La ‘Akedà: I figlie so’ piezz’ ‘e core? | Kolòt-Voci

La ‘Akedà: I figlie so’ piezz’ ‘e core?

Parashà di Vayerà

Scialom Bahbout

La ‘Akedàt Izchàk di Isacco (la legatura e non il sacrificio) (Genesi 22) ha lasciato un segno fondamentale nella tradizione ebraica e in particolare nelle preghiere e nel modo in cui vengono celebrate alcune feste, come ad esempio Rosh hashanà. Il suono dello shofàr, in ricordo del corno di ariete che sostituì Isacco sull’altare, ricorda la Akedà come un merito acquisito dai patriarchi a favore dei figli. 

Tuttavia, l’ordine che Dio dà ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco, lascia sbalorditi per vari motivi:

  1. Il sacrificio di bambini era diffuso nel mondo cananeo e la Torà lo condanna ripetutamente. La decisione di Abramo di aderire all’ordine divino è inspiegabile: il sacrificio di bambini era uno degli usi contro cui si opponeva il pensiero della Torà. Questa posizione viene confermata in tutta la Bibbia: dalla Torà ai profeti. 
  2. Abramo fu scelto proprio come esempio di padre: “Poiché Io l’ho prescelto affinché comandasse ai suoi figli e alla sua famiglia dopo di lui a seguire la via del Signore facendo giustizia e carità”. Come potrebbe Abramo servire da modello per i suoi discendenti se era pronto a fare era ciò che sarebbe stato proibito ai suoi discendenti?
  3. Se si voleva dimostrare che Abramo aveva fede nel Signore sarebbe stato più logico chiedergli di sacrificare se stesso e non il figlio.
  4. Anche se i “comportamenti” di Dio ci sfuggono, certamente l’ordine ad agire con giustizia è uno dei fondamenti della Torà.

In Timore e tremore Søren Kierkegaard (1813 – 1855) sostiene che ci fu in quel caso (ma solo in quel caso) la “sospensione teologica dell’etica”: questa idea ha permesso ai fanatici di commettere crimini in nome di Dio e non può essere accettata in ambito ebraico. L’Inquisizione e gli attentatori suicidi hanno agito e agiscono contravvenendo platealmente alle norme della Bibbia, contro l’insegnamento dell’Ebraismo e le leggi universali del Noachismo e di chiunque dichiari di considerarsi discendente di Abramo. 

Una risposta a queste domande dà rav Jonathan Sachs (1). 

La Genesi è una polemica contro le visioni del mondo che la Torah considera pagane, inumane e sbagliate. Prima dell’emergere delle prime città e civiltà, l’unità sociale e religiosa fondamentale era la famiglia. …..  Nei tempi antichi c’era una connessione intrinseca tra tre cose: la religione domestica, la famiglia e il diritto di proprietà. Ogni famiglia aveva i suoi dei, tra cui gli spiriti degli antenati defunti, dai quali cercava protezione e ai quali offriva sacrifici. L’autorità del capofamiglia, il pater familias, era assoluta. Aveva potere di vita e di morte su sua moglie e sui suoi figli. Alla morte del padre, l’autorità passava invariabilmente al figlio primogenito. Nel frattempo, finché viveva il padre, i figli avevano lo status di proprietà piuttosto che di persone a pieno titolo. Questa idea persisteva anche oltre l’era biblica nel principio del diritto romano della patria potestas.

 La Torah si oppone a ogni elemento di questa visione del mondo: una delle caratteristiche più sorprendenti della Torah è che non include sacrifici agli antenati morti. La ricerca degli spiriti dei morti è esplicitamente vietata.

Altrettanto degno di nota è il fatto che nei primi racconti la successione non passa al primogenito: non a Ismaele ma a Isacco, non a Esaù ma a Giacobbe, non alla tribù di Ruben ma a Levi (sacerdozio) e Giuda (regalità), non ad Aronne, ma a Mosè.

