Shabbat/Sabato prolungato. Nella tradizione e nella pratica ebraica lo Shabbat/il Sabato è un tempo altro, fuori della successione cronologica dei momenti feriali: i maestri del Talmud lo identificano come un sessantesimo del mondo futuro, un sessantesimo di eternità. Un tempo senza ieri e senza domani, un presente assoluto e puntuale. Ecco: il lockdown, almeno per coloro che non si sono dovuti confrontare direttamente con i drammi del contagio, ci ha collocato in un presente di spessore infinito. Abbiamo sì atteso la fine della fase acuta, abbiamo forse atteso ogni giorno la conferenza stampa delle 18,00, ma abbiamo anche avuto la possibilità di riappropriarci di una relazione distesa con il tempo, meno frenetica: lo abbiamo potuto gustare in sé e non solamente sfruttarlo senza soste. Ora siamo ripiombati nel tempo feriale, in una frenesia che forse ruota su se stessa, per molti con l’angosciosa sensazione di una assenza di prospettiva per il futuro: il passaggio è dal tempo senza dimensioni a quello circolare che si illude di linearità».

Gli ebrei, e non solo loro, hanno, con Auschwitz, avuto a che fare con l’interrogativo sulla giustizia di Dio. In condizioni storiche del tutto differenti non si pone, pensando agli anziani che muoiono da soli, lo stesso quesito? Dio e l’agire degli uomini… Prendersela con Dio è facile per gli uomini, un gigantesco alibi…

«Il terreno è decisamente scivoloso, non fosse altro per l’impossibilità di comparare l’incomparabile. Ma resta il grande tema del rapporto tra Dio e l’uomo e il costante tentativo di comprendere il piano della giustizia di Dio. Penso che la vera domanda non sia mai dove è Dio nelle vicende umane, quanto piuttosto dove è l’uomo nelle vicende umane. E all’uomo — uscito alla sua origine dal giardino dell’Eden e dalla condizione paradisiaca privilegiata — che è data la possibilità, e il dovere, di affrontare ciò che gli accade e di trovare le chiavi e le forme per tentare di evitare il dolore, le catastrofi — anche quelle naturali — le difficoltà. Introdurre Dio nella sofferenza umana ricorda la reazione di Adamo nel momento in cui Egli lo rimprovera di aver mangiato il frutto dell’albero della conoscenza: “E la donna che Tu mi hai messo accanto che mi ha sedotto, ed ho mangiato”. L’uomo, appena nato ma già adulto, non è in grado di reggere la responsabilità delle sue azioni e di assumerne il senso: carica il fardello della colpa su Dio, primo ed ultimo colpevole di tutto. La morte in solitudine di tutti, a cui da lontano abbiamo assistito in questi difficilissimi mesi, non- è tanto il prodotto della giustizia e dell’ingiustizia divina, quanto della incapacità di pensare le relazioni, di prevedere e trovare approcci concreti, immaginabili e possibili ai momenti critici ed alla sofferenza: non è questione di Dio ma di noi uomini». La scienza può bastare per fronteggiare questa catastrofe? «Penso che la scienza abbia un ruolo fondamentale ma non esclusivo: niente basta da solo. Questi mesi ci hanno insegnato che senza un lavoro comune, senza convergenza tra discipline, campi del sapere e strategie concrete, non si esce dalle emergenze e non si fronteggiano catastrofi. Per ribaltare le situazioni, in linea con l’etimo di catastrofe, è sempre necessario uno sforzo di collaborazione…».

Come impegnare il tempo reso disponibile dall’isolamento?

«Dedicarsi un po’ al silenzio, che è la forma privilegiata per esprimere l’accettazione degli eventi. Ciò non significa non intervenire per migliorare le situazioni e cercare di cambiarle, quanto piuttosto darsi uno spazio di riflessione per comprendere il senso dei fatti delle nostre vite, anche i più dolorosi e difficili. In un punto centrale della Torah, dopo la morte improvvisa e drammatica dei suoi figli, Aron, il fratello di Mosè, ammutolisce. Vaiddom, in ebraico, è il silenzio pietrificato della materia inerte ed inanimata. Impegnare una parte del tempo a questa condizione, non essere immediatamente presi dal desiderio della replica, dal “ma” oppositivo che sorge all’istante sulle nostre labbra, può essere un buon modo per poi uscire dall’inerzia verso l’azione significativa verso sé e verso gli altri. E poi leggere, che moltiplica le vite che possiamo vivere».

L’altro è il nemico, il rischio?