Il principio cui si oppone l’intera storia di Isacco, dalla nascita alla legatura, è l’idea che un figlio sia proprietà del padre. La nascita di Isacco è miracolosa e Sarah è già in post-menopausa quando lo concepisce.

La chiave per comprendere il messaggio che riceve Abramo di non sacrificare Isacco sono le parole: “Ora so che temi Dio, perché non mi hai negato tuo figlio, il tuo unico figlio” (Genesi 22: 12 e 16). La prova non era se Abramo avrebbe sacrificato suo figlio, ma se lo avrebbe consegnato a Dio. … Un ricordo di questo ruolo originale persiste ancora nella cerimonia del pidyon ha-ben, riscatto del primogenito…. Ciò che Dio chiese ad Abramo non era il sacrificio di un bambino ma qualcosa di completamente diverso: voleva che Abramo rinunciasse alla proprietà di suo figlio. Voleva stabilire come principio non negoziabile della legge ebraica che i bambini non sono proprietà dei loro genitori.

    Ecco perché tre delle quattro matriarche si sono trovate incapaci di concepire se non per miracolo. La Torah vuole che sappiamo che i bambini che hanno dato alla luce erano i figli di Dio piuttosto che il risultato naturale di un processo biologico. Alla fine, l’intera nazione di Israele sarebbe stata chiamata i figli di Dio. Un’idea correlata è trasmessa dal fatto che Dio scelse come suo portavoce Mosè che “non era un uomo di parole”. Era un balbuziente. Mosè divenne il portavoce di Dio perché la gente sapeva che le parole che diceva non erano le sue, ma quelle poste nella sua bocca da Dio.

    ….

Dio è il Dio della vita, non della morte

    Se questa analisi (2) è corretta, ne consegue che era in gioco qualcosa di fondamentale. Finché i genitori credevano di possedere i propri figli, il concetto di individuo non poteva ancora nascere. L’unità fondamentale era la famiglia. La Torah rappresenta la nascita dell’individuo come figura centrale nella vita morale. Poiché i bambini – tutti i bambini – appartengono a Dio, la genitorialità non è proprietà ma tutela. Non appena raggiungono l’età della maturità (tradizionalmente, dodici per le ragazze, tredici per i ragazzi) i bambini diventano agenti morali indipendenti con la propria dignità e libertà.

    Perché allora Dio disse ad Abramo riguardo a Isacco: “Offrilo come olocausto”? (e poi lo proibisce) Il motivo per cui non lo fa è perché Dio è il Dio della vita, non della morte. Nell’ebraismo, come mostrano le leggi della purezza e il rito della giovenca rossa, la morte non è sacra. La morte contamina.

    La Torah è rivoluzionaria non solo in relazione alla società ma anche in relazione alla famiglia. …. La rivoluzione della Torah non è stata completamente completata nel corso dell’era biblica. La schiavitù non era ancora stata abolita. I diritti delle donne non erano ancora stati pienamente realizzati. Ma la nascita dell’individuo – l’integrità di ciascuno di noi come agente morale a pieno titolo – è stata una delle grandi rivoluzioni morali della storia.(1)

… ma  l’episodio come viene percepito?

Questa l’opinione “razionale” di rav Jonathan Sachs, tuttavia questa non spiega la percezione che aveva avuto Abramo e che hanno avuto tutte le generazioni che hanno letto e studiato l’episodio.

Abramo viene messo alla prova: la prova inizia con la chiamata: “sacrificalo come olocausto” e continua poi nelle varie fasi: il cammino di tre giorni verso il monte, la legatura di Isacco, il sollevamento del coltello e infine la decisione per far scendere Isacco dall’altare. Per giustificare questa decisione, il midrash gioca proprio sulle parole A’alèu le’olà, sacrificalo come olocausto, oppure fallo salire come olocausto. Dio dice ad Abramo: Hai capito male: io intendevo dire fallo salire, non sacrificalo, e adesso che lo hai fatto salire fallo scendere: per insegnare quanto sia importante essere cauti nell’interpretare le parole di Dio. 