«L’altro non è il nemico, è colui che aiuta a definirmi: senza il tu della relazione non c’è io completo. Nel racconto biblico ‘ish, uomo, compare solo dopo ‘ishah, donna: l’uomo riesce a dire di essere tale solo quando vede di fronte a sé l’altra. Senza alterità non c’è ancora identità personale: è nel limite del volto altrui, irriducibile al mio, che comprendo di essere e di avere un confine che mi identifica. I maestri della tradizione rabbinica sottolineano il rischio di una deriva delirante nella unicità dell’Adamo originario: l’essere umano appena creato, non ancora diviso nelle sue due componenti, era scambiato dagli altri esseri viventi per un dio in terra. E forse poteva pensare di esserlo. La dualità della relazione salva dalla pretesa di essere come dei, dalla egolatria che e la origine prima dell’idolatria. “Non è bene per l’uomo essere solo” dice Dio accingendosi a creare la donna: mi piace tradurre levaddò con “esclusivo” piuttosto che con “solo”. L’assenza dell’altro accanto, o ancora meglio di fronte, genera nell’uomo l’idea dell’esclusività ed apre la porta all’esclusione, In questo senso la assoluta alterità di Dio, che è d’altra parte in costante relazione con l’uomo, diventa fattore determinante per quest’ultimo. Alterità e relazione, ben lungi da essere in contraddizione, sono gemelle siamesi».

Esiste un rischio per la democrazia in un tempo di decisioni dall’alto?

«Il virus di questo rischio è diffuso ma siamo vaccinati. L’effetto immunità, mai assolutamente sicuro, ci concede una certa copertura dal contagio. Le istituzioni democratiche, l’equilibrio dei poteri, l’attenzione critica e coinvolta di ciascuno di noi mi sembrano antidoti sufficienti».

Cosa è la normalità che oggi ci manca?

«E vedere la bocca degli altri che, più degli occhi — oggi comunque semicoperti — è la porta per comprenderne i sentimenti e le reazioni: il mezzo volto, che ci rende mascherati, non consente quel ri-conoscimento che è alla base di ogni relazione. E stringere le mani ed abbracciare: azioni che esprimono richiesta e dono di affetto ma che, sopratutto, danno la forza di cui abbiamo sempre bisogno. È il passeggiare senza meta di notte per le strade e le piazze. E immaginare un futuro, anche immediato, possibile e vivibile».

«Andrà tutto bene» era una pia illusione?

«Era una pia illusione, come tutti gli slogan che semplificano; o la formula inutilmente e falsamente tranquillizzante che si dice ad un paziente in procinto di entrare in sala operatoria. O, ancora, un’espressione di presuntuosa onnipotenza. L’assertività e la mancanza di dubbio minano il senso e l’efficacia delle parole. Era meglio, parafrasando il titolo di un libro di qualche anno fa tratto da un tema di un bambino, “Noi speriamo che ce la caviamo tutti”».

I social e l’apertura all’altro. Le sembra siano uno stimolo o una gabbia?

«Possono essere una vetrina che consente l’esibizione di sé ma ingabbia e non è valicabile, come tutte le vetrine che chiudono uno spazio. Ma sono un potente canale di comunicazione, sempre aperto e a disposizione: nella mia esperienza quotidiana con gli studenti sono stati preziosi strumenti di contatto in questo lungo periodo di distanza fisica. I social non la azzerano ma consentono di mantenere saldi i legami, permettono la prosecuzione di un dialogo in presenza interrotto ma mai morto, offrono spunti di ripensamento sul senso dello scambio di idee e opinioni. Zoom, il nome di una delle piattaforme più usate nella didattica a distanza, mi sembra una buona metafora di questa vicina lontananza o lontana vicinanza che i social ci hanno permesso: non è ideale — c’è uno schermo che ci rimanda la nostra immagine ancor prima di quella degli altri — ma è forma di comunicazione».

Cosa è la solitudine nella sua cultura?

«L’ebraismo è in linea di massima fondato sulla dimensione collettiva. Le celebrazioni sono possibili solo a condizione che siano presenti almeno dieci persone e dunque la vita religiosa in sé sembra essere legata alla collettività: la preghiera stessa — per eccellenza un’esperienza intima — è sempre recitata alla prima persona plurale e mai al singolare. Nella Torah, superata la stagione dei patriarchi — grandi individualità — gli ebrei sono “i figli di Israele”, sempre al plurale: il popolo si muove in massa e in massa si accampa; è il popolo che ai piedi del Sinai ascolta le dieci parole. D’altra parte la condizione dell’uomo di fede è di solitudine profonda, soprattutto nel contesto del mondo contemporaneo, secolarizzato e centrato sulla prevalenza della dimensione materiale. Vede, l’uomo di fede, secondo l’idea di rav Joseph Dov Soloveitchik, non è mai da solo ma è ontologicamente solo: lo erano nei momenti costitutivi della loro esistenza Abramo, Isacco e Giacobbe; lo era Mosè; lo è il credente di ogni generazione: una solitudine speculare a quella di Dio stesso, con il quale si apre la possibilità dell’incontro. In un’immagine potentissima del midrash, la tradizionale esegesi rabbinica, Dio e Mosè, sulla cima del monte dove l’Uno è disceso e l’altro è salito, studiano insieme, interloquiscono, parlano e si ascoltano reciprocamente. La scommessa da giocare è quella di non trasformare la solitudine in individualismo: l’insegnamento più noto di un grande maestro della tradizione rabbinica classica, Hillel, recita: “Se io non sono per me, chi è per me? Ma se sono solamente per me stesso, cosa sono io? E se non ora, quando?”. Il primo movimento umano, che non può essere altro che in solitudine, è in direzione del sé. Ma questo è solo il primo passo del percorso: il successivo, necessario, è aprirsi all’altro, pena la trasformazione da un chi ad un cosa. Ed in ogni momento, con urgenza, è buono per compiere questi due passi».

Si può vivere senza speranza?

«Rabbi Nachman di Breslav diceva che “il mondo è un ponte molto stretto, l’importante è non aver paura”. Penso che questo ci aiuti ad essere lucidi nel guardare la realtà senza autoinganni. II mondo non è un’autostrada dal traffico scorrevole: è uno spazio stretto, un ponte sull’abisso sul quale dobbiamo camminare con attenzione ma senza paura. II cammino è forse la meta stessa: è capacità di muoversi, cambiare, camminare anche con gli altri, andare avanti. Non si può vivere senza speranza ma non si può vivere solo di speranza: uno degli enunciati di fede di Maimonide, inserito nella preghiera quotidiana, afferma “credo con fede completa nella venuta del Messia, ed anche se ritarda, nonostante tutto lo aspetterò ogni giorno che verrà”. L’attesa, che nelle Tesi di filosofia della storia di Benjamin è la porta dalla quale in ogni momento può irrompere la palingenesi, quale che sia il carattere che ad essa vogliamo dare, non è attesa vuota: è il tempo dell’impegno dell’uomo per avvicinarla, è una speranza proattiva».

Il passo della Torah che le sembra più adatto per questo momento.

«Il primo verso del Levitico, all’apparenza solo informativo: “Ed il Signore chiamò Mosè e parlò con lui dalla tenda dell’incontro dicendo”. In queste poche parole c’è tutta la forza e la necessità di incontrarsi intenzionalmente ed individualmente. L’esegesi midrashica sottolinea che Dio chiamava sempre Mosè per nome prima di parlargli e gli lasciava, tra un contatto e l’altro, una pausa di riflessione: la comunicazione è delicatamente preannunciata, indirizzata, non generica, non parola vana; ed ha bisogno dei suoi tempi di decantazione. Incontrarsi è un atto volontario, generoso e di vicinanza, non casuale: è sempre un appuntamento. Mosè aspetta paziente la chiamata fuori della tenda dell’incontro, quel tabernacolo/ santuario che ha appena eretto: non si impone, non pretende, non presenzia a tutti i costi. L’uomo diventa essere vivente, nel racconto della Genesi, quando Dio gli insuffla lo spirito di vita: la versione aramaica del testo rende “essere vivente” con “spirito parlante”. Prima ancora che di pensiero, l’uomo è dotato di parola: è questa che ne determina l’umanità in quanto strumento di relazione. Dobbiamo lavorare per ricostruirla — lontani da ogni assertività violenta — in modalità attenta, gentile e premurosa».

La grande scommessa da giocare è quella di non trasformare la solitudine in individualismo. Ci servono parole attente, gentili e premurose

Chi è

Il rabbino Benedetto Carucci Viterbi è nato a Roma nel 1960, è preside del liceo ebraico Renzo Levi di Roma, coordinatore del collegio rabbinico italiano, docente di pensiero ebraico presso il diploma universitario triennale dell’Ucei

SHABBAT Il termine significa «sabato» e deriva dalla radice ebraica Shevat, «cessare»: II sabato ebraico infatti implica la cessazione di qualsiasi attività lavorativa. E la più importante delle ricorrenze del calendario ebraico e rende ogni uomo uguale all’altro: nessuno può avvalersi dell’opera di un suo simile. Tra i «fini» dello Shabbat c’è quello di stabilire un limite al dominio dell’uomo sulla natura

Corriere della Sera 1.12.2020