Abramo ascolta la voce divina che gli viene rivolta una seconda volta: a chi deve credere? Aveva accettato il primo invito, ma ora? Era difficile cambiare strada all’improvviso e andare contro quella che era l’idea corrente nella società del tempo: sacrificare un bambino era considerata cosa assolutamente accettabile. Ma come dice il Midrash, Abramo era chiamato Ha’ivrì, l’ebreo, appunto perché lui era da una parte, ‘ever, mentre tutto il mondo era rimasto dall’altra parte. 

L’Angelo dice. “Ora riconosco che sei timorato di Dio”, l’acme della ‘Akedà è in queste parole: la presa di coscienza che Dio non può volere la morte di un essere umano. Chiunque si richiama all’eredità di Abramo e uccide dicendo che “Dio lo vuole”, sta falsificando un messaggio chiaro della Bibbia e ha di fatto rigettato quella eredità.

Quei musulmani che uccidono in nome di Dio non possono più dirsi figli di Abramo: quei musulmani che invece non condividono quelle azioni devono prendere posizione chiara e forte, altrimenti diventano irrilevanti.

Se non si accetta l’interpretazione che dà il Midrash, come possiamo spiegare le due chiamate divine  – l’ordine di sacrificare Isacco e l’ordine di non ucciderlo – che sono in aperto contrasto tra loro? La concezione umana del Tempo è profondamene diversa da quella divina: Dio può “vedere” contemporaneamente due momenti che avvengono in successione, ma l’uomo no.

In conclusione, possiamo dire che Abramo fu sottoposto a una prova molteplice:

  1. Riconoscere che non aveva diritto alla vita di Isacco che era e rimaneva un dono appartenente a Dio stesso.
  2. Affermare davanti al mondo che la vita umana è un bene che non può essere sacrificato a Dio.  
  3. Dimostrare di avere meritato la scelta che lo vuole come leader dell’umanità, perché non si lascia trascinare dal pensiero e dagli usi dei suoi contemporanei, che ritenevano accettabile spegnere una vita umana immolandola in nome di Dio.
  4. L’ebreo non deve avere timore di essere contro corrente, perché questo fa parte del DNA impressogli da Abramo.

Chiunque voglia oggi dichiararsi allievo e figlio di Abramo dovrà avere come riferimento gli insegnamenti della Akedà. 

  1. In Jonathan Sacks, Essays on Ethics, A weekly Reading of the Jewish Bible, pag. 23 e ss. 2016, Koren Pub, Jerusalem. 
  2. L’analisi di rav Sacks si basa su uno studio di: Fustel de Coulanges in The Ancient City (1864): A study on the Religion, Laws, and Institutions of Greece and Rome (Garden City, NY Doubleday 1956). La tesi è stata recentemente ribadita da Larry Siedentop in Inventing the Individual: The Origins of Western Liberalism (London, Penguin  2014).

Rav Lord Jonathan Sacks (1948 Londra) è una delle voci più autorevoli del nostro tempo. Laurato alla Cambrigge University e Jews’ College London, ha ricoperto la carica di Rabbino Capo delle United Hebrew Congregation of the Commenwealth dal 1991 al 2013. Vincitore di molti premi (Jerusalem 1995, Templeton 2016, Ladislaus laszt Della Ben Gurion University, Premio Katz per il contributo per la analisi pratica e applicazione della Halakhà nella vita modern, (2014). Autore di innumerevoli libri e di una rubrica dal titolo Covenant and Conversation di commento settimanale alla Torà. I suoi commenti si caratterizzano per un’ampia conoscenza delle fonti ebraiche accompagnata dai molti riferimenti alla filosofia, alla letteratura, a dei testi della cultura europea e non solo.